|
| |
I contrabbandieri di Castel
Bolognese fra storia e leggenda
di Baldo d'Viola - Ubaldo Galli
tratto dal Nuovo Diario Messaggero nn. 6, 13 e 20 maggio 1995
Prima di dare inizio a questa
"reminiscenza storica" del nostro Ubaldo, una piccola, necessaria, premessa.
Ancora oggi, fra le persone anziane di Castel Bolognese, quando si vuole indicare la
"Via Borghesi", quella che parte da Via Antolini e finisce con l'inizio di Via
Biancini, nello spigolo posteriore orientale delle "Scuole Elementari", si usa
chiamarla la "Contrada dei Contrabbandieri", e questo ci dimostra come questo
ricordo sia ben radicato nella memoria degli abitanti del nostro paese.
In questa strada, che, come ci dice Pietro Costa, nel suo libro "Un paese di
Romagna" 1797-1945, nell'antica toponomastica era indicata "Via Mura a
Levante", viveva una comunità tutta particolare, con un proprio dialetto, che
differiva sensibilmente da quello del paese, con sue abitudini, modi di vivere, norme
consuetudinali, che non sempre si conciliavano con quelle dei vicini, sempre pronti ad
esprimersi con scurrilità ed anche con bestemmie, ma, nello stesso tempo, anche se a modo
loro, pronti ad atti di devozione verso la religione. E fu una comunità, così singolare
e così dotata di una sua fortissima personalità da passare indenne attraverso le
vicissitudini della storia (Papato, Cesare Borgia, Rivoluzione francese) fino ad arrivare
molto vicina ai giorni nostri per poi estinguersi, si potrebbe dire,
"naturalmente", in quanto il tempo non era più adatto a questi tipi di
personaggi.
I contrabbandieri di Castello
Un Castellano di una volta, che sarebbe il sottoscritto, nel passare degli anni ha sempre
covata l'idea di scrivere due righe sui "Contrabbandieri di Castello".
Adesso, arrivato ormai a sentire l'odore dei "novanta", con il tempo a mia
disposizione, almeno lo spero, mi provo a levarmi quel capriccio che mi ha sempre
stuzzicato.
Non avrei mai pensato in che razza di melga (imbroglio, situazione difficile) mi sarei
cacciato, perché se è pur vero che da ragazzetto avevo bazzicato coi parenti dei
contrabbandieri e sentite, da loro, una quantità di storie sui loro vecchi, è
altrettanto vero che si trattava di storie che assomigliavano a favole d'un tempo lontano,
sepolte nella memoria per cui andarle a scoprire era come pescare la luna nel pozzo: sono
passati più di ottanta anni da quei giorni.
In tutti i modi credevo di trovare un po' di materiale spulciando vecchie carte o dal
lavoro di un qualche studioso che si era interessato all'argomento; quel tanto, insomma,
da poter imbastire un lavoretto che meritasse l'intenzione del darsi da fare. Ma si, è
stato lo stesso che cercare la lepre nella cuocia del cane. Di studi ne ho trovati
abbastanza, ma povero me, barbosi fin dalla prima pagina e in compenso scarsi di notizie
sui contrabbandieri che furono, ai loro tempi, uomini vivi e gagliardi, capaci di far
imbestialire i governanti degli Stati del Papa e degli altri Stati viciniori.
Non parliamo poi di vecchie carte: neanche l'ombra. L'unica notizia sicura è che i
contrabbandieri erano si capaci di adoperare le mani, però con strumenti che non avevano
niente a che fare con le penne da scrivere.
Di fronte a tante difficoltà pensai bene di lasciar perdere, ma l'argomento si
dimostrava, anche a prima vista, tutto quanto da scoprire e pieno di interesse come un bel
film d'avventure e così, io, durai a metterci il naso dentro.
Vada come vada, eccomi qui a raccontarvi, alla maniera degli antichi favoleggiatori, il
risultato di questo incontro coi "Contrabbandieri di Castello": un fenomeno
durato più di quattro secoli, che oggi nessuno ricorda se non ne parla qualcuno.
