Mario Santandrea (1891-1994)

Mario Santandrea è stato un personaggio importante del ‘900 sia per Castel Bolognese che per Bologna. Farmacista storico di Bologna, ma non solo: fu impegnato politicamente nel PSI (fin dal 1909) e “civilmente” nell’Ordine dei Farmacisti di Bologna e nella Banca Operaia; fu giornalista sportivo e durante la sosta del Fronte a Castel Bolognese, con altri castellani residenti a Bologna, si prodigò per le sorti del suo paese natale. Ed eccezionale è stata la durata della sua vita: nato a Castel Bolognese il 21 gennaio 1891, morì a Bologna il 9 settembre 1994. Fino a pochi giorni prima era andato al lavoro nella sua farmacia di Bologna. In occasione del centesimo compleanno il Comune di Bologna gli conferì il Nettuno d’Oro. Essendo stato Mario Santandrea un personaggio poliedrico, lo ricordiamo con vari testi: un profilo biografico ricavato da un testo letto da Luigi Arbizzani alla cerimonia di consegna del Nettuno d’Oro, un ricordo della sua attività di farmacista, un articolo che gli dedicò il Guerin Sportivo e una testimonianza di Santandrea relativamente al periodo fascista e alle persecuzioni subite. La pagina è arricchita da numerose fotografie, per la maggior parte forniteci molti anni fa dal figlio Giorgio Santandrea (scomparso all’inizio del 2019), e da due tracce audio: una relativa al funerale civile in piazza a Castel Bolognese nel 1994 e l’altra con la voce di Mario Santandrea stesso, che con Edmondo Fabbri e Gino Corioni parla in diretta della squadra del Bologna calcio (A.S.)

Profilo biografico

(sintesi di un testo di Luigi Arbizzani; tratto da Castelbolognese notizie, maggio 1991)

