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IL CAPITANO ANTONIO
MATTIOLI
tratto da "Val di
Lamone" a. XI, 1931, n. 4
Mi hanno sempre interessato le vicende della
vita di questo mio compaesano: prima, per l'aria di mistero che accompagnò la sua
lontananza dal paese nativo; secondariamente per certi tratti salienti della sua
esistenza, in cui apparve l'homo novus, foggiato dal dominio francese e formatosi
alla scuola del D'Azeglio e, finalmente, raccomandabile alla memoria dei compaesani, quale
autore del Dizionario romagnolo, che può stare a pari, se non è superiore, ai
dizionari consimili, compilati dal Morri e dall'Ungarelli.
Nacque Antonio Mattioli in Castel Bolognese, da Emilio e da Angela Carpeggiani, il 16
agosto del 1813. Assolti in paese gli studi grammaticali, rettorici e filosofici, mentre
stava per entrare alla Università di Bologna, il moto del '31 lo attrasse e lo prese tra
le sue spire, indirizzandolo per altra via, come suol succedere in agitati tempi alle
persone di vivace ingegno. Questo moto prevalentemente emiliano, fu sentito profondamente
da noi e se l'esito non fu pari alle speranze concepite, si deve ascrivere a pochezza di
preparazione, non a pavidità di animi. Il Governo, con sede a Bologna, non fu all'altezza
del compito suo, ma la disfatta è comprensibile, quando si pensi che fu una illusione dei
nostri il credere che la Francia non permettesse all'Austria di intervenire, quando aveva
già ricevuto l'assenso dell'Europa.
Qui in Castel Bolognese era stato, parecchi giorni del febbraio 1831, Luigi Napoleone e
alcuni ricordavano di averlo veduto passeggiare sotto le loggie dei portici verso sera e
sapevano che aveva dormito in casa Budini, in Piazza Fanti dietro il Suffragio.
Tre furono le spedizioni militari, che di quì partirono per quel glorioso movimento, che
fu la prima scossa patriottica che agitò l'Emilia dopo il '21 e il '24.
Ventidue volontari marciarono il 10 febbraio, unitamente agli imolesi, sotto il comando
del cav. Pasotti, e di questa spedizione faceva parte il nostro Mattioli.
Altri quindici, pure da Imola, ne partirono il 28 febbraio sotto il comando del
colonnello Ferrari.
E il 14 di marzo, alle ore quattro pomeridiane, altri diciassette si ingaggiarono
nell'armata che si ritirava su Ancona.
Questo si rileva dai documenti dell'archivio comunale e tra questi vi era il mio caro
nonno materno Giacomo Fanelli e i tre suoi fratelli: Sebastiano, Dionisio e Sante.
In cinquantadue dunque si trovarono sotto le insegne del generale Zucchi, quando il 26
marzo fu ceduta Ancona.
Verosimilmente alcuni si dovevano trovare sotto le insegne del generale Sercognani che
intanto stava occupando le Marche, dalle quali lanciava infiammati proclami di resistenza.
Come si è detto, fu un moto profondamente sentito dai paesi e dalle Città di Romagna.
Per Castel Bolognese si aggiungeva un atto di deferenza, quale fu quello decretato dal
Vicini, capo del Governo, di ritornare, come aveva già fatto Napoleone, Castel Bolognese
dalla Legazione di Ravenna a quella di Bologna.
Dalla narrazione storica del viaggio della prima Compagnia della Guardia Nazionale di
Reggio Emilia, scritta dal suo capitano, si rileva che le accoglienze ricevute ad Imola il
19 marzo, il 20 a Castel Bolognese e così a Faenza, Forlì, Cesena fino a Rimini, furono
larghe spontanee e che lungo tutto il percorso romagnolo la Compagnia ebbe dimostrazioni
di gioia e di riconoscenza. Per avere preso parte al movimento, il Mattioli dovette
tralasciare gli studi. Intanto che si maturavano gli eventi, egli badava alla sua piccola
proprietà agricola, che gli dava da campare in una certa dipendenza economica. Aveva una
piccola villa, chiamata la Malvezza , distante un due chilometri da Castel
Bolognese, dove era un piccolo roccolo e lì, tra gli uccelli e la cura dei fiori, le due
passioni, che conservò fino agli ultimi ani della sua vita, trascorreva il tempo,
rimanendo in contatto coi patrioti non solo di quì ma anche della vicina Imola.
Nell'agosto del 1843 accadde moto di Savigno, capeggiato dai fratelli dott. Pasquale e
Saverio Muratori e nel quale una squadra della banda era comandata dal castellano Marzari
Giovanni.