Ultima avvertenza: se il racconto pigliasse, come temo, la misura di "quella che a
Giovanni il Gramatico gli sfregava in terra" siamo d'accordo di insaccare il violino
e andare a scolarci una coppia di bottiglie di sangiovese che di certo non dispiacque
anche ai nostri amici, si fa per dire, del contrabbando.
Dunque: Primo interrogativo: perché proprio in quel tratto che sta fra
il Rio Sanguinario e il Ponte di Castello crebbe e prese vigore quella corporazione che
portò tanti disturbi e affanni ai capi di allora, a cominciare dalle loro Santità che in
tutto quel tempo si trovarono sulla Cattedra di San Pietro?
A questa domanda, prima di risponderci, bisogna pensarci bene e per questo sono necessari
più dei trenta secondi richiesti nei quiz di Michele Bongiorno. Ora, per rispondere a
tono, chiamo in aiuto un certo frate Bartolomeo della Pugliola con la sua
"Cronichetta" custodita nell'Archiginnasio di Bologna. Lì il cronista racconta
senza veli che un gran personaggio del Senato di Bologna si trovasse a passare in quel
tratto della strada Emilia ricordata prima in mezzo a una boscaglia fonda, ritrovo di
banditi, assaltatori ed altra gente degna della forca.
A farla corta: la guardia fu assaltata e spogliata delle armi: al personaggio fu tolto
tutto quello che aveva indosso a cominciare dei vestiti e, nudo e crudo come un verme, fu
legato sulla sua mula bianca e rimandato indietro con la faccia voltata contro la coda in
segno di disprezzo.
Fu allora che la reggenza della Città di Bologna decise di mettere un fermo, una volta
per tutte, a queste cose vergognose. Il nostro frate Bartolomeo scrive in proposito:
"1380 - Onde avvenne che il suddetto Comune di Bologna mandò a porre una Bastia nel
contado di lmola, che prese il nome di Castelbolognese". Se fosse vero quel che dice
il buon fratino, Castello alla data di oggi conterebbe, tondi, seicentoquindici anni, una
discreta "gulpadina".
Se vogliamo fare un paragone: New York, a parte la differenza, quando eressero la Bastia
era ancora "in mente Dei".
Purtroppo in molte cose, il più delle volte, ci si mette un "fagiolo nella
piva" e stavolta il "fagiolo" ce l'ha messo un castellano. Francesco
Serantini, l'avvocato. Il nostro grande scrittore, frugando fra le carte
dell'Archiginnasio di Bologna, ti va a pescare, come in un romanzo giallo, il documento
originale della data di fondazione di Castello: 13 aprile 1389.
"Sentenza di Filippo Guidotti podestà del contado di lmola alla presenza delle
Comunità di Serra, Casalecchio, Barignano e Anconata che formano il distretto di questa
terra ricevono il presente ampliato Castello, io Giacomo notaio sottoscritto nell'anno di
N. S. Gesù Cristo 1389 il giorno di 13 aprile del pontificato di S. S. Papa Urbano Sesto
alla presenza di tanti illustri testimoni vi faccio grazia: autentificata questa sentenza
al tempo del massaro ser Aghinolfi di Solarolo, massaro del Comune di Imola dal quale sono
stato soddisfatto colla somma di nove ducati d'oro fino e sonante". Se facciamo un po
di conti: nove ducati d'oro, a quei tempi, erano "baiocchi": valutati e
svalutati nella moneta di oggi giorno, (che non è neanche adoperabile a spazzarsi ...),
con tutte le svalutazioni passate e presenti vedremo che per la fondazione di Castel
Bolognese la semplice scrittura dell'atto non è stata una spesa da poco.
Secondo interrogativo: stabilito il posto, dato inizio a tutto quello che abbisogna per il
funzionamento di un paese, dove trovare quelli che siano disposti a venire ad abitarlo?
