Il Monumento Nazionale ai Caduti B.M.C.

Sintesi di una “architettura d’avanguardia”

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di M. Giulia Marziliano

Le premesse

E’ alquanto notorio come nella seconda metà del XX secolo, la difficile e faticosa eredità del dopoguerra avesse doverosamente perseguito la “cultura della memoria” anche in relazione alle innumerevoli gesta di altruismo che, talvolta, erano giunte sino al sacrificio più alto e più estremo. Di tali eroici accadimenti furono sovente protagonisti gli sminatori, le cui azioni risultavano, ancora negli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, sostanzialmente misconosciute.
Sul finire degli anni ‘70, anni permeati da un peculiare carattere critico revisionista e attraversati dalla contestazione giovanile, il periodo bellico e il ricordo degli eventi a esso correlati – oramai trascorsi già da alcuni decenni – sembravano affievolirsi, quasi in pro cinto di essere allontanati dalla memoria collettiva e dal comune sentire, definitivamente e troppo frettolosamente obliati.
Per tale motivo parve allora divenuta improcrastinabile la decisione di procedere alla costruzione di uno specifico Celebrativo inteso a recuperare la ricordanza di quei Caduti, da restituire alla memoria grata e consapevole della collettività sociale e della nazione.
Le ragioni fondative e sottese alla realizzazione del Monumento Nazionale – eretto per onorare le vittime della bonifica dei campi minati – discendono dalla necessità di perpetuare il ricordo e l’esempio di quei martiri, del loro oscuro sacrificio che, in non rari casi, alle giovani generazioni era addirittura del tutto ignoto.

Il Comitato Promotore

Il Comitato (1) all’uopo costituitosi a Firenze per la promozione, la progettazione, e la realizzazione di un monumento da intitolare alle vittime cadute nelle bonifiche dei campi minati, nel merito sosteneva la tesi di una vera e propria urgenza culturale che andava manifestandosi in tal senso: una problematica alla quale la morfologia del Monumento avrebbe potuto contribuire propositivamente, opponendosi allo sgretolarsi dei ricordi da tragittare entro l’orizzonte della contemporaneità anche con sapienza di simboli e rinvii citazionali.
Fin dai primi incontri informali tenuti nel 1979 in seno al Comitato (il quale, peraltro, in tale data non era ancora stato istituzionalizzato), vennero esplicitate le caratteristiche del Celebrativo che non avrebbe dovuto esibire peculiarità di semplice definizione iconografica ma, piuttosto, segnalarsi in virtù di una densa valenza simbolica.
Da subito i Membri del Comitato si posero in accordo: l’opera da progettare si sarebbe resa cospicua anche per lo specifico messaggio che, attingendo all’identità storica e ai valori etici, intendeva porre in evidenza la complessità del pensiero e della materia. Tale costruzione avrebbe dovuto attuarsi con esiti evocativi di espressività “modernissima”, ossia aggiornata culturalmente e dunque rivolta alle menti – e ai cuori – delle nuove generazioni.
Promosse informalmente dal Comitato, le riunioni proseguirono per circa due anni, sino alla sua costituzione ufficiale avvenuta in data 27 giugno 1981. In quella occasione ne venne statuita anche la sede: Castel Bolognese, (2) città prescelta in quanto luogo deputato a ospitare le riunioni dei Membri promotori e, soprattutto, lo stesso Celebrativo. Tale decisione del Comitato era motivata da valutazioni anche di opportunità territoriale e di simbolo, derivando dalla considerazione che Castel Bolognese si situa al centro di una vasta area fatta oggetto delle bonifiche di sminatura afferenti la Regione Militare Tosco-Emiliana.
Dal 1981 si susseguirono ulteriori sedute, finalizzate al più ampio dibattito vertente sulla individuazione dell’area urbana, o extra-urbana, in tal senso maggiormente vocata. In seno ai lavori del Comitato le proposte furono molteplici, a partire da un eventuale inserimento dell’opera nel verde del parco cittadino. Infine, al termine di un attento disputare, si sarebbe deliberato di destinare al Complesso celebrativo un lotto intercluso nel tessuto urbano residenziale già edificato.
Se, nel prosieguo della disquisizione, dapprima sembrarono doversi profilare i termini per una reazione critica a tale opzione ritenuta incongrua e insufficiente anche a ragione della modesta superficie libera dell’area, tuttavia nel breve periodo si pervenne all’unanime accoglimento della proposta, ampiamente legittimata con criteri decisionali che conseguivano dalla effettiva pregnanza di significati e di simboli presenti in quel luogo urbano specifico. E non in altri.
Era deciso: il Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. sarebbe stato eretto all’interno dell’abitato, nel Largo urbano intitolato a “Nicola da Castel Bolognese”, luogo dove, durante una campagna di bonifica, si era immolato lo sminatore Luigi Leoni.
Successivamente furono indetti incontri, sia di carattere ufficioso che ufficiale, allo scopo di portare a compimento la disamina delle proposte avanzate dall’architetto Erminio M. Ferrucci, (3) progettista incaricato della realizzazione del Monumento. Nell’aprile del 1983 la complessa fase progettuale del Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. poteva dirsi conclusa.

