Antonio Mattioli (1813-1882)

Mi hanno sempre interessato le vicende della vita di questo mio compaesano: prima, per l’aria di mistero che accompagnò la sua lontananza dal paese nativo; secondariamente per certi tratti salienti della sua esistenza, in cui apparve l’homo novus, foggiato dal dominio francese e formatosi alla scuola del D’Azeglio e, finalmente, raccomandabile alla memoria dei compaesani, quale autore del Dizionario romagnolo, che può stare a pari, se non è superiore, ai dizionari consimili, compilati dal Morri e dall’Ungarelli.

Nacque Antonio Mattioli in Castel Bolognese, da Emilio e da Angela Carpeggiani, il 16 agosto del 1813. Assolti in paese gli studi grammaticali, rettorici e filosofici, mentre stava per entrare alla Università di Bologna, il moto del ’31 lo attrasse e lo prese tra le sue spire, indirizzandolo per altra via, come suol succedere in agitati tempi alle persone di vivace ingegno. Questo moto prevalentemente emiliano, fu sentito profondamente da noi e se l’esito non fu pari alle speranze concepite, si deve ascrivere a pochezza di preparazione, non a pavidità di animi. Il Governo, con sede a Bologna, non fu all’altezza del compito suo, ma la disfatta è comprensibile, quando si pensi che fu una illusione dei nostri il credere che la Francia non permettesse all’Austria di intervenire, quando aveva già ricevuto l’assenso dell’Europa.

Qui in Castel Bolognese era stato, parecchi giorni del febbraio 1831, Luigi Napoleone e alcuni ricordavano di averlo veduto passeggiare sotto le loggie dei portici verso sera e sapevano che aveva dormito in casa Budini, in Piazza Fanti dietro il Suffragio.

Tre furono le spedizioni militari, che di quì partirono per quel glorioso movimento, che fu la prima scossa patriottica che agitò l’Emilia dopo il ’21 e il ’24. Ventidue volontari marciarono il 10 febbraio, unitamente agli imolesi, sotto il comando del cav. Pasotti, e di questa spedizione faceva parte il nostro Mattioli. Altri quindici, pure da Imola, ne partirono il 28 febbraio sotto il comando del colonnello Ferrari. E il 14 di marzo, alle ore quattro pomeridiane, altri diciassette si ingaggiarono nell’armata che si ritirava su Ancona.  Questo si rileva dai documenti dell’archivio comunale e tra questi vi era il mio caro nonno materno Giacomo Fanelli e i tre suoi fratelli: Sebastiano, Dionisio e Sante.  In cinquantadue dunque si trovarono sotto le insegne del generale Zucchi, quando il 26 marzo fu ceduta Ancona. Verosimilmente alcuni si dovevano trovare sotto le insegne del generale Sercognani che intanto stava occupando le Marche, dalle quali lanciava infiammati proclami di resistenza.

Come si è detto, fu un moto profondamente sentito dai paesi e dalle Città di Romagna. Per Castel Bolognese si aggiungeva un atto di deferenza, quale fu quello decretato dal Vicini, capo del Governo, di ritornare, come aveva già fatto Napoleone, Castel Bolognese dalla Legazione di Ravenna a quella di Bologna.

Dalla narrazione storica del viaggio della prima Compagnia della Guardia Nazionale di Reggio Emilia, scritta dal suo capitano, si rileva che le accoglienze ricevute ad Imola il 19 marzo, il 20 a Castel Bolognese e così a Faenza, Forlì, Cesena fino a Rimini, furono larghe spontanee e che lungo tutto il percorso romagnolo la Compagnia ebbe dimostrazioni di gioia e di riconoscenza. Per avere preso parte al movimento, il Mattioli dovette tralasciare gli studi. Intanto che si maturavano gli eventi, egli badava alla sua piccola proprietà agricola, che gli dava da campare in una certa dipendenza economica. Aveva una piccola villa, chiamata la Malvezza , distante un due chilometri da Castel Bolognese, dove era un piccolo roccolo e lì, tra gli uccelli e la cura dei fiori, le due passioni, che conservò fino agli ultimi ani della sua vita, trascorreva il tempo, rimanendo in contatto coi patrioti non solo di quì ma anche della vicina Imola.

Nell’agosto del 1843 accadde moto di Savigno, capeggiato dai fratelli dott. Pasquale e Saverio Muratori e nel quale una squadra della banda era comandata dal castellano Marzari Giovanni. Quando la banda si sciolse, dopo l’uccisione del capitano Castelvetri, una parte di essa cercò riparo in Toscana e per vie traverse arrivò fino a Livorno e così poterono imbarcarsi il conte Oreste Biancoli di Bagnacavallo di anni 34, il marchese Pietro Pietramellara di anni 35, Tanari Sebastiano di anni 28 di Bologna ecc. 