Emanarono un bando con invito a far parte della popolazione. Risultato: lo riferisce,
semiscandalizzato, frate Bartolomeo: "ordinis minorum": "I primi a
presentarsi al bando furono proprio i banditi dei boschi.
I bolognesi, che il Signore tenga la sua santa mano su di loro, non potevano trovare un
posto migliore dove i futuri contrabbandieri si trovarono a sguazzarci come ranocchi nel
pantano. Se, per caso, aveste davanti una mappa della Romagna immaginate d'avere anche un
compasso con l'apertura ideale di 42 Km. Puntate dove c'era, una volta, la Torre di
Castello e tracciate un circolo, troverete ai quattro punti cardinali: a Sarner, Bologna;
alla Curena, Palazzuolo, alla Bura, Ravenna; a Sulan, Cesena; come dire i confini di quel
territorio che, per quattrocento e più anni, divenne teatro delle imprese dei nostri
contrabbandieri, degni figli dei loro progenitori: assaltatori da strada maestra.
Terzo interrogativo: fra Faenza e lmola, il paese pur mo nato, correva il rischio di
rimanere inguaiato per mancanza, sul posto, delle risorse necessarie per crescere. E
allora, che facciamo? Nel dubbio il senato bolognese, memore dell'antica sentenza:
"in dubiis pro reo" decide: "Aiutiamo questa gente anche se fossero
briganti, e nel caso dei recenti abitanti di Castello dispone: diamo ai nostri Castellani
alcuni vantaggi.
Sentiamo in proposito un altro storico: Giovanni Emiliani, castellano di razza doc: il
vantaggio principale dato ai nostri proavi era l'esenzione dal pagare dazi, gabelle e
altre tasse di qualsiasi colore e in particolare la possibilità, per gli uomini e i
commercianti di Castello, di portare a Bologna il loro grano e le biade, e vendere la loro
merce con favori che non erano dati a commercianti di altri luoghi. Ohi! ragazzi fu come
invitare un tedesco a bere!
Questa la spinta al sorgere del contrabbando castellano. Prima vicino a casa e poi, pian
piano, verso città e paesi più lontani. Da qui le condizioni necessarie e sufficienti
che permisero l'affermarsi dei Contrabbandieri di Castelbolognese che avevano nel sangue,
per atavica disposizione, il gusto di andare contro a tutto quello che sapeva di leggi e
dì regolamenti. Superate le prime difficoltà, organizzati con la pratica uomini,
animali, mezzi di trasporto, scampati, non si sa come, al saccheggio e alla distruzione
del paese ad opera di Cesare Borgia, detto il Valentino, già ve il 1650 si era affermata
un'accolta conosciuta nelle Legazioni di Bologna e di Ravenna e nel forlivese con
l'appellativo "Contrabbandieri di Castelbolognese" seguito dal detto:
"quelli di Castello hanno il diavolo nella budella".
Nel paese i nostri formavano una comunità a parte. Parlavano un dialetto con molte voci
differenti dal castellano popolaresco. Chi non faceva parte a l'organizzazione non entrava
nè per interessi, nè per rapporti di genere diverso. Nel vestire si notavano
particolarmente, uomini e donne: oh un contrabbandiere! Anche il tenore di vita era
superiore a quello della maggior parte dei castellani. Spesso e volentieri, nel discorso,
ricorrevano a boiate o a bestemmie, ma ciononostante, alla loro maniera, mantenevano una
certa devozione. Avevano regalato alla Madonna della Concezione il Manto trapunto in oro
indossato ancora oggi dalla nostra Madonna nella domenica della Pentecoste, ricordato come
il Manto dei Contrabbandieri.
Confinavano con la strada Guazzabuglio (ora via Morini), abitata dagli ebrei. Come
combinassero persone così diverse è un mistero. Forse c'entravano i cambi delle monete
che i contrabbandieri adoperavano nei loro viaggi.
Un altro aspetto importante sarebbe indagare a fondo il ruolo della donna contrabbandiera.
