P. Francesco Antonio Samoggia (1891-1961)

Eletto Superiore del Convento dei Cappuccini di Castel Bolognese nel luglio del 1941, padre Samoggia lasciò un ricordo indelebile a Castel Bolognese, specialmente nei mesi dell’estate-autunno 1943 che videro dapprima la caduta del Fascismo, poi l’armistizio dell’8 settembre e infine l’occupazione tedesca e la proclamazione della Repubblica Sociale. Dotato di una stringente dialettica ed acclamato predicatore, si rivelò acerrimo oppositore della ferocia nazifascista con numerose invettive lanciate dal pulpito, che gli erano già costate numerose denunce anche in periodo di pace. Fu chiamato da don Giuseppe Sermasi a far parte, assieme ad altri castellani, di un Comitato Cittadino che aveva l’intento di garantire l’ordine pubblico: padre Samoggia vi partecipò attivamente con evidenti benefici per i castellani, sottraendo, in particolare, alla distruzione e all’accapparramento dei tedeschi grandi quantità di grano, poi distribuito alla popolazione.
Dopo l’8 settembre 1943 svolse in convento una pericolosa attività clandestina in collaborazione con antifascisti laici per nascondere o indirizzare oltre la linea del fronte prigionieri di guerra, resistenti, ufficiali, soldati e detenuti politici. Non molto tempo dopo l’attività segreta venne scoperta e padre Samoggia fu arrestato e rischiò la deportazione in Germania. Il fatto, già citato in altre pagine del sito, viene qui raccontato in particolare, grazie ad un articolo pubblicato sul Messaggero Cappuccino del giugno-luglio 2015. Facciamo precedere il racconto da alcune parti di un profilo biografico, pubblicate sempre sul Messaggero Cappuccino dell’aprile 1999. (A.S.)

Un frate capace di sdegnarsi: P. Francesco Antonio Samoggia

di fr. Nazzareno Zanni
(tratto dal Messaggero Cappuccino dell’aprile 1999)