Ma una parte di essa banda, quantunque meno numerosa, si buttò verso la Romagna, propriamente detta, e arrivò ai Casoni di Sassoleone e di lì pervenne al monte detto Fagiuola, al confine delle provincie di Ravenna, Bologna e Firenze e per Sommo Rio e sant’Apollinare, cercò di avvicinarsi alla bassa.

Dopo parecchi arresti fatti a Palazzuolo, di appartenenti al movimento, la banda si disperse. 
Ho sempre udito da fonti attendibilissime, che qui rimasero parecchi giorni nascosti i fratelli Muratori, prima che potessero sicuri riparare a Livorno e di lì imbarcarsi.

Ma spento un focolare di rivolta, ne sorgeva un altro. Infatti poco dopo avvenne il tentativo Ribotti. Ernesto Masi nel libro Il Segreto di Carlo Alberto. Cospiratori in Romagna dal 1815 al 1859. Bologna, Zanichelli, 1890, pagg. 261, ne parla così:

“Più strano del tentativo del Muratori è quello che lo seguì nel settembre dell’anno stesso, poco dopo che da Napoli, era tornato a Bologna”.
“In una villa fra Imola e Castel Bolognese dovevano riunirsi tre cardinali: L’Amat, il Falconieri ed il Mastai, che fu poi Pio IX. Al Ribotti parve di tentare il colpo ardito, sorprendere i tre eminentissimi, sostenerli in ostaggio: sollevare quindi le Romagne, le Marche, l’Umbria e marciar dritti su Roma. L’8 settembre, a notte chiusa, s’adunano in non più di centocinquanta, armati alla meglio alla peggio e s’avviano ad Imola. Dovevano per via trovare altri aiuti, ma nessuno comparve”.
“A Castel Bologneese lo stesso. Nella villa dei tre cardinali, la gabbia aperta i tre cardellini volati via”. 

Erano: l’arcivescovo di Ravenna, Chiarissimo Falconieri; il legato Amat ed il vescovo d’Imola Mastai Ferretti; che dovevano essere sorpresi e fatti prigionieri dalla banda del nizzardo Ignazio Riibotti che, ritornato dalla Spagna il 18 agosto 1843 a Livorno, era entrato con pochi nello stato pontificio.

La villa pare che fosse il cosiddetto palazzo Orsoni, una villa posta a Casalecchio di Castel Bolognese, ora di proprietà dei conti Ginnasi; altri dicono che fossero le Torri, la villa dei marchesi Zacchia di Castel Bolognese e posta in villa Vezzano presso Riolo ed altri ancora che si trattasse della villa Turano di proprietà del vescovo d’Imola: ma l’impresa non riuscì e i più compromessi trovarono scampo in Toscana e a Livorno poterono imbarcarsi per la Corsica, il refugium peccatorum d’allora, come lo chiamava Massimo D’Azeglio.

Mi hanno sempre contato i vecchi patrioti che una parte dei congiurati, prima di tentare l’impresa, erano nascosti nella villetta della la Malvezza, di proprietà di Antonio Mattioli. 
“In quel momento – dice il Masi – appunto il D’Azeglio, un po’ da artista, un po’ da cospiratore, percorreva a piccole giornate le Marche e le Romagne”. Intanto nel 1846 era avvenuta l’elezione del Mastai a Pontefice e, dopo l’amnistia pacificatrice, sorse il fatidico ’48 e il nostro Mattioli, col grado di sottotenente, potè marciare sotto il comando del generale Giovanni Durando, comandante delle truppe pontitificie nel Veneto. Egli faceva parte di una delle due Compagnie di Castellani, che dapprima formavano un corpo franco e che poscia furono aggregate al battaglione del Basso Reno. Si trovò a Vicenza e si distinse nel fatto d’arme di Porta Santa Lucia, nel quale rimase leggermente ferito alla testa.

Resa Vicenza, i nostri passarono in mezzo alle truppe austriache, e il sottotenente Mattioli andò ad un pozzo per bere. Siccome di statura era altissimo, quasi due metri, fece impressione agli stessi austriaci, i quali esclamarono: “Stare molto grande taliano: niente ciappare schioppetate” .