Senza neanche credere di essere come quelle che oggi dì si dicono femministe, avevano
certamente una funzione di primo piano nell'organizzazione, se osserviamo che erano loro,
oltre che mandare avanti la casa e governare i figli, a badare pure agli affari quando gli
uomini erano lontani.
Non è un parto delI'immaginazione pensare che siano stati loro a trasformare
l'allevamento delle oche e il commercio del piumino in una forma para-industriale per
quanto lo permettevano i tempi. Dato che abitavano a contatto colle mura era possibile, a
loro, portare i branchi delle oche nel fossato intorno pieno di acqua in tutte le stagioni
e avere l'acqua per i bisogni degli animali. L'allevamento e il commercio delle oche,
dietro l'esempio delle donne dei contrabbandieri, divenne in breve tempo il lavoro della
maggior parte dei castellani. Si incontravano oche dovunque tanto che i forestieri presero
l'abitudine di chiamare Castello "il paese delle oche" che, adoperato dalle
malelingue, non era di certo un complimento ben accetto dagli abitanti. Una nomina che
prese piede; persino Giosuè Carducci lo ricorda nel suo libro Levia Gravia... "le
piume come di un'oca cui l'industre paesano di Castelbolognese abbia alleggerito del suo
bianco mantello...".
A questo punto, e domando venia, non posso fare a meno di ricordare Gesualda, l'ultima
donna di razza contrabbandiera, vissuta e morta nella "contrada". Fino
all'ultimo della sua vita allevò e commerciò oche.
Mi aveva preso a simpatia da quando le avevo accennato dello scritto di Carducci: "Mi
coglioni! Allora sono nella storia!".
Andava al mercato a Lugo, a piedi, con la carriola. L'oca uccisa nel fondo, lo scanno per
il bucato di traverso per tagliarla al momento della vendita. Mi raccontò di quel
mercoledì quando, alle due del mattino, fu fermata dai banditi sul ponte di Felisio.
Allora i soldi erano spiccioli di rame: un soldo, cinque centesimi; due soldi, la baiocca,
dieci centesimi (ai quali ritorneremo se vogliamo che la lira riprenda il suo valore),
quando la nostra moneta era alla pari colle altre. Le baiocche da due soldi, sia quelle di
Re Vittorio come quelle del collo lungo, per poterle portare in tasca, ne facevano dei
rotoli pressati con carta gialla, lunghi un 15cm. circa.
Gesualda, disperata per il suo peculio in pericolo, un rotolo di baiocche, arrivò a
nasconderlo approfittando del fatto di essere l'ultima della fila dei fermati. Passò la
visita senza che le trovassero alcunché, sebbene la perquisissero da tutte le parti.
"Oh, Baldo, la paura fu grande, ma del piacere neanche un briciolino!". Lascio a
voi indovinare dove la valente Gesualda aveva nascosto il suo rotolo.
Ma tiriamo avanti! Alla fine del '600 i Contrabbandieri di Castelbolognese erano famosi e
temuti: le autorità di Bologna e quelle paesane chiudevano un occhio e spesso tutt'e due
perché il contrabbando dava loro la possibilità di rifornirsi di grano e di altre cose
di prima necessità, specialmente nei periodi di crisi. D'altro lato tanta roba andava
anche al di là dei confini senza pagare un soldo di dazio tanto che il Pontefice e i
Cardinali Legati erano in allarme. Minacce e leggi sempre più dure si moltiplicavano,
scontri fra contrabbandieri e guardie erano all'ordine del giorno. Era opinione diffusa
che, una volta per tutte, si dovesse venire a un definitivo regolamento di conti: e questo
avvenne il 25 agosto 1702.
Gli studiosi di storia danno un resoconto dell'avvenimento più o meno uguale ai rapporti
della polizia papalina, compreso anche il nostro Giovanni Emiliani, io invece ne ho
sentito notizia, tanti anni fa da uno che discendeva in linea diretta da una famiglia di
contrabbandieri e ricordava il fatto come l'aveva ascoltato dai suoi vecchi e nominava
pure qualcuno che era stato fra i protagonisti.
