Primo Bassi (1892-1972)

http://www.castelbolognese.org/wp-content/uploads/2013/09/primobassi1.jpg (40358 byte)Nasce a Castel Bolognese (RA) il 17 novembre 1892 da Battista e Giulia Venturi, operaio. Con ogni probabilità a cavallo del secolo, la famiglia si trasferisce a Imola. Il padre è lavorante di vimini, la madre venditrice ambulante di tessuti. Dopo aver frequentato le scuole elementari, il suo carattere generoso e sensibile lo porta a partecipare, giovanissimo, alle lotte agrarie che agitano la vita sociale della cittadina, nel corso delle quali si cerca di impedire alle trebbiatrici “gialle”, accusate di crumiraggio, di uscire dalle rimesse. Assunto in qualità di operaio alla Vetreria imolese, nel 1913 è abbonato al mensile anarcosindacalista imolese “Il Pungolo” e diffusore del settimanale “L’Agitatore”. Richiamato sotto le armi nel 1913, conosce Aldino Felicani, redattore del periodico antimilitarista “Rompete le file!”. Influenzato dalle teorie herveiste, B. cerca di svolgere, fra mille difficoltà, propaganda sovversiva nell’esercito. Congedato nel 1919 con la qualifica di tiratore scelto, e presto diventato uno degli anarchici più influenti del circondario, entra a far parte della CdC dell’UAER e della direzione dell’USI imolese. Sempre attivo nella vita del movimento, frequenta la casa di L. Fabbri e stringe forte amicizia con Augusto Masetti. Tipico elemento dell’anarchismo imolese, proletario e popolano, aderente nella sua quasi totalità alla corrente organizzatrice e “malatestiana” del movimento, B. uniformerà la sua intera attività militante ai principi sociali dell’anarchismo, mantenendo sempre una profonda coerenza con i postulati di libertà ed emancipazione. Il 10 novembre 1919, durante un comizio socialista nel teatro, prende la parola in contraddittorio con i socialisti Anselmo Marabini, Nicola Bombacci e Romeo Galli e il 4 gennaio successivo, nello stesso teatro stipato di pubblico, introduce il comizio di Malatesta, da poco rientrato in Italia. Collabora regolarmente al settimanale regionale “Sorgiamo!” di Rimini e, in numerose conferenze e comizi, parla diffusamente della rivoluzione russa e delle possibilità rivoluzionarie in Italia. Nel maggio 1920, con Diego Guadagnini, assume la direzione del settimanale che si trasferisce a Imola. “Sapeva scrivere bene, aveva un discreto gusto per l’impaginazione del giornale, serietà, sapeva eliminare tutti gli scritti demagogici” ricorda Nello Garavini nelle sue memorie inedite. Fra i primi oppositori del nascente fascismo, fa propria la determinazione, comune agli anarchici imolesi, di opporsi decisamente alle violenze delle squadracce e, nel dicembre 1920, armato di una mitragliatrice assieme a un folto gruppo di compagni, blocca sul nascere il primo tentativo di assalto squadrista a Imola; negli anni successivi dovrà, comunque, più volte fronteggiare e subire la violenza dei seguaci di Mussolini. Dal gennaio 1921 il “Sorgiamo!” cessa di avere carattere regionale e diventa l’organo degli anarchici di Imola e Massalombarda. B. vi collabora assiduamente firmandosi spesso con lo pseudonimo “Wania”: numerosi gli argomenti che tratta, dall’antimilitarismo al sabotaggio, dall’avanzare del fascismo alle lotte agrarie, dal sostegno alle vittime politiche al problema della violenza statale, da Tolstoi (nel 1920 aveva messo nome Leone al figlioletto in omaggio allo scrittore russo), ai tragici avvenimenti del Diana. Il 9 luglio 1921 esce l’ultimo numero da lui diretto, con il premonitore editoriale: La nostra passione e la sera successiva, al termine di una giornata di provocazioni squadriste, mentre si trova nella birreria Passetti, è riconosciuto come uno degli esponenti più in vista del sovversivismo imolese e, come tale, assalito da una quindicina di fascisti. Riuscito a divincolarsi e a guadagnare fortunosamente l’uscita, per difendersi estrae la pistola nascosta nella cintura e ferisce, volutamente alla gamba, uno degli aggressori. Inseguito da squadristi e carabinieri che lo bersagliano di pallottole, viene dapprima condotto in ospedale, per curarsi delle botte ricevute e di una ferita di striscio e quindi arrestato. Accusato della morte di un simpatizzante fascista che si trovava nella birreria, è trasferito nel carcere di San Giovanni in Monte. Durante la notte le squadre di fascisti concluderanno la loro giornata di violenze, devastando e incendiando la sede anarchica e dell’USI. In ottobre, in concomitanza con la marcia su Roma, si apre il processo. B. è difeso da F.S. Merlino e Genuzio Bentini, mentre l’accusa è rappresentata dagli avvocati Oviglio (futuro ministro di Grazia e Giustizia) e Tomaso Casoni, segretario del Partito Popolare Imolese. Nei giorni del dibattimento, svoltosi in una pesante atmosfera intimidatoria e alla presenza di un pubblico esclusivamente fascista, vengono aggrediti il fratello, la moglie e uno zio. Nonostante le prove lo