Giovanni Damasceno Bragaldi (1664 – 1716)

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Ritratto di Giovanni Damasceno Bragaldi. (Bologna, Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, Facies-Collezione dei ritratti). L’immagine è tratta dal sito www.archiginnasio.it

Fra gli uomini di chiesa che a Castel Bolognese ebbero i natali, il Bragaldi spicca per il prestigio degli incarichi affidatigli da ben tre papi e per la perizia con la quale si è sempre distinto nel portarli a compimento. Pur non essendo stato elevato alla porpora cardinalizia, né alla dignità episcopale, che molte volte rifiutò, ha comunque ricoperto i più importanti gradi nell’ordine dei Francescani Minori Conventuali, al quale apparteneva.

Nacque a Castel Bolognese il 13 maggio del 1664 da Vincenzo e da Maria Fichi e fu battezzato il giorno successivo al fonte di S. Petronio col nome di Francesco (assunse il nome di Giovanni Damasceno entrando nell’ordine Francescano). Padrino fu don Michele Caglia fratello di don Francesco, Arciprete di San Petronio che officiò il rito.

Non si conoscono notizie sull’origine della famiglia, ma senza dubbio era fra le più notabili del paese pur non possedendo titolo nobiliare. Nella chiesa di San Francesco era di giuspatronato dei Bragaldi l’altare di San Giuseppe, ove in seguito verrà sistemato il reliquiario.

Entrato a far parte dei Minori Conventuali, al termine del noviziato ed ottenuti oli ordini sacerdotali si trasferì a Roma ove fu presto considerato e stimato tanto da essere nominato Provinciale dell’ordine per i conventi della Danimarca.

Nel 1696 papa Innocenzo XII lo nominò Membro Consultore della Congregazione Inquisitoriale, ma le sue doti di politico esperto e di fine teologo si rivelarono appieno durante il Pontificato di Clemente XI. Dapprima, il 2 agosto 1701, fu onorificato con il titolo di Reverendo, titolo che veniva conferito solo a quei frati che avevano ricoperto la carica di Generale dell’Ordine; successivamente dallo stesso Pontefice fu nominato Consultore Votante della Congregazione Concistoriale nel 1706.

Nello stesso anno il Bragaldi fu incaricato dal papa di riassumere le accuse mosse dai Cappuccini ai Gesuiti sulle usanze ed i riti malabarici e cinesi. Si trattava di esaminare taluni accomodamenti e concessioni a costumi e idee locali che per facilitare l’opera missionaria furono adottati primariamente dai gesuiti P. Matteo Ricci in Cina e P. Roberto De Nobili in India e nel Malabar (estrema punta meridionale dell’India). Sulla questione si erano già pronunciati sia il S. Uffizio, sia Gregorio XV con la costituzione “Romanae sedis antistes” del 31 gennaio 1623. Il caso di specie riguardava più particolarmente l’India, ove la questione si era riaccesa da quando l’opera missionaria tra gli indigeni era stata affidata ai Gesuiti togliendola ai Cappuccini. L’opera del Bragaldi sfociò in un “Oraculum Vivae Vocis” di Cle-mente XI ed in un successivo breve di conferma (“Non sine gravi”) del 17 settembre 1712.
Nel 1708 lo stesso Pontefice chiamò il Bragaldi ad affiancare i cardinali Paolucci. Segretario di Stato e Pallavicino, Governatore di Roma, nell’opera di riordino ed autenticazione delle reliquie contenute nel “Sancta Sanctorum” presso il Laterano. Sicuramente però il più prestigioso incarico affidato al Bragaldi fu quello di componente la commissione formata da Clemente XI nel febbraio 1712 deputata alla risoluzione della vicenda riguardante l’eresia giansenista.

Il pensiero di Cornelis Jannsen (1585-1638), formatosi in gran parte attraverso le conversazioni con Jean du Verger du Saint-Cyran, vero padre spirituale del movimento giansenista, venne trasfuso nell’opera, pubblicata postuma nel 1640, intitolata “Augustinus”. Nei tre tomi che la compongono, Giansenio assume di esporre il pensiero agostiniano.

L’ignoranza è frutto del peccato originale: ma appunto perciò non è una scusa per l’uomo, ove questi non osservi le leggi del diritto naturale. La venuta di Cristo ha dato la possibilità di salvezza, ma non si può ammettere alcuna volontà generale per la quale Dio voglia la salvezza di tutti gli uomini. Dio salva chi vuol salvare. Il pensiero giansenista si diffuse in Francia, Belgio e Olanda venendo osteggiato dai Gesuiti e dall’inquisizione con una condanna del 1° agosto 1641. Altre due bolle: “In eminenti” del 6 marzo 1642 di Urbano VIII, e “Cum occasione” del 31 maggio 1653 di Innocenzo X condannarono l’Augustinus ed il pensiero giansenista, pur senza successo. In Francia i giansenisti tenevano la loro roccaforte nell’abbazia cistercense di Port-Royal ove la badessa Angelica Arnauld e suo fratello Antonio si fecero propugnatori delle idee di Giansenio. Seguì la condanna di Innocenzo X con la bolla “Cum occasione” che diede adito a nuovi fermenti anticattolici in Francia, i quali fecero sì che re Luigi XIV (il Re Sole) in persona si muovesse a capo della lotta contro il giansenismo, deciso a condurla a termine non come esecutore di decisioni pontificie, ma come sovrano che anche in materia spirituale veglia alla pacificazione dello stato ed alla repressione delle dottrine perniciose. Nel 1709 Luigi XIV fece distruggere l’abbazia di Port-Royal e successivamente chiese al Pontefice con una lettera del 16 novembre 1711 una bolla di condanna del libro di Pascasio Quesnel “Abregé de la morale de l’Evangele” portante idee gianseniste che, nonostante il di-ieto di stampa sancito con la bolla “Universi dominici gregis” del 13 luglio 1708, era stato stampato abusivamente nel 1710. La risposta di Clemente XI fu quella di istituire una Commissione ove erano impegnati due cardinali, un domenicano, padre Bragaldi per i francescani e nove teologi, la quale doveva estrarre le proposizioni non ortodosse dell’opera. I lavori si protrassero un anno e mezzo ed al termine venne redatto un progetto di bolla che fu posto all’esame anche del re di Francia e che sfociò nella bolla “Unigenitus” dell’8 settembre 1713 di condanna dell’intero movimento giansenista, che comunque resistette in oltralpe fin verso la fine del XVIII secolo.

Giovanni Damasceno Bragaldi appartenne pure alle Sacre Congregazioni del Santo Offizio, dell’Indice, dei Riti e delle Indulgenze, nonchè alla Commissione Esaminatrice dei sacerdoti proposti per una sede vescovile; nell’Archiginnasio di Roma fu pubblico lettore di Teologia.
La morte lo colse nella Capitale a soli 52 anni nel 1716. Sconosciuto è il luogo ove fu sepolto.
Castel Bolognese lo ricorda, assieme all’omonimo pronipote ottimo amministratore pubblico che volle costruito il nuovo Ospedale, con l’intitolazione di una strada, parallela a Via Garavini, che da Piazza Camerini sbocca in Via Biancini.

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Parete celebrativa (a destra dell’Altare del Reliquiario nella Chiesa di S. Francesco) di P. Giovanni Damasceno Bragaldi.

Testo tratto da: “La Chiesa di San Francesco a Castel Bolognese: La Cappella delle Reliquie: monumento insigne di arte e di fede” Paolo Grandi, 1996.

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