Giovanni Bagnaresi “Bacocco” (1864-1945)

Il folklore romagnolo: le fiabe di Bacocco

bacocco

Giovanni Bagnaresi con il nipotino Giovanbattista Borzatta

Forse fu il ricordo dei canti ascoltati da bambino a indurre, nel 1883, il diciannovenne Giovanni Bagnaresi a trascrivere dala bocca d’Rosa d’Berta, la moi d’Zvanon d’Muron (più tardi, nel 1926, avrebbe detto: “continuo ad avere una venerazione per questa lavandaia, morta da tanti anni, che fu la seconda mia “dada” [tata], che seppe frenare la mia irrequieta fanciullezza colle sue favole, colle sue orazioni sacre”), l’orazione popolare della Passion de’ Signor. Quasi sicuramente non era stato spinto a interessarsi al folklore romagnolo dalle pochissime pubblicazioni riguardanti l’argomento fino a quell’anno uscite e di cui egli ignorava verosimilmente l’esistenza; poteva tutt’al più sapere che in altre regioni italiane erano stati raccolti e si andavano raccogliendo testi di “letteratura” popolare, soprattutto canti.

La Passion de’ Signor (che molti anni dopo sarebbe stata studiata da un maestro della storia delle tradizioni popolari: il romagnolo Paolo Toschi) fu dunque probabilmente il primo “pezzo” della vastissima raccolta folklorica che Bagnaresi realizzò nel corso di alcuni decenni, trascrivendo dalla viva voce di popolani dell’area di Castel bolognese fiabe, leggende, canti di vario genere, indovinelli, proverbi e modi di dire, usanze e credenze: una raccolta che è per mole a tutt’oggi insuperata nell’ambito del folklore romagnolo e per qualità si può ritenere tra le migliori. Bagnaresi non solo amava citare i suoi informatori con i nomi e soprannomi dialettali con i quali erano noti all’interno della comunità (oltre alla Rosa d’Berta, già ricordata, troviamo la Franzchina dla Clumbera, la Laurena dla Canova d’Campian, l’Anena d’Busanott d’Campian, la Franzchina d’Cainon, la Minghinena d’Caldarena, la Teresina d’Sgon, la Paulena d’j Arnezz, Pasquêl e Zvanen dla Canova, Zvanon d’Cavalletta ecc.), ma adottò egli stesso, per i suoi lavori folklorici, il soprannome familiare (Bacöch) italianizzato, Giovanni Bacocco, affermando così la propria intima partecipazione alla cultura popolare locale.

Nato a Castelbolognese nel 1864 e compiuti gli studi liceali a Faenza, segretario comunale del suo paese dal 1891 al 1924, morto nel 1945, Bacocco è stato uno dei raccoglitori più appassionati e rigorosi del folklore romagnolo, dimostrando, anche in mancanza di una solida base scientifica, una buona coscienza filologica (ricordiamo che entrò in polemica con Francesco Balilla Pratella che aveva osato “tradurre” in dialetto lughese, pubblicandoli, alcuni canti da lui raccolti in quel di Castelbolognese e forniti all’etnomusicologo lughese). Non vanno dimenticati i suoi contatti con folkloristi di livello nazionale: Angelo De Gubernatis (fondatore e direttore della “Rivista delle tradizioni popolari italiane”, 1893-1895, sulla quale Bagnaresi pubblicò il suo primo lavoro); Paolo Toschi (nel 1933); Michele Barbi (nel 1933).

Bagnaresi pubblicò parte dei suoi materiali sulla “Rivista delle tradizioni popolari italiane” (1894), sul periodico faentino “Valdilamone’ (negli anni ‘20 e ‘30) e soprattutto sulla rivista di Aldo Spallicci “La Piè” a partire dal 1926, quando, lasciato l’impiego, potè dedicarsi alla cura dei testi raccolti in gioventù, ma tale collaborazione si concluse nel 1933, quando “La Piè” fu soppressa dal regime fascista. I materiali editi da Bacocco sono soprattutto canti e favole. Scrive Paolo Toschi nell’introduzione alla raccolta di fiabe Buon sangue romagnolo (Bologna, Cappelli, 1960, p.x): “senza dubbio il maggior contributo alla raccolta e alla conoscenza della novellistica popolare romagnola è stato dato da Giovanni Bagnaresi.

Nel 1960 il figlio di Bagnaresi, il prof. Giacomo, ha donato alla Biblioteca Comunale di Castelbolognese una raccolta di manoscritti autografi e di dattiloscritti del padre. Qualche anno fa il dott. Giovan Battista Borzatta, nipote di Bagnaresi, ha poi messo a mia disposizione altri manoscritti e dattiloscritti del nonno che integrano la raccolta della Biblioteca. Entrambi i fondi sono importantissimi sia perchè contengono materiali inediti sia perchè consentiranno di preparare una nuova edizione di quelli editi attraverso un confronto tra manoscritti e testi a stampa.

testo tratto da: Università Aperta, n. 11, 1993, p. 10

Giuseppe Bellosi

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