L’immagine più lontana che è negli occhi di Mario Santandrea è lo scintillio provocato sull’acciottolato dagli zoccoli dei cavalli di una pattuglia di cavalleria pesante giunta a Castelbolognese, da Faenza, dopo che i Castellani hanno assaltato le bancarelle del pane, in un giorno di fine aprile 1898 nel corso dei “tumulti per la fame”.
Negli anni della formazione, a cavallo del secolo, mentre studia con profitto nella natia Castelbolognese, poi in Abruzzo e, quindi, all’Università di Bologna, sceglie decisamente impegno politico, passione sportiva e impegno professionale.
Nel 1909 si iscrive al Partito Socialista Italiano. Fa parte della redazione del periodico “II Senio”, giornale quindicinale della Vallata, stampato a Castelbolognese, che vede la luce il 23 luglio 1911, un po’ anticlericale e decisamente contro la guerra di Libia voluta da Giovanni Giolitti.
Nel 1909 nel paese natio fonda “L’Unione Sportiva” ciclistica e, nel 1913, è uno degli animatori del “Castelbolognese Football Club”.
I genitori hanno una piccola azienda per la lavorazione degli stracci di lana ed, inoltre, per la lavorazione del tartaro. Il “cremone di tartaro” era un lassativo a quel tempo usatissimo. Da qui, forse, scaturisce il suo interesse per la chimica farmaceutica.
Consegue il Diploma di laurea in Chimica e Farmacia.
Durante il l° conflitto è impegnato nell’Ospedale Contumaciale di S. Donà di Piave, poi a Modena in un laboratorio di analisi chimica.
Dopo gli anni turbolenti del primo dopoguerra, viene eletto consigliere comunale di Castelbolognese il 17 ottobre 1920. Avendo conquistato il Partito Socialista, per la prima volta, la maggioranza, diviene assessore all’igiene. (Questa stessa amministrazione liberamente eletta, è però costretta alle dimissioni nell’agosto 1922 dagli squadristi che invadono la sede municipale).
Sempre nel 1920 [probabilmente era nel 1919, ndr) comprò la Farmacia del Corso a Bologna dove, nel tempo, conquistando la simpatia dell’intero quartiere della città, diventa per tutti “il farmacista”.
Il 29 maggio [1922], nel pomeriggio, la Farmacia di Via Santo Stefano viene invasa da una squadra “in camicia nera, cinturone e stivali con manganelli in mano e pugnali alla cintura”. Ferito al capo, che ha protetto con le mani, e contuso alle reni, Santandrea riesce a sfuggire.
Non ha la solidarietà dell’Ordine dei farmacisti, diretto se non da pro-fascisti, da persone intimorite e paurose.
Durante gli anni della dittatura fascista conserva tutte le amicizie politiche e continua rapporti con diversi perseguitati dai fascisti. Suo ospite è il clinico professor Nino Samaja, israelita, che diviene poi socialista e, dopo la Liberazione, vice sindaco di Bologna, accanto al sindaco della liberazione Giuseppe Dozza.
Rafforza la passione per lo sport e il giornalismo sportivo.
Dal 1922 diviene corrispondente del “Guerin Meschino”. Fra il 1923 e il 1924 arbitra nel Campionato Emiliano di IV Divisione. Consegue uno scoop giornalistico, quando su “II Resto del Carlino” del 10 agosto 1925 scrive la cronaca del “match” fra il “Bologna” e il “Genoa”, giocato a porte chiuse a Milano, che consente la conquista del primo scudetto ai rosso-bleu.