Quando la banda si sciolse, dopo l'uccisione del capitano Castelvetri, una parte di essa
cercò riparo in Toscana e per vie traverse arrivò fino a Livorno e così poterono
imbarcarsi il conte Oreste Biancoli di Bagnacavallo di anni 34, il marchese Pietro
Pietramellara di anni 35, Tanari Sebastiano di anni 28 di Bologna ecc.
Ma una parte di essa banda, quantunque meno numerosa, si buttò verso la Romagna,
propriamente detta, e arrivò ai Casoni di Sassoleone e di lì pervenne al monte detto
Fagiuola, al confine delle provincie di Ravenna, Bologna e Firenze e per Sommo Rio e
santApollinare, cercò di avvicinarsi alla bassa.
Dopo parecchi arresti fatti a Palazzuolo, di appartenenti al movimento, la banda si
disperse.
Ho sempre udito da fonti attendibilissime, che qui rimasero parecchi giorni nascosti i
fratelli Muratori, prima che potessero sicuri riparare a Livorno e di là imbarcarsi.
Ma spento un focolare di rivolta, ne sorgeva un altro. Infatti poco dopo avvenne il
tentativo Ribotti.
Ernesto Masi nel libro Il Segreto di Carlo Alberto. Cospiratori in Romagna dal 1815 al
1859. Bologna, Zanichelli, 1890, pagg. 261, ne parla così:
"Più strano del tentativo del Muratori è quello che lo seguì nel settembre
dell'anno stesso, poco dopo che da Napoli, era tornato a Bologna".
" In una villa fra Imola e Castel Bolognese dovevano riunirsi tre cardinali:
LAmat, il Falconieri ed il Mastai, che fu poi Pio IX. Al Ribotti parve di tentare il
colpo ardito, sorprendere i tre eminentissimi, sostenerli in ostaggio: sollevare quindi le
Romagne, le Marche, lUmbria e marciar dritti su Roma. L8 settembre, a notte
chiusa, sadunano in non più di centocinquanta, armati alla meglio alla peggio e
savviano ad Imola. Dovevano per via trovare altri aiuti, ma nessuno comparve".
"A Castel Bologneese lo stesso. Nella villa dei tre cardinali, la gabbia aperta i tre
cardellini volati via".
Erano: l'arcivescovo di Ravenna, Chiarissimo Falconieri; il legato Amat ed il vescovo
d'Imola Mastai Ferretti; che dovevano essere sorpresi e fatti
prigionieri dalla banda del nizzardo Ignazio Riibotti che, ritornato dalla Spagna il 18
agosto 1843 a Livorno, era entrato con pochi nello stato pontificio.
La villa pare che fosse il cosiddetto palazzo Orsoni, una villa posta a Casalecchio di
Castel Bolognese, ora di proprietà dei conti Ginnasi; altri dicono che fossero le Torri,
la villa dei marchesi Zacchia di Castel Bolognese e posta in villa Vezzano presso Riolo ed
altri ancora che si trattasse della villa Turano di proprietà del vescovo dImola:
ma l'impresa non riuscì e i più compromessi trovarono scampo in Toscana e a Livorno
poterono imbarcarsi per la Corsica, il refugium peccatorum dallora, come lo chiamava
Massimo DAzeglio.
Mi hanno sempre contato i vecchi patrioti che una parte dei congiurati, prima di tentare
limpresa, erano nascosti nella villetta della la Malvezza, di proprietà di
Antonio Mattioli.
"In quel momento - dice il Masi appunto il DAzeglio, un po da
artista, un po da cospiratore, percorreva a piccole giornate le Marche e le
Romagne".
Intanto nel 1846 era avvenuta lelezione del Mastai a Pontefice e, dopo
lamnistia pacificatrice, sorse il fatidico 48 e il nostro Mattioli, col grado
di sottotenente, poté marciare sotto il comando del generale Giovanni Durando, comandante
delle truppe pontitificie nel Veneto. Egli faceva parte di una delle due Compagnie di
Castellani, che dapprima formavano un corpo franco e che poscia furono aggregate al
battaglione del Basso Reno. Si trovò a Vicenza e si distinse nel fatto darme di
Porta Santa Lucia, nel quale rimase leggermente ferito alla testa.
Resa Vicenza, i nostri passarono in mezzo alle truppe austriache, e il sottotenente
Mattioli andò ad un pozzo per bere. Siccome di statura era altissimo, quasi due metri,
fece impressione agli stessi austriaci, i quali esclamarono:
"Stare molto grande taliano: niente ciappare schioppetate ",
Nel 1849 si trovò alla difesa di Roma col grado di tenente e vi rimase ferito ad un
orecchio.