Diceva dunque Frazcon d'Sgrapagnèla, girando la ruota da canapino che permetteva a Piròn
d'Spadèna d'intrecciare la corda di canapa: "Quel giorno, il 25 di agosto, furono
viste squadre di sbirri e di finanzieri papalini appostarsi nei pressi del Ponte delle Due
Torri sul Lamone tra Faenza e Borgo Durbecco. Si seppe subito che l'appostamento era fatto
per aspettare una banda di contrabbandieri che proveniva dalla Toscana. Le spie avevano
suggerito che il passaggio doveva avvenire alla calata del sole e intanto li aspettavano
per tempo.
Anche i contrabbandieri -continuava Frazcòn - non dormivano di certo. Le loro dritte li
avevano avvisati. Alla Cosina tennero consiglio e accettarono lo scontro. Era una colonna
di 5 carri e 50 contrabbandieri quasi tutti di Castello".
Il vecchio Frazcòn si entusiasmava come se anche lui fosse della partita: "C'era
l'Umàzz, il capo, e i suoi due sottopancia più giovani: è Faichètt e la Faina; tutti
quelli della banda avevano il trombone a palla grossa, due pistole alla fusciacca e il
pugnale nella "sacona" per il corpo a corpo. La Forza li aspettava sulla riva
sinistra del Lamone con il sole dietro le spalle, ma l'Umàzz ne sapeva una più di
Berlicche. Aveva misurata bene l'ora, alle otto di sera il sole era già calato a ponente
e aveva lasciato un lucore che non dava fastidio a chi arrivava da levante e quasi nessun
vantaggio agli appostati.
Rispondevano ai colpi coperti dalle sponde dei carri cercando di proteggere gli animali e
cosi erano arrivati a l'imbocco del Ponte tirandosi addosso la massa degli avversari.
Intanto l'Umàzz, memore di altre situazioni del genere, si apprestava a giocare le sue
briscole. Due squadre di dodici uomini ciascuna si erano distaccate anzitempo dalla
colonna e, una a destra e una a sinistra della strada Emilia, coperte dal folto dei boschi
andavano all'assalto della sponda opposta. Guadato il fiume, quasi in secca per la
stagione estiva, prendevano di sorpresa gli sbirri ai due fianchi. Il combattere durò
fino a buio e finì quando i papalini, accorgendosi di andare incontro a una batosta di
grosse proporzioni, si ritirarono lasciando sul campo morti e feriti.
I nostri - è sempre Frazcòn a raccontare - ebbero un morto e un ferito e tirarono
diritto fra gli schiocchi dei parpignani. Risultato dello scontro: i contrabbandieri
rinsaldarono ancor più le loro posizioni e per altri 150 anni estesero i loro traffici
dentro e fuori degli Stati del Papa".
Allora, per mettere riparo a una situazione divenuta pericolosa, il papa Pio VI con un
"Motu proprio" dispose il distacco di Castelbolognese dalla Legazione di Bologna
portandolo sotto il controllo di Ravenna per ovviare una buona volta alle funeste
conseguenze "del proscritto pregiudizievole commercio e reprimere l'illecito
mercimonio - sono parole del Papa - in cui, specialmente da parte degli abitanti di
Castelbolognese, si stava da lungo tempo esercitando". A sentire il Papa tutti i
castellani sono divenuti contrabbandieri.
Con il passaggio della tempesta napoleonica si videro cambiamenti: Castello tornò sotto
Bologna cambiando nome: Castel del Senio, poi ancora tornò con Ravenna riprendendo la
primitiva denominazione. In questo trambusto i contrabbandieri misero la coccarda
rivoluzionaria, eressero alberi della libertà al canto della Marsigliese, ma soprattutto
continuarono a fare i propri interessi. Successero fatti dolorosi come il "Sacco di
Lugo" da parte dei francesi. Sarebbe da vedere, speriamo di no, se entrarono anche i
contrabbandieri fra i soldati del generale Lannes, accantonati proprio a Castelbolognese.
