Antonio Bosi (1915-2006)

In memoria – Antonio Bosi, un castellano benemerito

http://www.castelbolognese.org/wp-content/uploads/2013/09/notaio_bosi.jpg (73218 byte)Con la scomparsa all’eta di 91 anni del notaio Antonio Bosi, avvenuta il 30 dicembre scorso, Castello ha perduto un altro dei suoi cittadini che, nelle spaventose vicende di guerra, sostennero il ruolo di personaggi principali nel governo della comunità locale lacerata e prostrata.
Furono il senso di responsabilità, la passione civica, il coraggio di azioni generose e disinteressate a spingere uomini come Antonio Bosi ad esporsi a disagi e pericoli quando le circostanze favorivano piuttosto comportamenti improntati a individualismo e opportunismo. Dopo l’8 settembre 1943, ritornato a Castello dai fronti di guerra nei Balcani e in Francia, ove aveva combattuto con il grado di ufficiale di artiglieria alpina, Antonio Bosi rifiutò di riconoscere la Repubblica Sociale e di giurarvi fedeltà, subendo ritorsioni da parte dei fascisti locali. Alla fine del 1944, quando anche da queste parti la guerra faceva sul serio, si unì a persone di diverso orientamento politico, che non si riconoscevano nel fascismo, per dare vita ad una Consulta comunale con lo scopo di provvedere alle necessità di Castel Bolognese. Le luci del volontariato e le ombre della faziosità caratterizzarono quel barlume di vita pubblica, che a Castello fu possibile durante l’invasione e la lenta ripresa dell’immediato dopoguerra. Antonio Bosi, in rappresentanza della Democrazia Cristiana, fece parte della prima Giunta comunale (sindaco Tommaso Morini), insediata dagli alleati e rimasta in carica fino al giugno 1946. Poco dopo non partecipò più alla politica attiva. Insegnò diritto negli istituti tecnici di Ravenna e di Faenza fino al 1952. Intraprese poi la professione di notaio, svolta ininterrottamente a Bagnacavallo fino alla pensione.
Recentemente, in occasione del 60° anniversario della Liberazione, uscito da un riserbo a lungo mantenuto, aveva autorizzato la pubblicazione su questo giornale di una sua testimonianza particolareggiata riguardo a vicende politiche castellane, anche scabrose, dal 1943 al 1947. Una testimonianza lucida, da cui traspariva la rettitudine di chi la rilasciava, la sua volontà di fare chiarezza e di giudicare le persone in base non all’ideologia, ma alla coerenza e all’integrità morale. “Non ho voluto fare polemiche – scrisse allora Antonio Bosi – ma ho sentito il dovere, prima di morire, di rendere omaggio ai benemeriti”. A quei benemeriti dobbiamo in gran parte la medaglia d’argento di cui è stato insignito il nostro gonfalone. Tra loro va collocato il notaio Antonio Bosi: una roccia, fino agli ultimi momenti della sua vita.

S.B.

articolo tratto da: Il Nuovo diario messaggero, 5 gennaio 2007

 


Riportiamo qui di seguito un toccante articolo, scritto da Antonio Bosi durante la sua esperienza negli alpini, e pubblicato sul giornale L’Alpino n° 14 del 15 luglio 1941. Il testo e le immagini sono tratte dalla pagina web http://www.webalice.it/giulorma/muli_23batteria.htm

Muli della 23ª batteria

di Antonio Bosi*

7 febbraio: venerdì. (1941 ndr)

Stamane la nebbia è scomparsa, ma il cielo è rimasto nuvoloso e la temperatura fredda.

Spariamo diciannove colpi sulle case di q. 1100 ove si ritiene sia posto un Comando di un battaglione greco.

Poco dopo ci giunge l’ordine di ritornare ancora una volta sulla vecchia posizione a q. 750 sul costone dietro l’abitato di Bargullas. Viene così di nuovo a cessare il nostro compito di batteria garibaldina in linea con la fanteria, pronta ad intervenire ad ogni richiesta di fuoco. All’imbrunire dobbiamo essere di nuovo in posizione coi dati aggiustati sul tiro di sbarramento. Trasportiamo prima i pezzi poi le munizioni. Il cielo già nuvoloso e grigio va schiarendosi ed aumenta, proprio ora in cui ci sarebbe propizio la nebbia, la visibilità. Non sono ancora partiti i primi muli che giungono sulle basse pendici del Tomori due colpi di mortaio greco seguiti a breve distanza dalle granate di un pezzo, prima sul costone ove stanno i pezzi, poi più lunghe e che vanno a scoppiare nei prati dietro.