scagionino e le perizie balistiche escludano che il colpo mortale sia partito dalla sua arma, viene condannato a 20 anni, sei mesi e 28 giorni, fra il tripudio della stampa fascista che, pur lamentando che “non [sia stato] incarcerato anche Merlino, rimbambito ed istigatore morale di tali delinquenti”, saluta il “giustissimo” verdetto. A riprova della stima che B. gode all’interno del movimento operaio e del proletariato non solo imolese, si registra la piena solidarietà di tutte le forze sovversive. L’”Avanti!” e “L’Ordine nuovo” parlano, rispettivamente, di “feroce” e “infame” sentenza. Incondizionato è il sostegno dei compagni e il “Sorgiamo!”, nel definire B. una bandiera, scrive che la sua liberazione è un impegno d’onore degli anarchici imolesi. Trasferito nel 1923 nel carcere di Castelfranco Emilia, dove divide la cella con l’anarchico imolese Angelo Errani, riceve il sostegno economico del Comitato di Difesa Libertaria, coordinato dal “Libero Accordo”. Tutte le pubblicazioni anarchiche ancora in circolazione agitano il suo caso e lo stesso Oviglio chiede per lui, nel frattempo trasferito ad Ancona, quattro anni di indulto. Nell’agosto 1925 i giurati che avevano pronunciata la condanna, firmano un documento con il quale ne riconoscono la sostanziale innocenza e invocano un provvedimento di grazia. Anche la famiglia dell’ucciso affermerà, a più riprese, di non credere nella sua colpevolezza, tanto che, a scarcerazione avvenuta, numerose saranno le amichevoli occasioni d’incontro. In seguito al condono del 1925 e all’indulto del 1928, la pena scade l’8 ottobre 1929, ma B. viene dapprima trattenuto in carcere in quanto ritenuto pericoloso, e poi assegnato per tre anni al confino a Lipari, ove giunge il 20 dicembre, raggiunto dalla moglie e dal figlio. A Lipari si impiega come cameriere e conosce Luigi Galleani. Il 7 ottobre 1932 viene finalmente rilasciato con foglio di via per Faenza, ove risiede il fratello Terzo, che lo accoglierà nella sua officina di meccanico. Nel settembre 1933 si trasferisce nuovamente a Imola, nella casa appartenuta al fratello Secondo, anarchico anch’esso costretto ad emigrare in Francia nel 1927, e inizia l’attività di ambulante di frutta e verdura, in parte coltivata nel suo orto. Nel novembre 1934, avendo “tuttora idee contrarie al regime” viene munito di carta d’identità quale “sospetto in linea politica” e il 22 gennaio successivo, in forza della circolare ministeriale che vieta ai condannati per uccisione di fascisti di risiedere nella provincia ove è avvenuto il fatto, gli si intima di cambiare residenza. Il giorno stesso B., pressato dalle angustie economiche e nell’impossibilità di mantenere la famiglia, invia una lettera all’autorità governativa chiedendo di rimanere a Imola, ma il prefetto di Bologna si dichiara contrario e con foglio di via obbligatorio lo trasferisce a Faenza. Anche una seconda richiesta, nella quale si proclama ancora innocente, è respinta. Dal gennaio 1936 si trasferisce nella vicina Castel Bolognese, in casa di un’anziana anarchica, ma in realtà risiede a Imola, rientrando solo quando i compagni del luogo lo avvisano che i carabinieri lo stanno cercando. Solo nel febbraio 1943 potrà rientrare ufficialmente a Imola, città nella quale, nonostante la vigilanza, aveva comunque tenuto contatti con gli elementi antifascisti fra il 1935 e il 1939, facendo della propria abitazione imolese la sede delle riunioni anarchiche clandestine dove i convenuti (tra questi Enea Camaggi, Andrea Gaddoni e Cesare Fuochi) potevano recarsi grazie alla copertura offerta dal mestiere di camiciaia della moglie. All’indomani del 25 luglio 1943, B. è l’elemento più rappresentativo e attivo dell’anarchismo locale e la sua casa, frequentata, tra gli altri, da Attilio Diolaiti e Massenzio Masia del pda, è sempre più un centro di attività antifascista e di ricostruzione del movimento anarchico. L’11 gennaio 1944 è arrestato dalla milizia fascista e rinchiuso nella Rocca d’Imola, per essere poi rilasciato dopo pochi giorni. Partecipa a tutte le riunioni clandestine del CLN locale, approfittando anche del permesso di circolare in bicicletta per la provincia come venditore ambulante. A testimonianza del peso che il movimento anarchico ha nella cittadina romagnola, e della stima generale di cui gode negli ambienti dell’antifascismo istituzionale, dopo la liberazione il CLN lo nomina assessore alla questione alimentare, carica che manterrà fino alle elezioni del 1946. Nel 1945 esce il suo opuscolo Lettere clandestine dalle case di pena, dove ricorda le sofferenze patite negli anni passati. Su proposta del socialista Romeo Galli, viene poi nominato direttore del ricovero comunale. Come sempre, B. si prodiga nella riorganizzazione dell’ancora vitale movimento anarchico. In giugno partecipa al Congresso interregionale della FCLAI e il 9 dicembre parla a Bologna sulla situazione politica in Spagna.