Nel 1849 si trovò alla difesa di Roma col grado di tenente e vi rimase ferito ad un orecchio. 
Fu allora che il Mattioli fece dipingere a striscie nere, con qualche fasciatura rossa, la sua villetta della Malvezza, non so se a titolo di protesta politica. Fatto si è che da allora dal popolino è chiamata la Cà Negra (la casa nera) detta villetta. Ma già il suo animo, come quello di tanti eletti romagnoli, scossi dalla propaganda di Massimo D’Azeglio, andava comprendendo che la speranza di fare l’unità e l’indipendenza d’Italia, non poteva venire che dal Piemonte per cui la ruppe con parte dei compagni politici di quì e trasferì la sua residenza ad Imola, accostandosi al partito, che colà era capeggiato dallo Scarabelli. E fu sì vivo il distacco, che più non ritornò in paese: e ricordo di avere udito più volte, il mio nonno Giacomo Fanelli, dire che era andato alla stazione a salutare Tugnì di Gambè, di passaggio alla stazione ferroviaria. 

Quando passava, gli scriveva un biglietto e si trattenevano a parlare nel buffet della stazione con l’altro amico comune Bartolomeo Biancini, il conduttore del Ristorante. Nel 1859 il Mattioli era già ingaggiato per la Campagna di guerra, quando, dal Governo provvisorio dell’Emilia, fra i capi dei quali contava antichi amici e compagni, fu trattenuto per essere, come elemento sicuro, meglio utilizzato a frenare i bollori degli impazienti. 

Fu promosso capitano e comandò una compagnia in uno dei reggimenti emiliani di stanza a Ferrara, che, sotto il comando del generale Garibaldi, si spostarono verso Urbino, per essere pronti ad ogni movimento, che la mente di geniale di Carlo Farini, sotto l’ispirazione di Cavour, dirigeva nell’Emilia, frenando le impazienze patriottiche dei non responsabili.
Quando i reggimenti emiliani furono incorporati nell’Esercito Nazionale, il capitano Mattioli, per ragioni di sicurezza fu passato all’’ufficio di Comandante di Piazza prima a Rubiera e poscia ad Alessandria. Dopo pochi anni di servizio attivò potè liquidare la pensione e ritornare a vita privata. Queste notizie le ho potute rilevare dalle memorie storiche di Giovanni Emiliani.

Aveva già liquidato la sua proprietà e venduta la villetta della Malvezza al sig. Nicola Gottarelli di qui. In una lettera del 6 giugno 1850, scritta dal mio nonno Giacomo Fanelli, al fratello Sebastiano a Firenze, si legge: 

“Ti spedisco i calzettini di cotone, perchè in si breve tempo non era possibile improvvisarli, che, se avessi dato tempo, le mie figlie ti avrebbero potuto meglio provvedere. Dirai se tu e Mattioli avete ricevuto una mia. Fattemi consapevole della posizione di ambedue..
“Dal fratello Sante da mesi sei o sette alcuna notizia, per cui non so se più a Parigi, e se tu hai di lui contezza, gradirò molto il saperlo. Come pure sentiamo dai fogli che molti italiani emigrati da tutte le parti giungono in Patria. (?)Dato ti possa incontrare con questi (specialmente di quelli che provengono dalla Turchia o dai Principati Uniti, non chè dall’Egitto) fa ricerca sotto il nome di Domenico Traversari, onde vedere se egli è vivo o morto.
“Tanti saluti da parte di tutta la mia famiglia a te, che all’amico Mattioli, il quale devi tenertelo ed essergli affezionato come vecchio amico, che non smentì mai i suoi principi e che alla circostanza ti potrà anche giovare. Tutti i nostri vecchi amici ti salutano.
“Salutandoti di cuore sono l’aff.mo fratello Giacomo”.

Il Mattioli, pensionato, se ne stava ad Imola, quando ebbi il piacere di conoscerlo e di trovarmi spesso con lui. Frequentavo le prime elementari. Deve essere stato attorno il 1874. Nelle vacanze autunnali solevo andare alcun tempo presso i miei cari zii Cleonilde e Luigi Fanelli, che tenevano una drogheria fuori Porta Montanara nel caseggiato di certo sig. Innocenzo Manbrini.

Verso sera vidi venire dall’Osservanza un vecchio alto, segaligno, curvo di spalle, vestito irreprensibilmente di scuro, appoggiato ad una giannetta ed infilare la porta del negozio. La zia Cleonilde, gentile e premurosa, gli si fece avanti ad offrirgli da sedere e poco dopo mi presentò come suo nipote. Egli, a sentire che ero di Castello e che ero di una famiglia di suoi vecchi amici, mi fece molte domande. Dopo, lo rivedevo tutte le sere di ritorno dalla sua passeggiata e presi con lui qualche dimestichezza. Delle volte si intratteneva nella drogheria più del solito e delle volte, quando gli zii chiudevano presto, era invitato ad andare su nell’alloggio. Egli allora mi faceva girare con la mente tutte le strade del natio paese e a dirgli tutti i sopranomi delle famiglie, e interrogarmi su questo e su quello. Stava preparando il suo Dizionario romagnolo.