Nella seconda metà degli anni 30 è tutore sportivo del giovane castellano Edmondo Fabbri, che poi diverrà calciatore e, più tardi commissario tecnico della Nazionale di calcio.
Nel 1939 conosce l’ingegnere Gianguido Borghese (che diverrà dopo la Liberazione di Bologna, Prefetto designato dal Comitato di Liberazione Nazionale) con il quale allaccia rapporti che si infittiscono nel tempo che prelude alla lotta di liberazione contro il nazifascismo.
Quando, nell’inverno 1944, l’VIII Armata inglese si attesta sull’argine destro del fiume Senio, Castelbolognese si viene a trovare lungo la linea del fronte tedesco che ha l’estremo limite nell’argine sinistro. I cittadini di Castelbolognese restano nel loro abitato, scendendo nelle cantine o in rifugi creati per potere salvarsi dalle schegge delle granate, dalle bombe aeree, in una condizione di permanente pericolo e che si aggrava giornalmente per via delle ristrettezze imposte dalla guerra e per i disagi del freddo e delle malattie. Accogliendo nella propria abitazione ogni Castellano che raggiungeva fortunosamente Bologna, con una continua e grande ansia per la moglie, i figli e i nipoti che sono a Castelbolognese.
Dalla triste condizione dei Castellani, per iniziativa di persone mosse da intenti patriottici ed umanitari, viene chiesto una specie di protettorato e soccorsi alimentari e sanitari alla città di Bologna, avendo Castelbolognese rotto ogni collegamento con Ravenna.
Mario Santandrea assieme ad esponenti di quel Comune, compie i passi determinanti verso le autorità bolognesi in carica, perché organizzino soccorsi in viveri, medicinali ed altri generi di prima necessità; organizza egli stesso il reperimento di farmaci urgentemente indispensabili, e provvede alla mobilitazione per i trasporti a mezzo della Croce Rossa e con l’aiuto dei frati Domenicani.
In 13 viaggi, durante tre mesi sono fatti arrivare a Castelbolognese 8 q.li di concentrato di pomodoro, 6 q.li di formaggio grana, 22 q.li di zucchero, 14 q.li di latte condensato, 62 q.li di riso, 5 q.li di pasta, 15 q.li di sale, 1 q.le di candele e un sacco di fiammiferi (queste due ultime derrate, indispensabili per la vita dei castellani costretti nei rifugi sotterranei e nelle cantine). Aiutò il prof. Paolo Bentivoglio dell’Associazione dei ciechi a soccorrere un gruppo di ragazze cieche che erano rifugiate nella canonica di Biancanigo anch’essa sulla linea del fronte.
Castelbolognese di questo soccorso necessario e indispensabile per soccorrere i malati, gli sarà grato e, dopo la Liberazione, gli renderà merito pubblicamente.
Dopo la liberazione di Bologna, ha l’incarico dal Comitato di Liberazione di Bologna di ricostituire l’Ordine dei farmacisti soppresso dai fascisti, del quale diviene poi il Presidente per 18 anni.
Sempre dal 1945 è consigliere della Banca Operaia di Bologna, della quale dieci anni dopo diviene vice-Presidente e poi, presidente nel 1969. Si è dimesso cinque anni fa, a 95 anni.
Da molti anni, ancora oggi, è componente attivo della Commissione toponomastica del Comune di Bologna.