La fase progettuale

Immediatamente focalizzate dai Membri del Comitato, le finalità perseguite nel progetto avrebbero comportato un duplice obiettivo: articolare un complesso architettonico partecipe non solo al tessuto urbano, ma soprattutto alla vita del contesto sociale. E pertanto in grado di configurarsi in quanto elemento di coagulo, allo scopo di transubstanziare un tipo di comunicazione entro la quale le componenti etiche si svelino perspicue per divenire monito in atto perpetuo.
La tesi sostenuta dalla prima ipotesi progettuale intendeva porre il Celebrativo quale causa efficiente: al fine di ri-attualizzare una meditazione consapevole sul periodo storico e sulla tragicità di quei destini compiutisi nel martirio; e, ancora, al fine di consentire di rintracciare un legame di continuità tra passato, presente, e futuro, non solo mediante la riflessione ma anche per mezzo di interventi ludici comunque rivolti a convalidare i recenti e comuni trascorsi della collettività.
La matrice dominante del primo progetto si identificava con l’allegoria della distruzione, della ricostruzione, e del rinnovato fluire della vita ricomposta nei suoi atti di pacata quotidianità. Al fine di evocare le distruzioni derivate dal conflitto bellico, e la conseguente volontà di rinascita, il pensiero creativo intese escludere ogni statuaria di carattere antropomorfo, e performare la solidità della materia in maniera brutalista. Reso dunque palinsesto attivo per la comunicazione, l’oggetto architettonico formulava uno spazio fortemente connotato ponendosi con rispetto nei confronti dell’edificato, inserendosi con euritmia all’interno del tessuto urbano sedimentato.
A tale ipotesi di progetto, delineata con tracce a mano libera e approvata all’unanimità nelle linee essenziali e nei criteri informatori, fece seguito una proposta di maggiore dettaglio. Basato sugli elaborati presentati dall’architetto Ferrucci, il vivace dibattito scaturito all’interno del Comitato promotore portò a esiti di riformulazione degli obiettivi perseguibili, vale a dire: stigmatizzare la funzione semantica ed eliminare la funzione ludica.
Tale assunto emerge evidente nel progetto definitivo del Complesso celebrativo (addirittura acclamato dai Membri del Comitato promotore), nel quale la densità iconica assume e supera l’approccio strutturalista per opporsi anche agli stilemi cari alla tradizione storicistica che, supportati dal pensiero post-moderno, erano in auge e predominanti all’interno del dibattito architettonico di quegli anni.
Il momento ideativo era infatti pervenuto a una potente narrazione progettuale, palesemente decostruttivista e posta all’interno di una riflessione speculativa che, peraltro, andava germinando in ambito filosofico proprio in quello stesso periodo.
Decostruire: è da intendersi non solo come attività orientata allo scomporre, alla smontare le parti di un tutto; e pertanto, nel caso dell’arte edificatoria, intesa alla demolizione concettuale degli assemblaggi della costruzione.
Oltre a tale funzione linguistica primaria, che indica l’uso macchinico e strutturale, dalla riflessione che inerisce lo statuto teorico della disciplina architettonica il termine viene significato con differente accezione, designando quell’approccio dell’attività creativa che, nel progetto di architettura, intende far affluire la complessità della società contemporanea e le sue diverse esigenze.
Dunque la fase ideativa del Monumento si connota per l’erudita concezione che radica l’organismo architettonico entro il contesto culturale della contemporaneità più avvertita, elaborando una architettura d’avanguardia evidentemente in grado di “sovvertire” il sistema di valori plastici consolidati e legittimati dalla tradizione: valori che il progettista ritiene insignificanti e, per tale ragione, del tutto insufficienti a corrispondere agli intrichi delle istanze poste in essere dalla committenza e dalla collettività.(4)