primobassi2Nel 1946 tiene conferenze a Imola, Faenza e Castel San Pietro, pubblica articoli sull’autonomia comunale, collabora al periodico romagnolo “L’Aurora”. Nel marzo 1947 partecipa al II Congresso della FAI a Bologna, nel corso del quale diviene membro della CdC e il 5 settembre 1948, introduce a Imola il convegno dei Gruppi anarchici romagnoli. Nel 1948 e nel 1949 tiene numerose conferenze in tutta la Romagna, affrontando i temi, a lui particolarmente cari, delle autonomie comunali e dell’antimilitarismo. Nel novembre del 1950, per la denuncia di una ospite del locale ospedale psichiatrico, manovrata da un componente comunista del consiglio di amministrazione del ricovero, viene arrestato con l’accusa di molestie sessuali. Appare subito evidente la montatura politica, tanto che “La Scintilla socialista” scrive in sua difesa. B. riceve l’incondizionata solidarietà morale ed economica di tutti gli anarchici italiani e italoamericani. Nel giugno 1952, come prevedibile, viene assolto con formula piena ma “il sordido malcostume […] di un preteso comunismo” (“Umanità nova”, 20 ago. 1952) fa sì che non riacquisti la direzione del ricovero. Riprenderà quindi il vecchio e povero mestiere di ambulante, e la sua lunghissima barba, il suo caratteristico carretto pieno di verdure, il suo fedele cagnolino torneranno a circolare, ogni giorno, per le vie cittadine. Restituito anche all’attività politica, interviene al V Congresso della FAI a Civitavecchia nel marzo 1953 e al Convegno nazionale di Livorno nel maggio 1954, nel quale viene riconfermato membro della CdC. Oltre a partecipare assiduamente all’attività del gruppo imolese, continua la collaborazione a “Umanità nova”, con articoli sull’amnistia per le vittime politiche, ancora sulle autonomie comunali, l’anarchismo nel movimento operaio, le lotte nella Russia zarista. Il 18 dicembre 1955, in rappresentanza della CdC, introduce nel teatro Goldoni di Ancona il comizio commemorativo della Settimana rossa, a cui intervengono gli anarchici A. Borghi, Sabino Sabini, Randolfo Vella, Umberto Marzocchi, e oratori socialisti e repubblicani. Dopo aver portato i saluti di Augusto Masetti, non rinuncia a entrare in aperta e diretta polemica con il direttore di “Rinascita” Palmiro Togliatti, e con il senatore del PCI Ottavio Pastore. Lo ritroviamo al vi Congresso della FAI, tenutosi a Senigallia nel novembre 1957, dove viene chiamato alla presidenza, poi al Convegno di Pisa del dicembre 1958 e a Bologna, nel maggio 1965, al Convegno nazionale. Nel momento della scissione dalla FAI dei gruppi che poi daranno vita ai GIA, B. e il gruppo anarchico imolese, pur rimanendo nella Federazione, cercheranno di ricomporre i dissidi venutisi a creare e lavoreranno a lungo, pur senza risultati, per creare le condizioni di un ricongiungimento dei due filoni dell’anarchismo italiano. Sempre attivo e presente nelle attività del movimento locale, dove la sua figura resta quella di guida intellettuale e di esempio morale, collabora regolarmente al “Bollettino Interno” e al settimanale della FAI. Fino alla morte il suo alto e coerente senso etico dell’anarchismo trova corrispondenza nella vita privata come in quella pubblica. Si spegne il 5 agosto 1972, e i suoi funerali sono in forma civile. Gli anarchici imolesi scriveranno che con lui “scompare l’animatore più tenace dell’anarchismo in Romagna, l’idea che noi, ancora giovinetti, abbracciammo spinti dal calore appassionato della sua propaganda”.

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; ASFAI, Fondo Anarchici Imolesi; BLAB, Fondo Nello Garavini; ivi, N. Garavini, Testimonianze; Testimonianze orali di Cesare Fuochi e Leone Bassi raccolte da T. Marabini, Imola, dic. 2002.

BIBLIOGRAFIA: Scritti di B.: Lettere clandestine dalle case di pena, Imola 1945; L’Anarchismo nel movimento operaio, “UN” 14-21-28 feb., 7-14 mar. 1965; Anarchici e resistenza antifascista, in Imola Medaglia d’Oro, Imola 1985. Scritti su B: “Almanacco libertario pro vittime politiche”, Ginevra 1929; Ci, Imola Nostra…, N. Galassi, Imola dal fascismo alla liberazione 1930-1945, Bologna 1995; L. Fabbri, Luigi Fabbri. Storia di un uomo libero, Pisa 1996, ad indicem.

T. Marabini – M. Ortalli

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