Padre Samoggia

P. Francesco Antonio Samoggia era nato a Bologna (S. Ruffillo) l’8 aprile 1891 e al battesimo gli fu imposto il nome di Luigi. Ammesso al noviziato dei Cappuccini il 15 ottobre 1907, cambiò il nome in Francesco Antonio. Fu ordinato sacerdote nel 1915 a Pieve S. Andrea di Imola, venne inviato al nostro Collegio internazionale S. Lorenzo da Brindisi in Roma, per frequentare la facoltà di teologia presso la Pontifica Università Gregoriana, ma nel 1914, a causa di un forte esaurimento, dovette interrompere gli studi. L’anno seguente fu arruolato come soldato in un reparto di sanità in zona di guerra, nella Carnia, ove rimase fino al 1919. Nel 1919, ritornato in convento, partì per la missione di Allahabad in India, dove svolse lavoro missionario per circa otto anni.
Nel 1927 rientrò in Italia, dove alternò l’insegnamento con un’intensa attività pastorale. Fu insegnante di discipline letterarie e scientifiche, lettore di filosofia, di teologia dogmatica, di sacra eloquenza, di storia ecclesiastica e di patristica. Nel novembre 1943, quando era superiore nel convento di Castelbolognese, per la sua opera a vantaggio del profughi e del prigionieri fuggiaschi, venne arrestato e condotto alle carceri di Bologna, per essere poi trasferito a Verona, dove nel marzo 1944 fu processato e condannato alla deportazione in Germania. Fu durante la sua prigionia a Verona che, secondo il racconto fatto da lui stesso, egli preparò alla morte G. Ciano, De Bono, e gli altri condannati alla pena capitale. “Nessun libro di storia riporterà questo – confidò -, perché la storia la si scrive con i documenti ufficiali. Ma li ho confessati io e li ho preparati io, e posso testimoniare che sono morti cristianamente, perdonando tutti”. P. Samoggia riuscì ad evitare la deportazione, grazie all’intervento del Superiori, che riuscirono ad ottenerne il trasferimento nelle carceri di Bologna, da cui, con l’aiuto dei partigiani, riuscì a fuggire il 9 agosto del medesimo anno Durante la fuga dal carcere, si trovò costretto a ritornare indietro per recuperare gli occhiali senza che i tedeschi – subentrati agli italiani nella custodia del carcere – lo riconoscessero e così lo arrestassero. Inviato in segreto a Roma, prestò la sua opera come cappellano dei profughi, e, al termine del conflitto, fece ritorno in Provincia, dove fu nuovamente insegnante di vane discipline, e più volte superiore di conventi.
P. Francesco Antonio, nonostante gli impegni dell’insegnamento, si distinse soprattutto nella predicazione, “nella quale era ricercato per la profondità della dottrina, per la facilità della parola e per la vivacità e la forza di raziocinio” (Necrologio). Intensa e senza riguardo alla propria persona fu la sua opera a difesa dei diritti umani e dei valori cristiani, prima contro il fascismo durante il ventennio di regime, e poi contro il marxismo negli anni che seguirono alla guerra.
Nel luglio del 1961 il P. Samoggia, superiore nel convento di Castel S. Pietro, a conclusione dell’orazione funebre in ricordo di un confratello, così disse: “Crescono nuovi virgulti, volti nuovi su affacciano, ma non sostituiscono le care immagini scomparse. Vedo intorno a me come un deserto seminato da tombe: morti… morti… morti, e in breve anch’io tra loro, ombra ormai di me stesso, eco di una voce che si spegne”. Un presagio che si avverò pochi mesi dopo, il 4 dicembre 1961: incontrò sorella morte” mentre stava attendendo alle pulizie del corridoio del convento.
Nel Necrologio che tradizionalmente viene inviato a tutti frati , così si legge: “Spenta la sua cara voce, rimane con noi la sua immagine, e, quel che più conta, il ricordo delle sue virtù: l’amore alla preghiera, allo studio, al lavoro; il culto della verità, l’austerità cappuccina, lo zelo per le anime, la dedizione di se stesso al dovere impostogli dalla Regola e dall’obbedienza”.
Il prof. Umberto Pirotti, che lo ha conosciuto personalmente, così ne ricorda la figura: “La persona del sacerdote cappuccino Francesco Antonio Samoggia era piccola e magra; ma l’occhio vivido, la parola calda e vibrante, il risoluto vigore delle argomentazioni gli conferivano un’autorità che avvinceva gli ascoltatori sensibili. io lo ebbi insegnante di religione in alcune classi del ginnasio e concepii di lui tanta stima, che in seguito lo ricercai, con una perseveranza talora forse importuna, perché mi sciogliesse dubbi, mi dissipasse turbamenti e inquietudini, o semplicemente s’intrattenesse a dialogare con me e con qualche altro giovane. Finché risiedette a Bologna, nel convento di San Giuseppe, non m’era difficile incontrarlo; e dopo che fu trasferito in quello di Castel San Pietro, più volte inforcai la bicicletta o salii in corriera per andare a trovarlo nella sua nuova sede. […]
Benefici furono per me anche gli orientamenti politici del padre Francesco Antonio, che in tempi di fascismo imperante fu antifascista risoluto, manifestando avversione alla tirannide, disistima del Duce e del suoi accoliti, riprovazione delle avventure imperiali, dell’alleanza con la Germania, dei provvedimenti contro gli Ebrei. Nelle lezioni ginnasiali lasciava appena trasparire il proprio dissenso dal “regime”; ma le sue opinioni politiche erano note, sì che lo resero sospetto alle autorità laiche d’allora e inviso, ahimè!, a certi cattolici fautori di Mussolini.
Capace di pungente arguzia, volentieri egli scoccava motti contro leggi e personaggi fascisti. “Se fossi un cane, ci terrei ad esser di razza” esclamò in una conversazione pubblica; e in altra occasione, commentando una conferenza virulenta d’un riverito gerarca, osservò che costui non aveva rispettato nessuno, neppure la grammatica. Ma più dell’arguzia era consono alla sua natura lo sdegno, i cui impulsi potevano strappargli parole non meno rischiose che giuste. Basti qui riferire che nel maggio del 1940, poco dopo che i Tedeschi avevano invaso il Belgio, egli, predicando una sera nella nostra chiesa di San Giuseppe, condannò con allusione patente gli enormi delitti che si commettevano in quei giorni”. […]


Come padre Samoggia recuperò gli occhiali

(tratto dal Messaggero Cappuccino del giugno-luglio 2015)