Album fotografico (ove non altrimenti specificato le fotografie provengono dall’Archivio di Giorgio Santandrea)

Mario Santandrea farmacista

(da un testo dattiloscritto distribuito in Farmacia del Corso redatto da Giorgio Santandrea)

Laureatosi in Farmacia all’Università di Bologna il 27 maggio 1915 con una tesi dal titolo “L’azione del bromuro di selenio sui magnesio-alchili”, Mario Santandrea dovette attendere la fine della Prima guerra mondiale per poter esercitare la professione. Nel 1919 acquistò dal dott. Baratti l’antichissima “Spezieria da S. Biagio” (probabilmente “fondata” nel 1408) sita in via Santo Stefano a Bologna. Ne mutò il nome in “Farmacia del Corso”, ma conservò integro l’arredamento settecentesco.
Con la Liberazione, i farmacisti Bolognesi gli conferirono l’incarico di ricostruire l’Ordine Professionale, soppresso negli anni del “regime” e di dare ad esso una sede adeguata. Egli scelse per il nuovo Ordine una via del centro storico bolognese: Via Garibaldi, in un palazzo patrizio cinquecentesco, al piano nobile dello stesso.
Tuttora l’Ordine dei farmacisti di Bologna, è lì situato: ricordiamo che le riunioni e i convegni si svolgono in un magnifico e capientissimo salone il cui soffitto è meravigliosamente affrescato da Nicolò dell’Abate (pittore bolognese seicentesco) con scene di vita di Ercole.
Attento alla professione, il Dott. Mario Santandrea negli anni cinquanta realizzò il primo distintivo dei farmacisti, che porta la scritta “Ordine dei Farmacisti Bologna”, per permettere alla clientela di identificare immediatamente i farmacisti e di distinguerli dai pratici, allora molto numerosi. Vi è raffigurato un serpente che beve da una coppa bianca in campo blu.
Ancora oggi il titolare e i collaboratori della Farmacia del Corso portano quel distintivo, non per distinguersi dagli altri farmacisti italiani, che usano quello Fofi realizzato in un secondo tempo, ma per mantenere la memoria storica dell'”idea” del primo distintivo italiano. Durante la sua presidenza in seno all’ordine professionale, durata ben diciotto anni (fino al 1963), egli organizzò il quarto Congresso U.T.I.F.A.R. ancora ricordato per il grande consenso riscosso.
Mario Santandrea è stato il capostipite di una dinastia di sette laureati in farmacia nella stessa famiglia, un record nazionale stabilito negli anni ‘80. Si laurearono in farmacia i suoi quattro figli Dory, Laura, Marino (scomparso prematuramente) e Giorgio (scomparso nel 2019) e i di lui figli Paolo e Luca (attuale titolare della Farmacia del Corso).

