Sante “Tino” Biancini (1904-2004)

In memoria – Tino Biancini: cento anni di vita e di storia

http://www.castelbolognese.org/wp-content/uploads/2013/09/tino_biancini.jpg (34996 byte)Avrebbe compiuto cento anni il 31 agosto prossimo. A quanti dispiace di non poter festeggiare il raggiungimento del raro traguardo Tino ha lasciato comunque il ricordo indelebile del suo viso sorridente, il viso di un signore distinto, non segnato dagli anni, tanto da far desiderare a tutti di carpire il segreto di una fibra così ben conservatasi. Giustamente si diceva di lui che era intramontabile, come si suol dire di ogni persona che è ancora attiva dopo tanti anni di attività e ha un seguito di simpatie e di attestati di gratitudine, perché è sempre vissuta nell’apertura al prossimo e con spirito di servizio.
Cerchiamo di scoprire il segreto di una vita così bella e così lunga. Al centro dei suoi valori ideali e affetti sacri c’era innanzitutto la fede cattolica, testimoniata con la sapidità delle anime semplici ma spiritualmente elette. Tino si sosteneva con la preghiera rivolta a Padre Pio ma anche a San Giuseppe, tradizionalmente invocato patrono della buona morte che, per Tino, era tale se si risolveva in un sereno trapasso. Poi l’onestà e la dedizione zelante e disinteressata al lavoro, prestato al servizio di antiche farmacie locali. Tino era andato in pensione dopo 66 anni di lavoro, senza accusare alcun affaticamento, tanto da non rinunciare a rendersi disponibile in altri campi. Coltivò le passioni di sempre, in particolare quella per il teatro che condivise con l’inseparabile amico “Cavurì”: attori, registi, suggeritori della filodrammatica nata all’ombra del campanile di San Petronio. Tino e Cavurì condivisero pure l’amore del bello, un amore che tradussero soprattutto in un servizio reso alla Chiesa e alla parrocchia come generoso complemento della preghiera. Insieme allestivano il presepe per Natale, il sepolcro per Pasqua e provvedevano all’addobbo delle chiese castellane nelle solennità. Alla mirabile coppia era affidato anche un altro incarico particolare: la vestizione della statua della Beata Vergine della Concezione venerata nella chiesa di San Francesco. Nel passato la vestizione era un privilegio concesso solo alle “vergini” ovvero pie donne castellane non sposate, che eseguivano il compito a porte chiuse. Con il cambiamento di mentalità e il venir meno di pie donne siffatte, Cavurì e Tino subentrarono alle “vergini” e, quali precursori dei diaconi di oggi, furono tra i laici più addentrati nei servizi liturgici, i più fidati custodi delle tradizioni sacre. Né si deve dimenticare il servizio reso da Tino, finchè le forze glielo concessero, alle monache domenicane, alle quali ogni mattina di buon’ora e con esemplare puntualità portava il pane fresco.
Meritata fu dunque l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di San Silvestro Papa, che a Tino fu conferita nel 1997 per interessamento dell’arciprete monsignor Dall’Osso a nome della comunità parrocchiale.
Tino apparteneva all’antica gens castellana dei Biancini. Il nonno materno, Luigi Tampieri, combattè con Garibaldi sui monti del Trentino per la libertà della Patria. La lapide, che si può leggere al cimitero, recita così: “Fu buon cittadino e onesto compendio di vita umana”. Non è forse esatto dire che con Tino se ne è andato un altro pezzo del vecchio Castello? Piuttosto con lui si estingue la schiera dei castellani doc la cui vita ha attraversato tutto il Novecento (un secolo già consegnato alla storia) incarnando la laboriosità, la creatività, lo spirito di sacrificio, la probità civica e religiosa che contraddistinsero generazioni di castellani rimasti impressi nella memoria di buona parte di noi. Ora Tino si è ricongiunto a Francesco Serantini e alla nonna Oliva, sua ispiratrice in quelle mirabili pagine di narrativa in cui Serantini ha dato a Castello i suoi inconfondibili colori, allo scultore Angelo Biancini, al liutaio Nicola da Castel Bolognese, ad Ubaldo Galli e, fra i tanti altri, all’indimenticabile pittore e poeta Fausto Ferlini, che ha celebrato in versi dialettali il viale dei cipressi che conduce all’estrema dimora di tutti i castellani.
Versi toccanti, che costituiscono un “amarcord” del vecchio Castello. Li rileggiamo per un omaggio affettuoso a Tino Biancini, in questa mesta circostanza del congedo da lui:

… Sol un vièl d’arzipress l’è armast cum ch’l’era
trama e su verd i va a puler j’uslèn
che ciacarend i ciama i vecc castlèn
e i dis a tott… durmè… durmè ch’l’è sera!

(discorso letto in San Petronio il 7/7/2004)

S. Borghesi

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