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…I nostri muli si sono appena incamminati a lunghi intervalli, coi carichi nascosti dalle mantelline, lungo la mulattiera…

I nostri muli si sono appena incamminati a lunghi intervalli, coi carichi nascosti dalle mantelline, lungo la mulattiera, che sono bersagliati dal tiro preciso di granate di 75 nemici che battono tutta la mulattiera. Si fanno ritornare e scaricare i più vicini; gli altri sono ormai distanti e si spera ancora nella fortuna che ci ha fino ad ora protetti. Noi sentiamo la rabbia della nostra impotenza provando di persona la massima che, quando l’artiglieria si sposta, si trova in crisi. Seguiamo con amarezza il susseguirsi dei colpi sempre più lunghi sulla mulattiera, temendo ogni volta di più per la sorte dei nostri uomini e dei nostri muli. Un colpo cade a pochi metri da Barnabò: due scoppiano avanti e dietro a un mulo nostro abbandonato dal conducente, e rimasto lì immobile, senza il minimo segno di turbamento. L’intensità di fuoco aumenta e vediamo scoppiare quasi simultaneamente sei colpi intorno a un nostro mulo. La povera bestia evidentemente colpita in pieno si scorge ruzzolare fuori dalla mulattiera sui campi sottostanti, avvolta nella nube nera delle granate. Il conducente si vede poco dopo, dietro una baracca presso la quale aveva trovato riparo: cammina e fortunatamente non appare ferito. Le granate allungano ancora i loro scoppi, ma ormai i muli sono defilati nelle curve della strada: non ottengono più alcun effetto.

Cessato il fuoco, ci giungono le prime notizie recate dagli alpini, ma dobbiamo attendere il ritorno dei nostri portaferiti, mandati avanti, per sapere qual è la vittima. E’ morto Rugginello: il mulo più bello, più forte e più fiero della batteria, il quadrupede che avrebbe contraddistinto la 23a fra tutte le batterie alpine.

Per il suo mantello sorcino che passava dal giallo, criniera di leone a primavera, al baio bruciato in inverno, e per il suo carattere piuttosto diffidente verso chiunque, avevamo nobilitato la sua origine chiamandolo incrocio di toro e leone. Ed aveva dell’uno la forza e la massa, e dell’altro l’insofferenza e la maestà. Da dieci anni gli artiglieri che si erano avvicendati in batteria l’avevano sempre visto portare il medesimo carico, la slitta, che portava su quel dorso e, con quella disinvoltura, assumeva le proporzioni di un giocattolo.

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.…Tetragono a tutte le fatiche, a tutte le inclemenze delle stagioni, ai disagi delle fredde notti all’addiaccio, nel fango e sotto la neve….

Molti lo ammiravano, tutti lo temevano: e sistematicamente ogni anno anche colui che gli era unico amico doveva ricoverarsi all’ospedale per l’incostanza del suo umore: e continuava poi, quasi calmato da quello sfogo solenne, a compiere il suo dovere di mulo di linea pezzi. E la scontrosità del suo carattere non si manifestava soltanto nei riflessi di quelle bestie che troppo spesso sono i soldati, ma anche verso gli altri muli costretti talvolta a subirne gli effetti. Ed aveva voluto per dieci anni vivere segregato da loro, da solo, in un box, al quale accedeva con la prepotenza e la dignità di un dominatore. Anche nella morte, è rimasto diverso e superiore. Tetragono a tutte le fatiche, a tutte le inclemenze delle stagioni, ai disagi delle fredde notti all’addiaccio, nel fango e sotto la neve, con la fame appena calmata da una manata di biada o da un fascio di sterpi, era inattaccabile dalle normali cause di decesso. E non s’è spento, stremato di forze sotto una catapecchia cadente, ma sulla sua strada, la mulattiera, col suo carico, la slitta, in piedi: con una coscia spezzata dalla granata, col fianco aperto da una scheggia, s’è retto ancora un attimo, ha girato i suoi grandi occhi spaventati come per trovarsi l’ultimo giaciglio, ed è precipitato come la quercia schiantata dal fulmine. Ad ogni conducente aveva lasciato ogni anno un ricordo maligno: all’ultimo, con la sua mole ha fatto da scudo e gli ha fatto dono della vita. E quel rosso ragazzo bresciano sarà forse l’unico dei conducenti che sentirà il dolore per la sua morte e che gli serberà, velata di malinconia, un po’ di gratitudine.