Fu allora che il Mattioli fece dipingere a striscie nere, con qualche fasciatura rossa, la
sua villetta della Malvezza, non so se a titolo di protesta politica.
Fatto si è che da allora dal popolino è chiamata la Cà Negra (la casa nera)
detta villetta.
Ma giù il suo animo, come quello di tanti eletti romagnoli, scossi dalla propaganda di
Massimo D'Azeglio, andava comprendendo che la speranza di fare l'unità e l'indipendenza
d'Italia, non poteva venire che dal Piemonte per cui la ruppe con parte dei compagni
politici di quì e trasferì la sua residenza ad Imola, accostandosi al partito, che colà
era capeggiato dallo Scarabelli. E fu sì vivo il distacco, che più non ritornò in
paese: e ricordo di avere udito più volte, il mio nonno Giacomo Fanelli, dire che era
andato alla stazione a salutare Tugnì di Gambè, di passaggio alla stazione
ferroviaria.
Quando passava, gli scriveva un biglietto e si trattenevano a parlare nel buffet della
stazione con l'altro amico comune Bartolomeo Biancini, il conduttore del Ristorante.
Nel 1859 il Mattioli era già ingaggiato per la Campagna di guerra, quando, dal Governo
provvisorio dell'Emilia, fra i capi dei quali contava antichi amici e compagni, fu
trattenuto per essere, come elemento sicuro, meglio utilizzato a frenare i bollori degli
impazienti.
Fu promosso capitano e comandò una compagnia in uno dei reggimenti emiliani di stanza a
Ferrara, che, sotto il comando del generale Garibaldi, si spostarono verso Urbino, per
essere pronti ad ogni movimento, che la mente di geniale di Carlo Farini, sotto
l'ispirazione di Cavour, dirigeva nellEmilia, frenando le impazienze patriottiche
dei non responsabili.
Quando i reggimenti emiliani furono incorporati nell'Esercito Nazionale, il capitano
Mattioli, per ragioni di sicurezza fu passato all'ufficio di Comandante di Piazza
prima a Rubiera e poscia ad Alessandria. Dopo pochi anni di servizio attivò poté
liquidare la pensione e ritornare a vita privata. Queste notizie le ho potute rilevare
dalle memorie storiche di Giovanni Emiliani.
Aveva già liquidato la sua proprietà e venduta la villetta della Malvezza al
sig. Nicola Gottarelli di qui.
In una lettera del 6 giugno 1850, scritta dal mio nonno Giacomo Fanelli, al fratello
Sebastiano a Firenze, si legge:
"Ti spedisco i calzettini di cotone, perché in si breve tempo non era
possibile improvvisarli, che, se avessi dato tempo, le mie figlie ti avrebbero potuto
meglio provvedere. Dirai se tu e Mattioli avete ricevuto una mia. Fattemi consapevole
della posizione di ambedue..
"Dal fratello Sante da mesi sei o sette alcuna notizia, per cui non so se più a
Parigi, e se tu hai di lui contezza, gradirò molto il saperlo. Come pure sentiamo dai
fogli che molti italiani emigrati da tutte le parti giungono in Patria. (?)Dato ti possa
incontrare con questi (specialmente di quelli che provengono dalla Turchia o dai
Principati Uniti, non ché dallEgitto) fa ricerca sotto il nome di Domenico
Traversari, onde vedere se egli è vivo o morto.
"Tanti saluti da parte di tutta la mia famiglia a te, che allamico Mattioli, il
quale devi tenertelo ed essergli affezionato come vecchio amico, che non smentì mai i
suoi principi e che alla circostanza ti potrà anche giovare. Tutti i nostri vecchi amici
ti salutano.
"Salutandoti di cuore sono l'aff.mo fratello Giacomo".
Il Mattioli, pensionato, se ne stava ad Imola, quando ebbi il piacere di conoscerlo e di
trovarmi spesso con lui. Frequentavo le prime elementari. Deve essere stato attorno il
1874. Nelle vacanze autunnali solevo andare alcun tempo presso i miei cari zii Cleonilde e
Luigi Fanelli, che tenevano una drogheria fuori Porta Montanara nel caseggiato di certo
sig. Innocenzo Manbrini.
Verso sera vidi venire dall'Osservanza un vecchio alto, segaligno, curvo di spalle,
vestito irreprensibilmente di scuro, appoggiato ad una giannetta ed infilare la porta del
negozio. La zia Cleonilde, gentile e premurosa, gli si fece avanti ad offrirgli da sedere
e poco dopo mi presentò come suo nipote. Egli, a sentire che ero di Castello e che ero di
una famiglia di suoi vecchi amici, mi fece molte domande. Dopo, lo rivedevo tutte le sere
di ritorno dalla sua passeggiata e presi con lui qualche dimestichezza. Delle volte si
intratteneva nella drogheria più del solito e delle volte, quando gli zii chiudevano
presto, era invitato ad andare su nell'alloggio. Egli allora mi faceva girare con la mente
tutte le strade del natio paese e a dirgli tutti i sopranomi delle famiglie, e
interrogarmi su questo e su quello.