Padre Samoggia ritratto in età giovanile

I Cappuccini, fino a tempi recenti, all’entrata in noviziato, come abbandono della vita precedente cambiavano nome, aggiungendo al nuovo nome il luogo di origine, preceduto da una “da”. Quando il giovane Luigi Samoggia divenne cappuccino, ebbe il nome altisonante di “Francesco Antonio da Bologna”.
Col passare degli anni, tuttavia, per merito della sua dialettica irresistibile in pubblici dibattiti e come insegnante e predicatore particolarmente vivace e incisivo, era chiamato semplicemente padre Samoggia da tutti, frati compresi. Era un uomo piccolo di statura e austero, ma aveva “l’occhio vivido, la parola calda e vibrante – così testimonia un suo ammiratore – convincente nelle argomentazioni, pungente nell’arguzia, che si esprimeva con motti feroci, tali da spegnere in bocca qualsiasi contestazione”.
La sua notorietà si impose soprattutto durante la guerra. Irriducibile avversario della ideologia nazifascista e di ogni totalitarismo, aiutava i perseguitati dal regime, nascondendoli in convento o in altri luoghi ritenuti più sicuri. Ma questa sua attività non tardò a dar nell’occhio alle autorità nazifasciste, che con un inganno, all’inizio del 1943, lo arrestarono a Castelbolognese. Due spie, dopo aver suonato il campanello alla porta del convento, si erano presentati come evasi inglesi bisognosi di un nascondiglio. Padre Samoggia a tutto pensava fuorché a una trappola diabolica, e disse loro di entrare. Amara fu la sua sorpresa: quasi subito dopo il convento fu invaso da soldati tedeschi, che rovistarono in tutti gli ambienti alla ricerca di disertori, di eventuali complici e di armi. I frati furono riuniti al pianterreno e affidati alla sorveglianza di un soldato armato di mitra. Uno dei frati, frate Samuele, che anche lui qualcosa aveva da nascondere, lesto come una lepre e coraggioso fino a rasentare l’incoscienza, accorgendosi di una momentanea distrazione del soldato di guardia, senza pensarci un solo secondo, svoltò a gambe levate l’angolo del corridoio, uscì nell’orto e, passando tra le viti non ancora portate, riuscì indenne a raggiungere una breccia nella mura del convento e a far perdere le sue tracce. Quella fuga inaspettata fu una fortuna per gli altri frati, che vennero lasciati liberi. Ma non andò libero padre Samoggia, che dai tedeschi fu condotto dapprima al carcere di Ravenna, poi a Verona nell’ex convento dei Carmelitani Scalzi adibito a carcere, e infine nelle prigioni di San Giovanni in Monte a Bologna. Ma per poco. Riportato, sempre nel 1943, a Verona per esservi processato, fu rinchiuso nell’ala del carcere riservato ai sei membri del Gran Consiglio del Fascismo catturati, tra cui Galeazzo Ciano, che, votando l’Ordine del giorno Grandi, avevano determinato la caduta del regime. Qui egli diede prova della sua umanità, sostenendo spiritualmente i gerarchi “traditori” in attesa del processo, che puntualmente si concluse con la condanna di cinque di loro e di altri tredici in contumacia alla fucilazione per alto tradimento. Padre Samoggia li aiutò a prepararsi alla morte (11 gennaio 1944), come testimonierà più tardi lui stesso a chi scrive: “I libri di storia non ne parleranno, ma sono stato io a confessarli e prepararli a morire. Sono tutti morti perdonando”.
L’unico dei processati non condannati alla fucilazione, ma a 30 anni di carcere, Tullio Cianetti, in occasione della Pasqua 1944 (9 aprile), scrisse una poesia in romanesco, in cui esprime tutta l’amarezza e il disprezzo per gli sbalzi d’umore dei padroni di turno, ma anche appassionata ammirazione per padre Samoggia, carcerato come lui e ricordato con il nome di fra Francesco.

