Angelo Donati (1902-1985)

La scomparsa di Angelo Donati

di Stefano Borghesi

Angelo Donati è deceduto a Bolzano il 28 dicembre [1985]. La salma, traslata a Castelbolognese, è stata tumulata nel Cimitero locale dopo un rito funebre celebrato nella chiesa del Cappuccini. Era nato a Castelbolognese il 30 luglio 1902.
Pubblicista, critico letterario, ha dedicato alcuni saggi a Nettore Neri, Alfredo Oriani, Giovanni Pascoli e ha pubblicato diverse raccolte di poesie: Cetra e Zampogna (1940), I canti della Fede (1942), Le note dell’arpa (1943), I canti della mia terra (1954), E l’allodola cantò (1973).
Militò giovanissimo nelle file del movimento cattolico, che si ispirava al can. Angelo Bughetti e fu tra i fondatori delta sezione locale della Democrazia Cristiana. Documento di queste esperienze è il suo scritto più noto, pubblicato nel 1977: “Sul Senio il fronte si è fermato. Castelbolognese 1943-1945”, un diario dei drammatici mesi di guerra vissuti dal Donati net suo paese, corredato d’una appendice sul movimento cattolico castellano (1919-1948).
Angelo Donati si è spento a Bolzano dopo l’ultimo viaggio di ritorno dal natio Castello. Ancora un’estate serena tra gli amici di sempre, nella sua Romagna un rimpatrio che soprattutto negli ultimi anni gli leniva l’amarezza della cecità e del forzato abbandono degli studi. Poi la partenza, ritardata dalle avvisaglie di un male che a poco a poco l’ha sprofondato in un lungo sonno senza risveglio. Un “tramonto invernale” come quello “cantato nelle Note dell’arpa”: “Dispare in un cielo di zinco / il sol dietro negre montagne / insaccato: un ciclopico maniero / rinserra ormai il gigante di fuoco/ che ha compiuto ii suo giro. / Sol le Dolomiti pallide danno manate / di rose agli ultimi sprazzi / del Re della Luce…”.
A Bolzano Angelo Donati era venuto nel 1934 ad occupare un posto di insegnante elementare tra una schiera di maestri, al quali si voleva affidato il compito di una “italianizzazione” forzata dell’Alto Adige. Donati non si vergognava di ciò: ne parlava con distacco e con ironia, quasi si trattasse di una corvée che, in fondo, gli aveva dato la gioia di fare nuove esperienze nella regione delimitata dal Brennero, il confine naturale riconosciuto all’Italia non senza contestazione. Scriveva più tardi: “Troppi incensi abbiamo bruciato dinanzi alle are fumose dell’Uomo. In troppe fedi abbiamo giurato certezza. E siamo stati delusi”.
In Alto Adige, dove si è formato la sua famiglia, Donati profuse le migliori energie per la scuola (è stato insignito di medaglia d’oro dell’Istruzione) e per la difesa del gruppo etnico italiano che, nel dopoguerra, si vedeva progressivamente scavalcato dalle pretese insaziabili dei “crucchi”. Acceso pubblicista, non mancò di usare la penna come una sferza contro tali pretese, convinto assertore della convivenza pacifica tra i diversi gruppi etnici e antesignano di quella battaglia contro l’emarginazione della minoranza italiana che Sebastiano Vassalli, nel suo discusso libro “Sangue e suolo”, ha recentemente rinfacciato alla politica di Silvius Magnago.
Ma Donati aveva la sua “Heimat” in Romagna, a Castello, dove desiderava abbandonarsi alla ricerca di un altro se stesso bambino, a contatto con la sua terra e la sua gente rozza e istintiva, che tuttavia sapeva ispirargli immagini di una poesia tenera e appassionata.
La poesia fu da lui sentita come “finestra fiorita da un rosato germoglio affacciato da poco alla vita”, canto della giovinezza che, come l’allodola, “s’innalza sul duro calanco ove sol la ginestra fiorisce… e chiama la luce che è vita”. Non senza esagerazione fu definito da un critico “cantore della fiera e ardente Romagna”. Dal mito del poeta vate è stato forse sfiorato nella giovinezza: salutare è stata comunque la scoperta della sua vacuità. Un compito troppo impegnativo, d’altra parte, per Donati che, come personaggio, sembrava incarnare di più il tipo del naïf di stampo romagnolo e che cantava la sua terra con la stessa sensibilità del Pascoli tanto amato, in sintonia con la poetica del “fanciullino”. Il maestro di Bolzano indossava soprattutto a Castello l’abito più aderente alla sua misura: una simpatica negligenza, una distrazione talora clamorosa, una timidezza sottintesa da un brusco gestire e da una parlata nervosa. Un aspetto esteriore che permetteva a pochi di carpire il segreto della sua persona; un taglio rozzo che custodiva un intimo candore e un mondo di sentimenti contesi tra il panico e l’esaltazione, tra la malinconia e l’intuizione di immagini luminose. A molti è apparsa spesso sorprendente la bellezza della prosa che, non meno dei versi, ha saputo portare i sentimenti ad una nota altissima.
Si è addormentato per sempre quando un’estate che non sembrava più finire ha bruscamente ceduto alle brume autunnali. Una fine preannunciata nelle “Impressioni novembrine”, l’ultima poesia in vernacolo dettata come congedo agli amici. A chi lo assisteva negli ultimi momenti di lucidità ha lasciato l’impressione di abbandonarsi rassegnato al suo destino. La morte, di fronte alla quale aveva spesso manifestato una paura istintiva, cessava di occupare i suoi pensieri. Era quasi riuscito ad esorcizzarla e ad avere con lei una ironica confidenza: se la sentiva venire appresso nell’aspetto malinconico ma innocuo della “Jacmèna”, la “Giacomina” creata dall’immaginazione popolare.
Anche l’allodola di Angelo Donati ha ora cessato il suo canto: dall’”esilio del suolo”, in cui è piombata, “ha il tormento di tornare lassù, presso il sole, come anima in pena”.

(tratto da Il Nuovo Diario Messaggero, 4 gennaio 1986)

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