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UNOPERA MISCONOSCIUTA DI
GIROLAMO DA TREVISO IL GIOVANE
di Antonio Corbara
tratto da "Valdilamone", gennaio-marzo 1934
Faenza è giustamente orgogliosa del
bellissimo affresco che adorna labside della chiesa della Commenda, doppiamente caro
perchè alla magìa di colori suscitata dallo smagliante pennello del pittore veneto, va
congiunto il ricordo umanistico di frate Sabba. Purtroppo è un capolavoro che muore, una
limpida espressione dello spirito italiano condannata dal logorio del tempo a scomparire
inesorabilmente.
La pittura della Commenda è quella che meglio misura leccellenza dellarte di
Gerolamo da Treviso e rappresenta forse il culmine massimo di unattività diffusa
per vari luoghi del Veneto poi continuata nellEmilia, nella Romagna e in Liguria.
Qui fra noi il pittore deve avere per molti anni operato: del 1525 sono i monocromi in S.
Petronio a Bologna; successivamente troviamo i segni della sua attività nella nostra
Romagna. Laffresco accennato appartiene al 1533, ma il Gaddoni, lo storico della
diocesi dImola, ha rinvenuto le traccie della presenza e della attività del pittore
a Castelbolognese lanno precedente a quello; precisamente in un rogito del
Gottarelli (ora Arch. Not. Faentino) che al 3 settembre 1532 registra un pagamento a lui
fatto dalla Confraternita di S. Croce per le pitture eseguite nelloratorio di essa,
oggidì scomparso.
Notizia ne diede il dotto francescano imolese nella bellissima monografia pubblicata
nelloccasione del restauro della chiesa di S. Sebastiano in Castelbolognese, e al
nome del pittore accennava parlando dellaffresco che oggi ancora campeggia dietro
laltar maggiore, lasciando in dubbio però a quale autore questo potesse
attribuirsi. Dalliscrizione coi nomi dei committenti che sottosegna la pittura egli,
servendosi di numerose memorie darchivio, ne collocava in modo certo l'esecuzione
tra gli anni 1532-34, cioè proprio quando il trevigiano operava in Castelbolognese e a
Faenza. Nonostante ciò il Gaddoni concludeva affermando: ...da raffronti fatti colle
opere del suddetto pittore mi sono convinto trattarsi, nel caso nostro, di figure che
hanno reminiscenze della scuola di Innocenzo da Imola".
Lo storico imolese, valoroso e profondo indagatore degli archivi notarili ed
ecclesiastici, non saccorse della via errata, o forse gli nocque leccessiva
timidezza nellaffermare ciò che in modo certo non balzasse fuori dalle antiche
carte, o forse lamore per lartista della sua città gli traviò il giusto
apprezzamento. Francamente nellaffresco di S. Sebastiano non vè proprio nulla
che rammenti la maniera di Innocenzo Francucci, se non forse una vaga intonazione
raffaellistica nientaffatto a lui particolare; e nemmeno posso consentire col
Buscaroli che accomuna, sulla traccia della stessa derivazione marchesiana o ramenghiana,
gli affreschi di Casanola (Solarolo) e questo di Castelbolognese. A parte la grande
differenza che separa queste due opere, debbo affermare che la seconda dimostra abbastanza
chiari il gusto e lesecuzione di Gerolamo da Treviso, e quindi tempo che a questi
vada assegnata.
Tra i pittori veneti di minor fama che operarono a lato dei grandi maestri dellepoca
aurea, il trevisano connaturato, come tutti gli altri, dei principi fondamentali del
colorismo e della fusione dei toni (ciò che è maggiormente evidente nei suoi primi
lavori), è pur quello che successivamente evolvendosi di più saccostò ai maestri
delle altre scuole operanti fuori della cerchia veneziana. Artista non molto ricco di
opere, soprattutto subì l'influsso della scuola bolognese, nè a volte seppe sottrarsi al
manierismo raffaellesco: vario quindi e mutevole a seconda dei modelli a cui più
direttamente s'ispirava, raggiunse spesso nella fusione di elementi diversi
leccellenza dellarte.
Nellaffresco di Castelbolognese (m. 2,24 X 1,93) la Madonna, seduta sul trono levato
su di un alto zoccolo e colla spalliera drappeggiata da un panno rosso, poggia i piedi su
un tappeto violaceo ricadente allinnanzi e tiene sul ginocchio sinistro il Bimbo
che, avvolto in un breve pannicello bianco, stringe nella mano una rondinella. La Madre
indossa un abito rosso a riflessi bluastri avvolto in basso da un ampio manto azzurro;
giù dal capo le ricade un velo bianco che savvolge attorno al petto. Biondi sono i
capelli della Madre e del Figlio, roseo il colorito delle carni con pastosità di tono
più intenso. Ai lati del trono chiude lorizzonte, lasciando solo scorgere in alto
un tratto di cielo, un fondale scuro su cui spiccano da ogni lato due figure di santi
prospetticamente disposte e cioè, sullinnanzi S. Sebastiano e S. Filippo Benizzi.
Il Santo Martire, poggiato il corpo sulla gamba destra, china lievemente il capo biondo e
sogguarda con occhio mesto allinfuori della scena; S. Giuseppe sappoggia al
bastone; S. Filippo tiene fra le mani congiunte il fiore di giglio; S. Rocco indossa
labito da pellegrino con mantellina, berretto color viola, calzari azzurri, egli
porta al petto il braccio destro in cui racchiude la lunga asta, e tiene posato un piede
sul gradino del trono.