Mario Santandrea giornalista sportivo

(da un Guerin Sportivo di fine 1990)

Auguri mitico Sam

Mario Santandrea, corrispondente del nostro giornale dal 1922 al 1955, sta per tagliare il traguardo dei cento anni. Lavora sodo e ricorda tutto: è il prototipo del “guerinetto”

di Paolo Facchinetti

Lo aspetto col fotografo all’interno della sua farmacia. C’è profumo di spezie, e non di medicinali. La Farmacia del Corso, in via Santo Stefano, a Bologna, è la più antica della città. E’ datata 1400, nacque appunto come emporio di spezie. Ancora oggi ci sono scaffali d’epoca finemente intarsiali, con sculture in bronzo incastonate; antichi vasetti ben disposti lungo tutte le pareti testimoniano la sacralità del luogo. Lui, il vecchio “Sam”, mi appare a! di là della porta a vetri. Arriva con passo deciso, la figura ben diritta, il volto allegro. Non riesce a entrare fintanto che non ha esaurito la serie dei saluti di rito ogni mattina: amici occasionali, l’ex ministro Preti che è andato a comprare il giornale all’edicola all’angolo, vecchi conoscenti. Entra, il mitico “Sam”, e mi rapisce portandomi nel retro.
Mi rapisce e ml travolge con un maremoto di ricordi. E’ lucidissimo, dinamico, ben disposto. Pare un ottantenne da invidiare, per come si conserva. E invece è prossimo ai 100: li compirà il 21 gennaio del 1991. Vive a due passi con la moglie di 92, ogni mattina alle 9, puntuale, si siede alla cassa. E si fa l’orario pieno. Stacca alle 19.30. “Sam”, per tutto questo, è già un ‘eccezione. Lo è doppiamente, per me, in quanto scopro che è sicuramente il decano del cronisti del Guerin Sportivo. Si chiama Mario Santandrea (da qui Sa.m.), cominciò a scrivere per il Guerino nel 1922, cioè 68 anni fa. Ha smesso nel 1955 perché, troppo preso dal suo lavoro, non poteva più sostenere il peso della “corrispondenza”. Per 33 anni cioè ha scritto per il Guerino. Una costanza del genere, sommata alla eccezionalità del secolo di vita, andava premiata. Per questo ho voluto incontrare Sam e testimoniargli l’affetto del Guerin Sportivo in maniera tangibile: una statuetta raffigurante l’antico guerriero armato di una penna d’argento era quanto di meno potessi offrire a un personaggio simile.
Credo che il dott. Santandrea ne sia stato sinceramente toccato. Dei due però, forse, il più emozionato ero io, nella circostanza. Sono uno storico del Guerino per averlo frugato dalle prime alle ultime annate: incontrare una “prova” vivente del mitico Guerino dei Carlin, dei Colombo, degli Slawitz mi ha sinceramente commosso. Sono personaggi come Santandrea che hanno costruito giorno dopo giorno il mito del Guerino; il prestigio di cui oggi gode questa testata ha le radici nel lavoro costante e oscuro di gente come Sam: oscuro perché allora nessuno si firmava per esteso: facevano giornalismo per il gusto dello scrivere, dello stuzzicare, del pungere, del polemizzare e del raccontare. Sentite come cominciò “Sam”.
“Ero lettore accanito del Guerino, mi colpiva quello stile scanzonato voluto da Carlin. Un giorno restai folgorato da una frase: “perché i pisan veder Lucca non ponno…”. Questo è Dante, i pisani non possono vedere Lucca perché in mezzo ci sono i monti. Il Guerino invece aveva trasferito Dante nello sport: in questo senso i pisani non potevano vedere i lucchesi, per via del tifo per le rispettive squadre! Mi diedi da fare dunque, scrissi a Carlin, e lui mi fece seduta stante corrispondente da Bologna”. Giornalista solo per amore della letteratura? “No, naturalmente. La tessera di corrispondente mi dava diritto ad andare in tribuna a vedere le partite, e questo era un vantaggio mica da poco!”.
Racconta. E vorrebbe raccontare tutto. Nato a Castelbolognese (dunque, romagnolo), iscritto a! partito socialista fin dal 1909, abitò per anni ad Atri in Abruzzo da uno zio che aveva combattuto a Mentana (!!!) con Garibaldi. Ginnasio a Faenza, università a Bologna. Laurea in farmacia e grande passione per il football. Da qui l’esigenza di andare a vedere le partite del Bologna possibilmente gratis e la smania di collaborare a quel giornale anomalo che era il Guerino (“Ogni tanto mi arrivava un vaglia, ma i soldi non erano importanti”). Cominciò a mandare noterelle bolognesi nel 1922: un anno critico, l’anno della spaccatura della Federcalcio. “A Bologna, mentre la Virtus della Federazione Calcistica cedeva il passo al Bologna proveniente dalla meteora della Confederazione, incominciava la gara delle società torinesi in lotta coi bolognesi per la successione al periodo egemonico del Genoa del dopoguerra. Chi scriveva da Bologna su un giornale di Torino (e il Guerino allora era torinese) era guardato con sospetto, considerato una quinta colonna, accusato di tradimento. Il motto di spirito veniva preso per oro colato, l’esaltazione dell’avversario, invece di essere considerata come valorizzazione della propria squadra, era ritenuta disfattista, provocava l’insulto”. Così Sam lavorava a Bologna, da “nemico”. Da cronista ha vissuto lutti i grandi trionfi del Bologna, il magico Bologna. C’era il giorno della finale a porte chiuse (sollecitata dal Guerino) col Genoa nel 1925, c’era in occasione di tutti gli altri scudetti e dei trionfi internazionali dello squadrone rossoblu.
Sam è ancora appassionato, raccontando si esalta e mi esalta. Vorrei ascoltarlo per un giorno intero. Non posso perché mi reclama questo Guerino meno pimpante, meno scanzonato di quello di allora ma terribilmente più complicato. Saluto Sam ma è un arrivederci. L’anno prossimo il Guerin Sportivo compirà 80 anni: pochi a confronto con i 100 del dott. Santandrea ma è sempre una ragguardevole età. Faremo una grande festa. E Sam sarà il primo degli invitati.