Il povero vecchio viveva solitario con una vecchia serva e manteneva la passione dell’allevamento degli uccelli. Coltivava, per passatempo, il piccolo orto – giardino, che confinava con la chiesa di S. Agostino, che si trova dentro il già convento, il quale locale serve anche attualmente a sede degli uffici dell’agenzia delle imposte e del registro. Spesso i miei cari cugini lo andavano a trovare e lo vedevano nel suo giardinetto tra i fiori o a casa fra diecine e diecine di gabbie e di uccelli. 

Un giorno, quando ero già giovanetto, il mio caro cugino Enrico Fanelli mi raccontò che il suo vecchio amico capitano Antonio Mattioli aveva abbandonato Imola e si era ritirato a vivere, con la vecchia serva, a Castel San Pietro. Quando la serva gli venne a dire – perchè stava poco bene – se voleva un sacerdote al quale esprimere le sue ultime volontà, egli si voltò dall’altra parte del letto e serenamente spirò il 19 dicembre 1882.

Il Mattioli non fu solo un patriota ed un soldato fu anche un distinto folklorista. Basta ricordare il suo Vocabolario romagnolo, stampato ad Imola nel 1879 per i tipi del suo amico Ignazio Galeati. Durante i trentatrè anni trascorsi come segretario del Comune, ebbi la grata compagnia del manoscritto del Mattioli, rilegato; nell’ultima pagina del quale, alla fine, era scritto: ” Lascio questo libro a ricordo al mio paese natio – A. Mattioli “. Semplicemente, così, senza farlo precedere nè dalla qualifica, nè da titoli e neppure da una lettera. Sotto il portico di San Francesco, in una di quelle bancherelle di venditori ambulanti di libri, mi venne fatto di vedere una trentina di copie del Dizionario romagnolo del nostro Mattioli. Interrogai il venditore per sapere come fosse venuto in possesso di essi ed egli mi disse, che li aveva acquistati come fondo di magazzeno dalla Tipografia Galeati. Ne presi una copia nuova e intonsa e la pagai L. 1,25 e per tale somma ne feci fare acquisto ad altri miei amici. 
Pensavo: come l’ingegno e la fatica vengono mal ricompensati da noi! Così feci omaggio alla cara memoria del capitano Mattioli! Ho poi saputo che in qualche paese dell’imolese, il Dizionario veniva dato come premio ai migliori alunni alla fine dell’anno scolastico. 

Oggi le copie, in questo risveglio degli studi folkloristici, sono ricercatissime e sono salite ad alto prezzo, mentre l’autore dovette rimettere anche le spese di stampa di esso Dizionario! 
Recentemente andai a trovare, in compagnia di un caro amico, il nuovo acquirente della villa Malvezza, sig. Oreste Zanelli, ed avemmo la fortuna di trovarvi anche il vecchio proprietario, il sig. Pietro Gottarelli, novantunenne. Ci confermò esso che la villa viene ancor chiamata la Cà Negra. Ci disse come conoscesse molto bene Tugnì di Gambè, così conosciuto il Mattioli in paese con tale sopranome. Anzi ci raccontò l’episodio seguente:
“Quando il Mattioli aveva già stampato il Dizionario, lo vidi ad Imola ed il Mattioli mi promise che me ne avrebbe volentieri regalato una copia. Allora io lo invitai a portarmela alla Malvezza, che avremmo passato insieme una lieta giornata! Ma mi sentii rispondere che mai avrebbe rimesso il piede a Castello.
Allora eccepii che la Malvezza non era Castello, ma solamente nel suo territorio”.
Il Gottarelli concluse: “Il Mattioli non venne ed io non ebbi il Dizionario

Ancora sotto l’intonaco della villa, si trovano tracce della vecchia tinta, specialmente all’angolo destro della facciata a a nord. La banderuola dei venti, a forma di uccello, che si trova sopra alla torretta sovrastante la casa, è ancora quella che vi fece mettere il Mattioli.

Giovanni Bagnaresi

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La villetta “La Malvezza”, detta la “Ca’ Negra”. Si trovava sulla via Casolana. La casa, danneggiata dalla guerra, fu demolita nei primi anni ’70 e sostituita da una anonima costruzione.

tratto da “Val di Lamone” a. XI, 1931, n. 4

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