Il "grande vecchio" dei
libertari castellani
Aurelio Lolli, cent'anni di vita e di anarchia
Una testimonianza carica di umanità e saggezza che attraversa tutto
il Novecento.
La critica del militarismo, i ricordi della vecchia Castello, la fedeltà all'idea.
testo tratto da Sette Sere del 16 gennaio 1999
Castel Bolognese. Manca un anno al nuovo millennio,
ma lopinione pubblica non si scuote più di tanto. Cento anni fa, pur ignorando
quanto sarebbe accaduto, si guardava allavvenire con maggiore ottimismo e si
riponeva molta fiducia nel nuovo secolo. Nascevano "i ragazzi del 99" che,
dopo avere visto le stragi del 1917, avrebbero vissuto le tragedie più grandi del
900.
A Castel Bolognese ne sopravvive uno, Aurelio Lolli, che il 10 agosto prossimo compirà
100 anni (1). Vive solo, assistito da persone amiche o addette ai servizi
domiciliari. Ormai non esce più di casa anche se ha sempre desiderato godersi qualche
bella giornata di sole. Da buon anarchico ama la libertà tanto da rifiutare in modo
categorico di essere accolto in una casa di riposo. La sua grande abitazione comprende
lex negozio sulla via Emilia interna (ora sede del partito della Rifondazione
Comunista), dove ha svolto la professione di macellaio ereditata dal padre, e il
caseggiato che si affaccia sulla via Rondanini, attualmente sede della Biblioteca
Libertaria (2).
Aurelio rievoca il passato alternando episodiche amnesie a descrizioni dettagliate che
ancora lo coinvolgono emotivamente. I ricordi della prima giovinezza risvegliano gli
affetti famigliari, le immagini dei genitori e dei quattro fratelli che non sono più.
"La mia - egli dichiara - era una famiglia molto unita. In ogni famiglia sono
custoditi i valori piü importanti.
I genitori dovrebbero separarsi solo se non vanno daccordo in modo assoluto. Mia
madre era una donna molto brava; lavorava in casa, e in bottega quando il babbo andava a
Castel San Pietro a comprare gli agnelli. Ma era anche fortunata, perché noi figli
eravamo uno più buono dellaltro e aiutavamo i genitori".
Aurelio viene a contatto con gli anarchici quando, giovanissimo, frequenta losteria
di Piràt immortalata da Francesco Serantini insieme con i suoi numerosi avventori: gli
anarchici di Castello che avevano quasi tutti la barba (quella di Cavallazzi era
spampanata sul petto), portavano cappelli neri a larga tesa e cravatta nera a farfalla a
differenza dei socialisti che frequentavano losteria di Badone e si distinguevano
per la cravatta rossa. Conosce Armando Borghi, colonna del movimento anarchico
internazionale, sempre legato al natio Castello e alla sua gente.
Alletà di diciassette anni si trova alle prese con la chiamata alla leva condivisa
con "i ragazzi del 99". Il fronte di guerra italiano è in fibrillazione.
Aurelio, concluso il Car ad Alessandria, intuisce di essere spedito al fronte e prende la
decisione di scappare. I famigliari consapevoli dei pericoli a cui va incontro nella sua
posizione di disertore, lo persuadono a ripresentarsi. Il condono sperato gli viene
accordato solo dopo avere scontato alcuni mesi di carcere a Casale Monferrato, ai quali
segue la destinazione in Albania.
Dalla prima alla seconda guerra mondiale, passando per il ventennio fascista, Aurelio ne
vede di tutti i colori, conosce opportunisti e voltagabbana, ma in ogni evenienza rimane
sempre fedele alla sua idea anarchica senza farsi coinvolgere nella violenza.
Tra gli avvenimenti di quegli anni, che sono risultati i più demoniaci del nostro secolo,
sembra essere stato maggiormente segnato dallesperienza della Grande Guerra, perché questa ha
calpestato il fiore tenero della sua giovinezza e gli ha strappato Gianita, il fratello
maggiore caduto al fronte. In Albania ormai ci lasciava la pelle per essersi beccato la
malaria e poi la spagnola, non certo per fatti darme perché i superiori, forse
intuendo che non aveva la stoffa del soldato, lo occuparono prevalentemente nel servizio
di cucina facendogli fare il macellaio come a Castello.
Il militarismo del nostro secolo, nelle argute rievocazioni di questo mite anarchico,
appare insieme buffo e crudele. Aurelio descrive come egli stesso lo abbia subìto con
un'efficacia che non si riscontra comunemente in un autodidatta. Ha conseguito solo la
licenza elementare, ma tiene a precisare: "Ho studiato per conto mio ed ho letto 'I
Miserabili' e i 'Promessi Sposi', che sono i romanzi più belli in assoluto". Egli
stesso si è cimentato nella stesura di un romanzo, ove ha trattato le sue idee di
giustizia e libertà, e lo ha affidato alla custodia della Biblioteca Comunale di
Castello. Il titolo, "Linfinito", non allude ad esiti metafisici del suo
percorso: "Il romanzo lho intitolato così solo perché credevo di non finirlo
mai". Daltra parte lanarchico castellano non ha mai avuto alcun
ripensamento della sua concezione laica della vita. Il prete è rispettato perché si
tiene rispettosamente lontano; solo nel passato ce ne fu uno che frequentava la sua casa:
"Era un mio cugino di Riolo, che aveva indossato labito talare. Si fermava da
noi a Castello, si cambiava dabito, attaccava al cavallo i finimenti più buoni e
insieme con mio fratello andava a visitare i casini di Faenza".
Ad un castellano verace giunto alla soglia dei cento anni, è inevitabile chiedere quale
sia la cosa più bella che ricordi del vecchio Castello: "La torre - risponde senza
esitazione - perché era veramente caratteristica: avrebbero dovuto ricostruirla net dopoguerra", poi, non senza ingenuità, aggiunge:
"Forse ci sarebbero voluti troppi soldi e sarebbe stato necessario il contributo di
altre nazioni".
Cerchiamo allora di rinfrescargli la memoria del potere dacquisto della moneta,
domandandogli quanto chiedeva ai clienti nel dopoguerra per una bistecca, che tra non
molto pagheremo in euro: "Con cento lire risponde - si poteva acquistare una buona
bistecca... Di euro ho sentito parlare, ma non so che cosa voglia dire... E forse
una moneta nuova? Non mi meraviglio, è successo tante altre volte che abbiano cambiato la
moneta". Dopo alcuni istanti di assenza, con lo sguardo rivolto alla finestra che dà
sul cortile, riprende la parola: "Anarchico è il pensiero, verso l'anarchia va la
storia. Credo che questa frase l'abbia scritta Giovanni Bovio. Lo citavano tutti gli
anarchici di allora".
Oggi, alle soglie del Duemila, ha ancora senso quella frase? "Io la dico
ancora", ribatte l'indomito centenario.
Stefano Borghesi
(1) Aurelio Lolli è morto il 30 maggio 1999, a poco più di due mesi dal
centesimo compleanno.
(2) Dal novembre del 2006 la Biblioteca Libertaria "Armando
Borghi" si è trasferita nei locali siti in via Emilia Interna 93/95, dove, all'epoca
in cui fu scritto questo articolo, si trovavano la Sede del PRC e l'abitazione di Aurelio
Lolli.
(note a cura di Andrea Soglia, aprile 2010)