Testimonianza di Mario Santandrea

(da LUCIANO BERGONZINI, LA RESISTENZA A BOLOGNA TESTIMONIANZE E DOCUMENTI, VOLUME I, Istituto per la Storia di Bologna 1967)

Mi iscrissi al partito socialista quando ero studente liceale, a Faenza, dove conobbi Pietro Nenni, più giovane di me di un mese, che spesso parlava in pubblico per il partito repubblicano. Io vivevo con la mia famiglia a Castelbolognese dove risiedeva il medico Umberto Brunelli, presidente nazionale dei Medici condotti e candidato socialista nel collegio di Lugo, che mi fu maestro di ideali politici e dirittura morale.
Nel 1920 il partito socialista si era ingigantito a dismisura e Nenni, che durante la guerra aveva diretto “Il Giornale del Mattino” quotidiano di ispirazione radicale, in contrapposto al conservatore “Il Resto del Carlino” e al cattolico “L’Avvenire d’Italia”, era passato al partito socialista, dove allora predominava la corrente massimalista di Bordiga, Serrati, Lazzari, Bombacci ecc. e durante un viaggio che Giacinto Menotti Serrati aveva compiuto in Russia, aveva assunto la direzione dell’”Avanti!”.
Nelle elezioni amministrative dell’autunno del 1920 molti comuni del nord e anche del centro furono conquistati dai socialisti. Vigeva la legge maggioritaria che attribuiva i quattro quinti dei seggi alla lista che aveva raccolto il maggior numero di voti e un quinto a quella che seguiva in graduatoria; nessun seggio a tutte le altre. A Castelbolognese noi superammo di pochi voti la lista clerico-moderata ed io fui nominato assessore, ma solo supplente, perché la mia residenza a Bologna, dove avevo acquistato una farmacia, mi consentiva solo sporadiche trasferte.
A Bologna, essendo stato eletto in parlamento Francesco Zanardi, la lista d’ispirazione massimalista che doveva eleggere a sindaco il ferroviere Gnudi, vinse con una notevole maggioranza; ma nel pomeriggio della domenica 21 novembre, durante l’insediamento avvennero i noti fatti per i quali fu ferito a morte in aula consiliare l’avvocato Giulio Giordani della minoranza, che non era iscritto al fascio di combattimento, ma rappresentava i reduci di guerra. Sulla sua stessa posizione era allora l’avvocato Aldo Oviglio che aveva perduto per conseguenze belliche l’unico figlio maschio, Galeazzo.
Il Giordani abitava al n. 18 di via Guerrazzi, a 40 metri dalla mia farmacia, aveva per moglie una maestra, due figli e si serviva, come medico di famiglia, del dott. Alfredo Forti, abitante in via San Petronio Vecchio 47, il quale aveva sposato la figlia di Olindo Guerrini. Allora ben pochi medici disponevano del telefono e le chiamate dei clienti venivano portate nelle farmacie dove i medici recapitanti avevano un loro casellario. Il dott. Forti aveva da molti anni il recapito nella mia farmacia e i Giordani erano assidui clienti, perciò provai un sincero dolore per la morte dell’avvocato e fui facile profeta nel dedurre che per i fascisti quel morto sarebbe stato una carta importante per il loro gioco. E non solo a Bologna, ma in tutta l’Italia.
A Castelbolognese c’erano solo quattro fascisti, ma costituivano una minaccia permanente perché in ogni occasione importavano squadracce da altre località. Uno dei quattro, che era uno studente in lettere, godeva di una borsa di studio per la quale era necessario superare gli esami con un minimo di 21/30. In una riunione della Giunta Comunale nella quale si esaminava il documento rilasciato dalla segreteria dell’Università, osservai che in tutte le materie aveva riportato 30. Poiché il foglio recava tracce di abrasioni fui incaricato di accertarne l’autenticità che mi fu confermata dal segretario della Facoltà, il quale, però, aggiunse che erano stati cancellati i voti scritti in tutte lettere ed erano rimasti i 30 che, preceduti da una barra, significavano i trentesimi. La borsa fu egualmente concessa, ma il soggetto, che poi divenne insegnante ed ebbe un processo penale per attenzioni verso una sua allieva, seppe del mio sondaggio ed iniziò una serie di rappresaglie nei miei confronti. Una sera il fratello di lui nella penombra del viale della stazione mi aizzò contro un cane mentre mi cantava alle spalle stornelli di minaccia. Qualche anno dopo, nello stesso viale, fu massacrato a