Una architettura d’avanguardia

Il Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. non si performa quale esito di una tradizionale attività compositiva, ma la sua materia è strutturata per, scientemente, costruire la decostruzione. Senza fraintendimenti, la razionalità tecnica governa la logica poietica del progettista che qui decompone un’opera complessa originale e non soggiacente ad alcun modello figurativo di riferimento.
Al fine di esperire soluzioni formali in grado di evocare termini oppositivi (tra i quali: bene e male; ordine e caos, vita e morte; ricostruzione e distruzione), l’uso espressivo della materia disorienta articolando blocchi metaforici dalle cui combinatorie è delineata la geometria frattale di due serie di volumi, ognuna dotata di autonomia semantica.
Nel progetto dell’organismo architettonico non sono manifesti né assi ordinatori predominanti, né gerarchie dei componenti, né rassicuranti simmetrie. Sono invece rese esplicite assialità orizzontali e verticali, dove i volumi alludono alla complessità e alle contraddizioni, all’esterno mondo che irrompe nella quiete domestica e tutto travolge con spaventose e ineluttabili asperità. Ma per poi tornare a farsi pacato e rasserenante.
Paradigmatico, nella sua spoliazione totale, il Complesso monumentale è un’opera del pensiero dove lo Spirituale intride in profondità la materia per plasmarla e conferirvi sostanza.
Non retorico o enfatico, ma né minimo o vernacolare, il Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M. deve essere fatto oggetto di attenta disamina per essere compreso. In esso gli atti mentali sono privilegiati rispetto a quelli consentiti dalla semplice astanza; in esso sono frantumate le consuetudini da secoli vigenti per l’ordinaria progettazione dei Celebrativi; e, ancora, in esso viene indicato il superamento della sterile percezione del già noto, quindi riconoscibile, ed estetizzante.
Testimoniando la propria apertura al mondo che lo contiene, il Complesso celebrativo ne narra gli orrori e le contraddizioni disarticolate – e poi ricomposte – con elegante misura in un microcosmo di senso compiuto che, con ciò e nonostante, sommessamente intesse rapporti dialettici con il connettivo edilizio consolidato. Qualificandolo.
Nel contesto urbano, infatti, il Complesso celebrativo si imposta, rispettoso e colloquiante, rifuggendo ogni velleità di prevaricazione e ogni autoreferenziale esercizio di arroganza nei riguardi del tessuto edificato. Le forme plastiche si aprono allora alle piccole alberature che si correlano alla narrazione strutturale: ai grigi volumi di cemento armato esse poggiano e si affiancano, alterandone la purezza delle linee e della prospettiva.
Infine, quale metafora della vita e della sua continuità, nonché della incompiutezza e dell’assenza, tra esse si situa in albero perenne – configurato nel bronzo – dove i rami, seppur privati di foglie e frutti, sono scarni ma gremiti di colombe. (5)
“Coordinamento perfetto, che rende l’atmosfera serena, e di una architettura d’avanguardia”: (6) porgendo queste semplici parole i Membri del Comitato promotore vollero esprimere i sensi della più viva riconoscenza al progettista, elogiandone l’operato. Il Monumento venne inaugurato (7) il 15 aprile 1984, con solenne cerimonia e alla presenza delle massime autorità civili e militari della nazione.
Al fine di celebrare tale evento, il Ministero per le Poste e Telecomunicazioni dispose l’emissione sia di una cartolina postale con l’immagine del Complesso monumentale, e sia di uno speciale annullo postale nel quale sono tracciate le linee formali dell’organismo architettonico, circondato da fascia a doppia iscrizione. In appena un lustro si era dunque conclusa con successo l’avventura intrapresa per ricordare quei valorosi Caduti con un Monumento. Molti e importanti furono i plausi, tutti riconoscendo alla iniziativa una valenza culturale e sociale di profilo eccezionale. Tra i messaggi ricevuti, uno:

“Caduti Bonifica Campi Minati. Il Monumento che in loro onore viene oggi inaugurato a Castel Bolognese varrà a consacrare per sempre, tra le generazioni a venire, la memoria di un’epica impresa senza la quale le pagine della nostra ricostruzione e del progresso del nostro Paese non sarebbero mai state scritte.
Il Presidente della Repubblica Italiana:
[Firmato] Sandro Pertini”

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1984-2004: Celebrazioni del Ventennale del Monumento, aprile 2004
(Archivio fotografico Ferrucci & Marziliano Architetti)