Lintonazione di tutta lopera è calma, raccolta, priva di ogni sfoggio; nessun
elemento estraneo distoglie locchio dalle figure sacre, nè turba lequilibrio
delle parti, rigorosamente esatto ed armonico. Ciò che induce subito a pensare
allarte veneziana è il colorito effuso che uniformemente si espande con note
vivaci, componendo in armonia profonda queste figure la cui vita si esprime attraverso i
toni caldi delle forme, la vibrazioni degli impasti, la sfumatura dei contorni e delle
ombre. E il predominio della forma e del colore sopra la sostanza e il disegno: a
ben guardare si scopre che la pastosità delle carni, dei volti e di tutto lassieme
delle figure manca di vero sostegno; essa non che lespressione della sensibilità. e
della fantasia coloristica che guidano il pennello del pittore. E sotto questo particolar
modo di esprimere noi possiamo riconoscere certi modelli, certe forme caratteristiche e
comuni a tutta lopera del dolce artista veneto: guardate i visi della Madre e del
Bimbo dallespressione così calma e tranquilla, in cui gli occhi sallontanano
e sfuggono verso i lati della fronte, in cui il naso è piuttosto largo alla base; notate
gli stessi caratteri nel S. Sebastiano e quel suo sogguardare di lato; il profilo severo
del S. Rocco che rammenta, sebbene con minor fierezza, quello del pastore che avanza da
destra nell'Adorazione ora al Christ Church College di Oxford; vedete quelle mani dalle
dita affusolate; i tipi dei santi, dalle ombre diffuse e dal colore acceso; tutti
caratteri insomma così evidenti che rendono superfluo istituire confronti più precisi.
Il Venturi, nella monumentale sezione della sua Storia dedicata alla pittura del
500. rileva come sia carattere precipuo di Gerolamo da Treviso limpulso verso
il movimento, lo straniarsi dalle forme rigide a mezzo di particolari vivaci che rompano
la monotonia della scena; e pensa che in particolar modo abbiano operato su ciò
limpeto del Pordenone e del Romanino, lirrequietezza del Correggio e del
Mazzola. Se allincontro nellaffresco di S. Sebastiano troviamo tutto calmo e
simmetrico, pacato e raccolto, io credo che ciò debba essere derivato dallo studio fatto
nel lungo soggiorno a Bologna delle composizioni del Francia e del Costa, i quali però
nulla poterono sulla sua natura essenziale di colorista.
Attualmente non abbiamo la certezza documentaria che questopera sia di Gerolamo da
Treviso, ma considerando che egli agiva a Castelbolognese nel 1532, nel 1533 a Faenza, e
che la data approssimativa del nostro affresco coincide con questi anni, non vedo proprio
a quale altro pittore dellepoca, e meno che mai ad un romagnolo, si debba pensare.
Larte di Gerolamo da Treviso in Romagna una apparizione solitaria che rapidamente
scompare senza scia e senza illuminare di alcun vago riflesso i pittori indigeni.
Non saprei dire se nellesecuzione il pittore possa aver avuto la collaborazione di
suoi aiuti; ma non mi sembra perchè lopera dimostra un tono piuttosto uniforme e
costante in tutte le sue parti. Se il pittore non ha raggiunto il fastigio come
nell'abside della Commenda di Faenza, vorrà dire che qui non ha avuto un ispiratore e un
mecenate esigente come frate Sabba; quindi sè contenuto entro limiti più modesti
ed ha maggiormente affrettato il suo pennello.
Ma ciò non diminuisce affatto il pregio di questopera purtroppo manomessa
dall'arbitrio vandalico degli imbianchini, e poi abbandonata in una deplorevole
condizione.
Da quelle forme emana sempre solenne e magico un respiro di poesia; ed oggi nella
chiesetta, sotto lo sguardo dolce della Madre, accanto alla trafitta carne del Martire
Sebastiano, degnamente si onora la memoria dei caduti per la Patria.

L'affresco in una fotografia antecedente al
1945. Il dipinto fu danneggiato durante l'ultima guerra. In fase di restauro fu distaccato
e riportato in tela a cura della Soprintendenza, nella persona di Alessio Verri.
Attualmente le dimensioni sono 200x190 cm e sono visibili la Vergine seduta al centro su
alto trono e il Bambino e, in basso, le mezze figure di S. Rocco e S. Filippo Benizzi.
La scomparsa iscrizione recitava così:
ANTONIVS.TABANELVS.GEORGIVS.TABANELVS.INMAGINEM./
VIRGINIS.FIERI.IVSSEERVNT (sic).DIVVM.VERO.SEBASTIANVM/
HIERONIMVS.ROSSIVS.DIVUM.ROCHV.BVLDRINVS.FIERI.IVSSERVT./
SCVM.VERO.IOSEPHVM.S.ALEXANDER.DE.MAZOLANO.SCVM.VERO./
PHILIPPV.FR.ANGELVS.FIERI.FECERVNT./ CETERA.VERO.ORNAMENTA.HELEMOSINIS./
HIC.ET.INDE.COLLECTIS.FACTA.FVERVNT.
(Didascalia a cura di Andrea Soglia) |
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