randellate il ferroviere Adelmo Ballardini di ritorno dal lavoro e lasciò una vedova con tre teneri bambini. Alle fine del 1920 quel tale mandò in farmacia alcuni fascisti bolognesi i quali mi chiesero se avevo approvato l’uccisione di Giordani. Non mi fu difficile dimostrare il contrario perché la vedova Giordani continuava a servirsi da me e mi dimostrava la sua cordiale amicizia. Una seconda spedizione giunse pochi mesi dopo e stavolta mi fu necessaria la leale testimonianza della signora, alla quale li indirizzai; ma l’ingresso in farmacia era stato alquanto burrascoso. Egli allora non si diede per vinto e l’occasione non tardò a venire. Nel maggio 1922, circa cinque mesi, cioè, prima della cosiddetta “marcia su Roma”, arrivarono a Bologna le squadre ferraresi di Italo Balbo che si accamparono in pieno centro, sotto le Logge del Pavaglione, dal portico delle fioraie fino a piazza Galvani. Lungo tutto quel tratto di portico fecero una distesa di paglia e sopra buttarono delle coperte e trasformarono il portico in un vero e proprio accampamento. Dovevano essere circa un centinaio ed erano chiamati la “Colonna di Balbo”, però Balbo venne solo in principio e poi se ne andò. Avevano la camicia nera, il fez, portavano un cinturone nero col teschio, ed erano armati di pistola, pugnali, bombe a mano e manganello. Andavano in giro per la città, giorno e notte, alla ricerca di “sovversivi”, poi alcuni si ritiravano a dormire nel loro “accampamento”, mentre altri andavano nelle case dei loro camerati bolognesi a dormire in un vero letto, tanto il loro scopo era solo quello di fare una dimostrazione di forza, favoriti, del resto, com’erano, dall’atteggiamento del governo Facta tendente a non fare nulla che “irritasse” i fascisti: il prefetto di Bologna aveva avuto l’ordine di “ignorarli” come se il Pavaglione, trasformato in un accampamento di uomini armati, fosse un fatto che passasse inosservato nella città.
Il mio persecutore non perdette quella occasione e un giorno portò quelli della squadra di Balbo fino alla soglia della mia farmacia. Era il pomeriggio del 29 maggio e con me, al banco, ma sull’altro lato, la dottoressa Genesini stava preparando una ricetta mentre alla cassa si trovava la signorina Bergamini. Entrarono sbattendo la bussola di via Santo Stefano; erano in camicia nera, cinturone e stivali, senza elmetto, con manganelli in mano e pugnali alla cintura; qualcuno stringeva in pugno una bomba a mano austriaca col manico di legno, la così detta “ballerina”. Mi resi conto delle loro intenzioni e mi preparavo a giustificarmi quando il primo della fila disse: “il dottor Santandrea?” e senza attendere la risposta mi assestò una manganellata in mezzo alla fronte; fortuna volle che istintivamente alzassi la mano destra per cui riportai due fratture del metacarpo, ma attutii notevolmente il colpo alla testa. Fui lesto a riparare nel retro; ma intanto un altro, afferrato un pesante vaso di gres, che conteneva unguento mercuriale, me lo scagliò con forza colpendomi alle reni. Attraverso il cortile che da nell’ingresso di via Guerrazzi fuggii in strada per riparare nella mia abitazione e intanto sentivo le grida di spavento delle due donne e il fracasso delle cose sulle quali si sfogavano a manganellate coloro ai quali ero sfuggito solo perché non conoscevano il passaggio su via Guerrazzi. Ruppero tutto: i vetri delle bussole, delle vetrine, i vasi che si trovavano a portata di mano; le urla delle due ragazze li dissuasero dal superare il banco e far uso delle bombe a mano. L’oculista prof. Xilo, che aveva ambulatorio e appartamento sopra la farmacia, fu lesto a portar via la famiglia. Lo stesso pomeriggio mia moglie mi accompagnò a Castelbolognese in casa dei miei genitori e dei miei cinque fratelli e il giorno dopo andai a Faenza per la radiografia della mano. Il radiologo prof. Volturno Utili commentò: “Si vede che lei ha delle colpe se l’hanno punito a questo modo”. Si riferiva anche alla contusione alle reni che mi faceva soffrire più di quella alla mano; una ferita al cuoio capelluto si rimarginò subito.