Ogni cosa ha fine quando non è più il suo tempo.
Anche per i contrabbandieri di Castello si stava avvicinando il principio della fine.
Basta dire che il 23 settembre 1840 avvenne uno scontro fra i presentini e i loro
avversari di sempre. Qui non abbiamo neppure Frazcòn a darci una mano e pertanto
sentiremo come lo presenta il nostro Giovanni Emiliani: "Dunque il 23 settembre 1840
alcuni contrabbandieri castellani si aggiravano, armati di schioppo, sui monti posti fra
Casola Valsenio e Tossignano in località Passeggio, in aspettativa dei loro
"spalloni" (nome dato ai facchini che sulle spalle portavano colli di
contrabbando per i meno praticabili sentieri dell'Appennino), che dovevano giungere dalla
Toscana.
Quei contrabbandieri, sorpresi da una squadra di finanzieri papalini, vennero a
combattimento con questi, ma poi accortisi che la loro resistenza era vana perché la
squadra assalitrice era assai grossa e rimasti feriti due dei loro, non gravemente ma
tuttavia impediti a maneggiare l'arma, cercarono nella fuga la loro salvezza". In
poche parole se la diedero a gambe. Come sono lontani i giorni del mitico Umàzz, dei suoi
due aiutanti è Faichètt e la Faina, e di tutta la squadraccia del Ponte delle Due Torri!
Altri tempi, altre condizioni sociali erano venute maturando dal 1702. Gente nuova,
coraggiosa e combattiva, si muoveva sul palcoscenico della storia. L'idea di libertà
aveva preso un nuovo volo e correva per tutta l'Italia, sicché la gioventù, anche quella
contrabbandiera, non poteva non sentirne la forza e accusarne i contraccolpi.
Ancora: sulle strade di Romagna era sorto il banditismo armato, un pericolo ben più grave
del contrabbando. Queste bande assaltavano persone e cose, e in più la Forza dello Stato
Pontificio. Si potrebbe, per esempio, far riferimento a un personaggio famoso: Stefano
Pelloni detto il Passsatore.
Non mi è stato possibile sapere se sono accaduti incontri o scontri fra banditi e
contrabbandieri. Anche i più vecchi che ho conosciuto e coi quali ho parlato non hanno
saputo dirmi niente di niente. Un silenzio, come dire, curioso se si pensa che le strade
battute dal banditismo e dal contrabbando erano comuni, a cominciare dalla via Emilia.
Alla proclamazione del Regno d'italia siamo da l'Olmatello per andare a Faenza, come si
diceva con un'espressione colorita per dire siamo quasi alla fine. Qualche anno ancora e
il contrabbandiere si trasforma in birrocciaio (e' bruzài) per uscire di scena con
l'avvento del motore, croce e delizia dei romagnoli.
P.S. in questo tempo, anche lui poco raccomandabile, contrabbando e contrabbandieri hanno
cambiato faccia e pratica, ma questo è un discorso che non ha a che fare col nostro
impegno.
Insacchiamo quindi il violino e di corsa andiamo a raccomandarci a San Giovese che ha
l'unto per tutti i mali specie per colui che lo scrivere non è di certo il suo mestiere.
E chiudiamo questa "voglia" ringraziando chi ha avuto la pazienza di arrivare
sin qui, perchè come si diceva una volta, scuotendo la testa: "La vàca dla Riga
quèl ch'l'an fè da zovna, l'al fè da vècia".

Un angolo della via Borghesi, detta "dei
contrabbandieri": sullo sfondo, a destra, la vetta della torre e l'abside della
Chiesa del Suffragio. Era abitata dalle famiglie dei carrettieri, discendenti da quelle
più antiche dei contrabbandieri castellani, divenuti potenti ai tempi dello stato
pontificio.
|
indietro
|