Stava preparando il suo Dizionario romagnolo.
Il povero vecchio viveva solitario con una vecchia serva e manteneva la passione
dell'allevamento degli uccelli.
Coltivava, per passatempo, il piccolo orto - giardino, che confinava con la chiesa di S.
Agostino, che si trova dentro il già convento, il quale locale serve anche attualmente a
sede degli uffici dellagenzia delle imposte e del registro.
Spesso i miei cari cugini lo andavano a trovare e lo vedevano nel suo giardinetto tra i
fiori o a casa fra diecine e diecine di gabbie e di uccelli.
Un giorno, quando ero già giovanetto, il mio caro cugino Enrico Fanelli mi raccontò che
il suo vecchio amico capitano Antonio Mattioli aveva abbandonato Imola e si era ritirato
a vivere, con la vecchia serva, a Castel San Pietro.
Quando la serva gli venne a dire - perché stava poco bene - se voleva un sacerdote al
quale esprimere le sue ultime volontà, egli si voltò dall'altra parte del letto e
serenamente spirò il 19 dicembre 1882.
Il Mattioli non fu solo un patriota ed un soldato fu anche un distinto folklorista. Basta
ricordare il suo Vocabolario romagnolo, stampato ad Imola nel 1879 per i tipi del
suo amico Ignazio Galeati. Durante i trentatré anni trascorsi come segretario del Comune,
ebbi la grata compagnia del manoscritto del Mattioli, rilegato; nell'ultima pagina del
quale, alla fine, era scritto: " Lascio questo libro a ricordo al mio paese natio -
A. Mattioli ". Semplicemente, così, senza farlo precedere né dalla qualifica, né
da titoli e neppure da una lettera.
Sotto il portico di San Francesco, in una di quelle bancherelle di venditori ambulanti di
libri, mi venne fatto di vedere una trentina di copie del Dizionario romagnolo del
nostro Mattioli. Interrogai il venditore per sapere come fosse venuto in possesso di essi
ed egli mi disse, che li aveva acquistati come fondo di magazzeno dalla Tipografia
Galeati. Ne presi una copia nuova e intonsa e la pagai L. 1,25 e per tale somma ne feci
fare acquisto ad altri miei amici.
Pensavo: come l'ingegno e la fatica vengono mal ricompensati da noi!
Così feci omaggio alla cara memoria del capitano Mattioli!
Ho poi saputo che in qualche paese dell'imolese, il Dizionario veniva dato come
premio ai migliori alunni alla fine dell'anno scolastico.
Oggi le copie, in questo risveglio degli studi folkloristici, sono ricercatissime e sono
salite ad alto prezzo, mentre l'autore dovette rimettere anche le spese di stampa di esso Dizionario!
Recentemente andai a trovare, in compagnia di un caro amico, il nuovo acquirente della
villa Malvezza, sig. Oreste Zanelli, ed avemmo la fortuna di trovarvi anche il
vecchio proprietario, il sig. Pietro Gottarelli, novantunenne. Ci confermò esso che la
villa viene ancor chiamata la Cà Negra. Ci disse come conoscesse molto bene
Tugnì di Gambè, così conosciuto il Mattioli in paese con tale sopranome. Anzi ci
raccontò l'episodio seguente:
"Quando il Mattioli aveva già stampato il Dizionario, lo vidi ad Imola ed il
Mattioli mi promise che me ne avrebbe volentieri regalato una copia. Allora io lo invitai
a portarmela alla Malvezza, che avremmo passato insieme una lieta giornata! Ma mi
sentii rispondere che mai avrebbe rimesso il piede a Castello.
Allora eccepii che la Malvezza non era Castello, ma solamente nel suo territorio".
Il Gottarelli concluse: "Il Mattioli non venne ed io non ebbi il Dizionario"
Ancora sotto lintonaco della villa, si trovano tracce della vecchia tinta,
specialmente allangolo destro della facciata a a nord.
La banderuola dei venti, a forma di uccello, che si trova sopra alla torretta sovrastante
la casa, è ancora quella che vi fece mettere il Mattioli.
Giovanni Bagnaresi

La villetta "La Malvezza", detta la "Ca' Negra". Si
trovava sulla via Casolana. La casa, danneggiata dalla guerra, fu demolita nei primi anni
'70 e sostituita da una anonima costruzione.
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