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Domenico Minardi un
cantore della vita
Ha amato la cultura romagnola più della filosofia

Il dottor Minardi (a destra nella foto) a
colloquio con Carlo Pirazzini
in occasione del Trebbo del Vernacolo Romagnolo del gennaio 2001
Venerdì 15 marzo tanti castellani hanno
data lestremo saluto a Domenico Minardi nella chiesa di San Petronio. Ha celebrato
il cardinale Achille Silvestrini, romagnolo schietto, che ha sempre coltivato i legami di
amicizia con gli ex compagni del Liceo Torricelli di Faenza: una combriccola di ex
studenti, oggi settantottenni, fedele alla bella tradizione di ritrovarsi periodicamente.
Tra i castellani quella scolaresca contava, oltre a Domenico Minardi, Rosalba Martini,
Tinetta Zanelli, Domenico Bosi, Gastone Raccagna. Il cardinale conosce ad uno ad uno i
suoi compagni e non manca mai, nei momenti delladdio, di ricordarli con umanità e
vivo rimpianto. Cosi ha fatto per Minardi, toccando le corde delle poesie in dialetto, in
cui il castellano lasciava sfuggire le sue confidenze più sincere. Domenico Minardi era
conosciuto per la professione, prima, di veterinario, poi, di insegnante nella locale
scuola media, ma lo era ancor di più per la conversazione briosa e la battuta di spirito.
Lapparente sicurezza di sé nascondeva i sentimenti prevalenti nel suo mondo
interiore: i teneri affetti famigliari, lavvertenza della umana fragilità, il
timore delle insidie a cui siamo esposti, il compiacimento per tutto ciò che dà
vitalità.
Era orgoglioso di avere le radici in questo paese e nella sua gente: un vecchio
castellano, come altri rimasti ormai in minoranza, che avvertivano smarrimento della
propria identità nei cambiamenti della vita di oggi.
Molti lo hanno conosciuto meglio da vicino quando, poco più di un anno fa, fece un
brillante intervento al Trebbo del Vernacolo Romagnolo organizzato nel Centro Sociale
Castellano. Recitò, tra laltro, il suo Quand ca semia burdél:
Era bello rincorrere il treno a vapore che, fischiando, si perdeva in fondo alla
strada, era bello nel silenzio della notte cantare, sognando di essere divenuti dei re.
Dopo tanti anni, contando quei ragazzi, mi sono accorto che ne manca qualcuno, lha
portato via, credo, colui che ci strappa da questa terra ad uno ad uno".
La ricordanza era, per Domenico Minardi, espressione di gratitudine al vecchio Castello e
al valori che esso ha impresso in tante generazioni, ma era anche un plauso alla
giovinezza in cui si esalta la vita:
... Ricordo che in alto, sulla capanna, cera un pezzo di latta con su stampato
un cuore: il cuore dei ragazzi della mia Romagna, che dopo morti tornano a vivere.
Domenico è morto a conclusione di una prolungata sofferenza, che non avrebbe augurato a
se stesso e ad altri. Il destino ha voluto così, forse perché risaltasse il suo inno ai
ragazzi nei quali sentiva battere il suo stesso cuore: un inno alla vita, che egli ha
tanto amato, nella certezza della sua continuità oltre la morte.
Stefano Borghesi
Testo tratto da "Il nuovo diario
messaggero" del 23 marzo 2002
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