Pasqua 1944

Pensavo stamattina: “Quanno esco
da ‘ste catene infami libberato
ricorderò ‘gni tanto fra Francesco
povero cappuccino carcerato”.
Ch’avrà fatto ‘sto frate bonaccione
pe’ merita’ l’onore de li “Scarzi”?
In ‘sto monno birbone
pure li frati sentono li sbarzi
de la temperatura d’un padrone.
Ja servito la messa un generale,
antico sordataccio e bersajere
e dar caratterino ar pepe e ar sale.
Accumunati insieme dar dolore
der carcere, scompare la bardanza
e nasce er fiore de la fratellanza
che spicca su l’artare der Signore.
Quello ch’ha detto er frate so’ parole
de verità, splennenti com’er sole:
nun c’è dotrina e nun c’è fantasia,
nun c’è filosofia,
nun c’è governo reggio o pontificio
der tempo antico e novo che nun sa
ch’er frutto d’un commune sacrificio
se chiama “lebbertà”.
[…]
Piccolo cappuccino carcerato
che ciai fatto arisplenne un po’ de sole,
grazie pe’ le parole
gonfie d’umanità e de devozione
con cui stamane ciai commemorato
‘sta triste Pasqua de risurrezione.
Drenti ‘ste celle piene di dolore
noiantri lo sapemo
che solo ne la legge der Signore
sta scritto che chi sbaja è perdonato
e chi soffre da Cristo è sollevato.
Frate, risorgeremo!
Tu tornerai ner chiostro venerato,
noiantri da li fiji e da le spose
che ci aspettano a casa e penseremo,
ogni Pasqua a ‘ste mura dolorose
e a la chiesetta buja che cia visto
mesti fratelli in Cristo
degradati al livello de le cose.
Ne le città lontane
quann’er giorno de Pasqua le campane
soneranno a distesa, te vedremo
frate, che nun sei reo,
comm’oggi da l’artare dir sereno:
“Gloria in excelsis Deo”!

Dopo essere stato riportato a Verona, padre Samoggia era stato processato nel marzo 1944, e condannato alla deportazione in Germania. Nel frattempo, però, un intervento diplomatico riuscì a ottenergli il ritorno nelle prigioni di San Giovanni in Monte a Bologna, dove poté godere di un’inspiegabile libertà di movimento: confessava, pregava, teneva lezioni di filosofia e di teologia ai compagni di sventura, recando conforto a tutti in quel luogo di sofferenza, di fame e di paura.
Fino a quando, un giorno, tutti i carcerati di San Giovanni in Monte riuscirono a «evadere» dal carcere in maniera rocambolesca. Era il 9 agosto 1944. Si erano presentate al carcere, custodito da militari italiani, due automobili, dalle quali erano scesi dei partigiani travestiti da ufficiali tedeschi e da militari fascisti con finti partigiani “catturati” da incarcerare. Non fu difficile, con questo espediente, farsi aprire le porte del carcere e sopraffare la guardia, riuscendo a mettere in libertà tutti i detenuti. “Presto! Presto!”, ripetevano i liberatori, paventando una controffensiva.
Anche padre Samoggia si precipitò fuori. Ma… senza gli occhiali. Un grosso inconveniente! Nella calca generale e nella fretta non era riuscito a rintracciare gli occhiali, lasciandoli forzatamente nella sua cella. Dopo essersi allontanato alquanto, si trovò a domandarsi come fare. Senza quegli occhiali, gli unici che possedeva, lui, afflitto da una forte miopia, non poteva andare lontano. Ci pensò su, poi, con la speranza che il carcere fosse ancora in mano ai partigiani, tornò indietro. Quando giunse di nuovo a San Giovanni in Monte, gli fu sufficiente un’occhiata, per quanto sfocata, e ascoltare le voci per accorgersi che invece dei partigiani vi erano militari tedeschi, mandati in rinforzo. Regnava molta confusione e tanto era il disordine, mentre le porte e i cancelli del carcere erano ancora spalancati. Padre Samoggia, pur esitante, entrò cercando di non destare sospetti, si introdusse nell’edificio, raggiunse la sua cella e, tastando con le mani un po’ dappertutto, ritrovò gli occhiali. I tedeschi non si preoccuparono di quel frate piccolo e “innocuo”, forse scambiandolo per il cappellano del carcere, e lasciarono fare. Così padre Samoggia uscì dal carcere indisturbato, e fece ritorno in convento, per poi attraversare clandestinamente la linea del fronte e raggiungere Roma, città ormai liberata, dove svolse il compito di cappellano dei profughi.
Se quei soldati tedeschi l’avessero saputo, chissà come avrebbero trattato quel frate “innocuo”. Ma padre Samoggia di coraggio ne aveva da vendere, ed era un frate battagliero come nessuno, tanto che, recandosi una volta a San Giovanni Rotondo, fu apostrofato da padre Pio, che neppure lo conosceva, con queste parole: “Frate battaglia!”. Nome più che consono per lui, che neppure un fucile puntato sulla fronte ne poteva spegnere l’audacia, perché si sentiva un combattente per la verità e la “lebbertà”.

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