Vincenzo Lama (1866-1961)

http://www.castelbolognese.org/wp-content/uploads/2013/09/vincenzo_lama.jpg (43885 byte)Nasce a Faenza (RA) il 5 dicembre 1866 da Pietro e Domenica Drei, calzolaio. Detto Bosca. La famiglia si trasferisce presto a Solarolo (RA) e poi nel 1875, quando egli ha circa 9 anni, a Castel Bolognese (RA). Qui vivrà la maggior parte della sua esistenza. Compie solo le prime classi elementari. Dopo avere appartenuto per qualche tempo al partito socialista aderisce all’anarchismo, di cui diventa un attivo militante. Anarchico sarà anche il fratello Paolo. È una delle figure più note fra gli anarchici castellani della prima generazione, grazie anche alla rappresentazione che ne ha lasciato lo scrittore Francesco Serantini in alcuni sui racconti, originariamente apparsi sul quotidiano “Il Resto del Carlino”. È zoppo per una sciatica. La sua attività militante nel movimento libertario è documentata a partire dagli anni Novanta. Esercita una discreta influenza sui compagni, ma limitata all’ambito strettamente locale. Nelle carte di polizia viene definito “di carattere vivace e provocante”, dotato di “discreta educazione, molta intelligenza e poca coltura”. Nel 1892 fa parte del gruppo di dieci anarchici intransigenti che escono dal Circolo di Studi Sociali di Castel Bolognese (a cui partecipavano socialisti, repubblicani e anarchici), per solidarietà con Raffaele Cavallazzi, accusato di “atteggiamento autoritario” ed espulso, perchè ha cercato di contrastare la linea riformista e gradualista del socialista Umberto Brunelli e di spostare il Circolo stesso su posizioni più radicali. Il 1° luglio 1894 presta la sua abitazione per una riunione clandestina a cui, oltre a diversi castellani, prendono parte anarchici provenienti da Imola (tra cui Adamo Mancini) e da alcune località della provincia di Ravenna. La riunione va inquadrata in una serie di incontri fra gli anarchici romagnoli, molti dei quali tenuti a Castel Bolognese per la sua favorevole collocazione geografica, che si svolgono nel corso di tutto il 1894 per discutere sulle misure da prendere nei confronti delle leggi repressive introdotte dal governo Crispi. Viene proposto per il domicilio coatto ma la Commissione provinciale sospende la denuncia e non prende alcuna deliberazione. Verso la fine dello stesso anno viene processato insieme ad altri 6 anarchici castellani (Raffaele Cavallazzi, Francesco Budini detto Patacò, Ugo Biancini, Giovanni Borghesi detto Sablì, Pietro Mariano Scardovi detto Càcher e Pietro Garavini detto Piràt) per il delitto di “associazione a delinquere”, e il 7 dicembre 1894 il Tribunale di Ravenna lo condanna a diciotto mesi di reclusione e a successivi due anni di sorveglianza speciale della P.S. Torna in libertà nel gennaio del 1896, dopo avere scontato la pena, ma il successivo 20 marzo viene arrestato per contravvenzione alla vigilanza speciale e poi condannato ad altri 32 giorni di carcere. Nel luglio 1900 firma una protesta pubblicata su “L’Agitazione” di Ancona, in solidarietà con gli anarchici anconetani processati per “associazione sediziosa”. Il 20 settembre 1900 viene arrestato e denunciato all’Autorità Giudiziaria quale uno dei componenti il nucleo organizzatore del Gruppo socialista-anarchico di Castel Bolognese, sciolto d’autorità nel clima repressivo seguito al regicidio di Bresci, ma il successivo 1° ottobre gli viene concessa la libertà provvisoria, e in seguito viene prosciolto dall’accusa di “associazione sediziosa”. Nel nuovo secolo, durante l’epoca giolittiana, può condurre una vita meno tormentata e meno esposta alle persecuzioni delle autorità. Lavoratore assiduo, il suo banchetto di calzolaio diventa un centro di discussioni e di propaganda. Attira anche i bambini del paese, dai quali sa farsi amare, e che restano ad ascoltarlo per ore senza annoiarsi mentre racconta “infinite storielle”, tutte con “un fondo umano e sociale” (come ricorda l’anarchico Nello Garavini nelle sue Testimonianze). A partire dal 1915, pur continuando a professare principi anarchici e a frequentare la compagnia di sovversivi, non viene più considerato pericoloso dalle autorità. Peraltro la sorveglianza nei suoi confronti non cessa fino al 1930, quando viene proposta la sua radiazione dallo schedario dei sovversivi. Durante l’epoca fascista mantiene un atteggiamento di ferma opposizione e la sua bottega di calzolaio costituisce un punto d’incontro per molti antifascisti. Nel gennaio 1938, con il figlio Bindo (anarchico in gioventù, poi comunista), si trasferisce a Bologna e in seguito a Imola. Muore a Imola il 24 ottobre 1961. Per volontà della famiglia è sepolto a Castel Bolognese.

Gianpiero Landi

FONTI: ACS, CPC, ad nomen; BLAB, Fondo Anarchici castellani; N. Garavini, Testimonianze, dattil. inedito; BCDP, Fondo Pietro Costa; Lama Vincenzo (“Bosca”), “Umanità Nova”, a. XLI, n.44, 29 ottobre 1961; P.C. [P. Costa], Figure che ci lasciano.”Bosca”, “La Torre” (Castel Bolognese), novembre 1961.

BIBLIOGRAFIA: F. Serantini, Bischetto da calzolaio, in Id., Racconti,a cura di G. Maramotti Bosi, Bologna, Calderini, 1970; P. Costa, Un paese di Romagna. Castelbolognese fra due battaglie (1797-1945), Imola, Galeati, 1971; Id., Comune e popolo a Castelbolognese (1859-1922), Imola, Galeati, 1980; O. Diversi, Dall’ultima trincea tedesca sul Senio. Castelbolognese 1943-1980, Imola, Galeati, 1981; Castelbolognese nelle immagini del passato, Imola, Galeati, 1983; Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945), Castel Bolognese, Grafica Artigiana, 1984.

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