La farmacia rimase chiusa finché non furono sostituiti i vetri; davanti allo scempio la gente aveva perfino timore di sostare, tirava diritto senza una parola di deplorazione. Persino l’“Ordine dei Farmacisti”, al quale feci rapporto scritto mi rispose con una lettera che conservo: l’offesa alla Farmacia, al professionista intento al suo lavoro non lo riguardava. Fui interrogato dal Procuratore del Re e venne un perito a fare l’inventario dei danni. I miei, ritenendo che il pericolo maggiore mi potesse venire dai fascisti di Castelbolognese, che intanto erano cresciuti di numero e distribuivano senza misericordia manganellate e olio di ricino, vollero che io non mi muovessi da Bologna e per molti mesi non potei trovarmi con mia madre. Fu allora che mi mimetizzai dedicandomi alla mia inveterata passione sportiva. Fui dirigente del Comitato Emiliano del Calcio, feci l’arbitro e cominciai a scrivere per il “Guerin Sportivo”. La tessera del giornale mi consentiva l’accesso alla tribuna stampa e alle mie spalle sedevano tronfi i gerarchi in divisa. I colleghi professionisti che avevano in tasca la tessera non esprimevano però alcuna simpatia per il regime. Avevo conservato tutte le mie amicizie politiche e ospitai nella mia farmacia il clinico prof. Nino Samaja, romagnolo come me, e israelita, che aderì al partito socialista alla vigilia della liberazione, ma era stato sempre anarchico e veniva mandato nel carcere di S. Giovanni in Monte alla vigilia di ogni parata fascista. Con lui tutti i giorni veniva da me il suo aiuto dott. Dante Gagliardi, il quale, come feci io, non si iscrisse al sindacato fascista sorto dopo l’abolizione degli Ordini professionali.
Nel processo per l’uccisione di Giordani fu coinvolto il ginecologo socialista e già assessore dell’amministrazione Zanardi prof. Bidone, il quale aveva un fratello farmacista a Tortona; la figlia di questi, laureanda in farmacia, ebbe da me la dichiarazione della pratica professionale dopo il rifiuto che le avevano fatto altre farmacie. Un caso analogo toccò al dott. Leonello Grossi, direttore della Farmacia Cooperativa, fondata da Zanardi, in via Oberdan, nella sede della società Operaia, quella stessa che custodì nel suo cortile la lapide a Guglielmo Oberdan con la famosa epigrafe di Carducci che ora è murata all’ingresso del primo cortile di Palazzo d’Accursio. Grossi era stato deputato socialista del III Collegio uninominale di Bologna (la zona di Levante – San Ruffillo) e sua moglie, la farmacista Azzurra Ugolini, nativa di Forlì, produceva dei preparati di cosmesi infantile col nome brevettato (che esiste tuttora) di “Euderma”, che venivano venduti dal dott. De Mercurio titolare di farmacia e presidente dell’Ordine e poi segretario del sindacato fascista; ma quando seppe che i coniugi Grossi partivano per il confino politico di Lipari non volle più tenere quei prodotti come se fosse stata merce infetta ed io, anche per aiutare i due colleghi impossibilitati ad esercitare la professione, mi prestai a tenere il deposito di vendita.
Come ho detto, lo sport mi servì per mimetizzarmi; eppure ogni tanto mi capitava qualche cosa che serviva a sviare dalla mia farmacia certa pavida clientela. Così quando su di un foglietto “La Pedata”, scritto da fanatici sostenitori del “Bologna F.C.” e diretto da Rodolfo Minelli, comparve un’aperta minaccia con tanto di nome e cognome perché, scrivendo sul “Guerin Sportivo”, che usciva a Torino ed era considerato il portavoce della “Juventus”, ero ritenuto un nemico del “Bologna” che invece sostenevo ed esaltavo, fu scritto: “Sarebbe ora di rompergli i vasi che rimasero intatti l’altra volta”.
Nella mia farmacia veniva quasi quotidianamente il pediatra prof. Pietro Busacchi e fu per suo consiglio che acquistai le prime bilance pesa-bambini; spesso, ordinandomi di mandarne una a casa di un suo cliente, si spiegava: “È un fasciatone, ma quando si tratta del suo bambino ricorre a me”, e sorrideva colla sua bella faccia di apostolo sull’alta distinta figura. Nel 1939 per mezzo del prof. Gregorio Kelescian conobbi l’ing. Gianguido Borghese e cominciò così il periodo che portò alla Resistenza, durante il quale operai in contatto coi vecchi socialisti e in particolare con Paolo Fabbri che era uno dei più qualificati esponenti socialisti nel movimento di liberazione.

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