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Cartolina commemorativa e speciale annullo postale emessi per la cerimonia d’inaugurazione,
Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni – 15 aprile 1984

(1) PIETRO BILLONE, Presidente del Comitato promotore (ufficiale dell’Esercito, Tenente, ex-sminatore); FRANCO GAGLIO, Presidente onorario (Sindaco di Castel Bolognese). Membri del Comitato: TOMASO BIFFI, TULLIO BOLOGNINI (Consiglieri comunali di Castel Bolognese); ORESTE FIBBIA (Ufficiale dell’Esercito, Generale, in rappresentanza della Regione Militare Tosco-Emiliana); LIBERO BANDINI (Presidente della Comunità Montana dell’Appennino Faentino); BRUNO VIOLANI, MARIO DUTTILI, VEZIO ARMELLINI (ex-sminatori); ERMINIO M. FERRUCCI (architetto incaricato del progetto e della realizzazione del Monumento).
(2) Castel Bolognese è una Municipalità di circa 8.000 abitanti, ubicata tra Imola e Faenza e posta sull’asse della Via Emilia, alla sinistra del fiume Senio.
(3) ERMINIO M. FERRUCCI, architetto, da oltre un trentennio Si Occupa prevalentemente di progettazione e consulenza specifica nel settore dell’urbanistica della pianificazione territoriale. Dal 1999 dirige l’Ufficio Piani e Programmi dell’Ente Autorità dei Bacini Idrografici Regionali Romagnoli. E’ Membro Effettivo dell’I.N.U. – Istituto Nazionale di Urbanistica; è iscritto all’Albo degli Urbanisti Italiani, all’Albo Ministeriale degli Esperti in Materia di Pianificazione Territoriale, e inoltre alla S.F.U.- Liste des Urbanistes Eumpéens. Ha ideato, promosso e organizzato i tre Forum nazionali indetti al fine di porre in evidenza le questioni e le esperienze in atto sulla difesa del territorio e dell’ambiente. Ha fondato e diretto il periodico “HydroGeo – La rivista bimestrale di tecnica, cultura e scienza del territorio” che dal 2007 è divenuta “Ambiente Territorio – La rivista bimestrale di cultura dell’ambiente e scienza del territorio”, della quale è Direttore. Tra le sue recenti pubblicazioni Si segnalano: Primo Forum Nazionale: Rischio idraulico e assetto della rete idrografica nella pianificazione di bacino, Rimini 2003; Le analisi idrologico-idrauliche per la pianificazione di bacino: Manuale operativo di caratterizzazione del rischio idraulico, Rimini 2004; Secondo Forum Nazionale: Rischio di frana e assetto idrogeologico nei territori collinari e montani, Rimini 2005; Terzo Forum Nazionale: Pianificazione e tutela del territorio costiero, Rimini 2007.
(4) Trascorso circa un decennio dal progetto del Monumento Nazionale ai Caduti B.C.M., anche GUIDO NARDI riconosce che: “la decostruzione non è cosa molto diversa dall’avanguardia del Novecento: l’obiettivo, al di là dei nomi e delle definizioni resta pur sempre quello di elaborare una proposta in grado di sovvertire un sistema di valori ormai non più congruente con le esigenze culturali”; cfr. Costruire la decostruzione, in Bianca Bottero (a cura di), Decostruzione in Architettura e in Filosofia, Milano 1991.
(5) Autore dei bronzi è lo scultore ceramista ANGELO BIANCINI (Castel Bolognese, 1911-1988).
(6) Espresso all’architetto Ferrucci dai Membri del Comitato, tale giudizio elogiativo venne ‘formalizzato’ nel 1983 da Angelo Biancini che lo volle vergare sul frontespizio della tavola dei prospetti.
(7) Tra i Membri del Comitato d’Onore: il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Camera dei Deputati, il Presidente del Senato, il Ministro della Difesa e il Capo di Stato Maggiore della Difesa.

M. Giulia Marziliano

Testi ed immagini tratti da: M. GIULIA MARZILIANO, deCostruire un Luogo dell’incontro e della memoria: il Monumento Nazionale ai Caduti per la Bonifica dei Campi Minati, Rimini, Maggioli, 2007.

Si ringraziano sentitamente gli Architetti Erminio M. Ferrucci e M. Giulia Marziliano per aver messo a disposizione questo testo per il sito www.castelbolognese.org

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