La notte scorsa è morto pure Ronago, il porta bocche da fuoco: ma la sua è stata un’agonia lenta, dolorosa, protrattasi per più di un mese, dovuta forse ad uno scompenso cardiaco per eccessiva fatica.

Non aveva la mole di Rugginello e neppure la sua rusticità: ma era un bel mulo, quadrato, dalle spalle potenti, dai reni saldi e corti che si univano ad una groppa spiovente, si che l’intero corpo appariva come proiettato in avanti destando un’impressione di impetuosa potenza. Nelle tristi giornate del Natale, nonostante la fame sofferta per tre giorni consecutivi ed il lavoro continuo, sotto la pioggia e la neve, sulle mulattiere melmose, aveva trasportato l’obice con una volontà tenace, camminando potente e sicuro con quella sua andatura caratteristica, testa leggermente abbassata e azionando gli anteriori di forza, come per gettar dietro di sè ogni metro di strada che conquistava. All’alba del venticinque fu ancora lui l’unico dei muli del suo pezzo ancora in grado di ritornare oltre Dobrusha verso Teguri per recuperare i carichi abbandonati durante la notte. E rifece il cammino da Dobrusha a Novany portando oltre all’obice gli scudi para-munizioni due granate: due quintali camminando per quattro ore. Era un leone. A notte ritornò fin quasi a Dobrusha ancora nel tentativo di recuperare parti del terzo pezzo, rimaste in territorio occupato dal nemico, e ritornò con un carico di munizioni.

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….Ed è andato progressivamente deperendo ostentando, col cuore in sussulti verso le mulattiere che ormai poteva appena risalire scarico….

Ma lo sforzo prodigato dal suo carattere generoso e dal suo fisico esuberante aveva conseguenze deleterie sul suo cuore di mulo quindicenne. E s’è disfatto lentamente, cadendo per la prima volta di notte nella fanghiglia della mulattiera per portare i pezzi della 44a da Brach a Capinove e poi un’alba fredda di gennaio in cui dovevo trasferirci a Novany.

Da allora nessuno ha più osato gravare quel dorso dell’usato carico per una dolorosa compassione verso la brava bestia che aveva dato tutta la sua vita al suo dovere. Ed è andato progressivamente deperendo ostentando, col cuore in sussulti verso le mulattiere che ormai poteva appena risalire scarico. Ed ha disteso le zampe in una buia stalla albanese presso il compagno porta testata, Oreno, che guardandolo con il suo sguardo pacato di vecchio cappuccino, lo ha salutato per sempre.

Erano forse venuti in una stessa giornata a Belluno indomiti muli di rimonta, undici anni fa e sono morti, come detta il comandamento alpino, insieme, dopo aver fatto, tacendo, sempre e tutto il loro sudato dovere.

* * *

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L’ultima parte dell’articolo con la firma del Sottotenente Antonio Bosi

All’imbrunire trasportiamo l’unico pezzo rimasto ed a notte alta uomini e muli ritornano per il trasporto delle munizioni. Ci illumina la luna alta nel cielo scintillante di stelle: all’una tutti gli uomini sono ritornati, le tende di nuovo piantate e si va finalmente a riposare.

Un pacco con biscotti e cioccolato giuntomi nella serata, ci rallegra un po’ tutti, facendoci dimenticare le ansie ed il dolore del giorno finalmente passato.

Nella fotografia in alto è l’alfiere della Bandiera di guerra del Reggimento scortata, sulla sinistra, dal comandante Col. Giuseppe Molinari da Portomaggiore, Ferrara (fotografia gentilmente concessa dai figli del Col. Molinari)

Pubblicato (solo il testo) sul giornale associativo dell’A.N.A. L’ALPINO n° 14 del 15 luglio 1941.

*Antonio Bosi da Castelbolognese, Ravenna, Sottotenente in servizio alla 23ª batteria Gruppo “Belluno” del 5° Rgt. Artiglieria Alpina Divisione “Pusteria”.

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