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L'epigrafe di Louis Alemand
nella Torre di Castel Bolognese
di Antonio
Corbara
Tratto da: "La Piè", n. 4, 1971, pp. 172-178
La distruzione della torre di difesa
degli spalti interni del "castrum" Castelbolognese, operata il 4 febbraio 1945
da una mina tedesca travolse unepigrafe in lettere gotiche murata sul fronte
settentrionale e conosciuta appena da una trascrizione imprecisa data in appendice alla
"Cronichetta" di Gaetano Giordani. Il Giordani non riferisce nemmeno che
allepigrafe era sovrapposta unaltra targa munita di stemmi.
Dalle macerie fu raccolto un cospicuo frammento della lapide iscritta, (fig. 1), oggi
sistemato cronologicamente a capo di una ampia serie di altri marmi riordinati da alcuni
anni sotto il portico dellodierno palazzo comunale, già chiostro
francescano. Accanto è una seconda targa anepigrafa (fig. 2) munita in alto di tre
scudi araldici, e in basso di un fregio a motivi vegetali. Gli scudi hanno ben visibili i
segni dellabrasione intenzionale praticata in occasione della conquista
napoleonica e della conseguente caduta del governo pontificio nelle Romagne. Questa targa
non deriva dalla torre, dove tuttavia si trovava laltra credibilmente simile, ma dal
portico dello scomparso palazzo comunale settecentesco, dove sino allultima guerra
fu anche il citato lapidario. Tutto fa credere che questo derivasse dal palazzo pretorio,
edificio oggi radicalmente trasformato.
Dellepigrafe il Giordani dà il testo che segue, la cui lezione già a prima lettura
presenta oscurità certamente causate dalla difficoltà della visione a distanza, da
affrettata lettura o da imprecisione di referto.
MILLE QVATER CENTVM DOMINI CVM QVINQVE
VIGINTI. CVRREBAT ANNI ET SEPTEMBER MENSIS INIBAT. MARTINVM INGENVA ET GENEROSA STIRPE
COLVMNAE. PRO-GENITVM ROMA DVM TEMPORA LAETA COLEBAT. PONTIFICICEM SVMMVM PACEM LVDOVICVS
INERMEM. BONONIAE INSOLITAM DABAT ARCHIEPISCOPVS VRBIS. ARELATENSIS ERAT JVSTE ET DIGNE
REGEBAT. FERTILIS HVIC PATRIA ET AMOENA SABAVDIA NATVS. EST AB ALMANNIS VICE DVM
CAMERARIVS ESSET. ECCLESIAE TVM SCEPTRA TENENS ET JVRA LEGATI. HAS LATO ATQUE ALTO
SVRGENTES AGGERE FOSSAS. CONDIDIT ET TALI HOC VALIDVM TVTAMINE CASTRVM. CINXIT VT
OPPOSITOS RETRO CONVERTERET HOSTES. DOMINICVS SANDRIS DE FESVLIS ME FECIT.
In occasione della riesumazione del
frammento dai depositi, cosa che fu nel 1957, segnalai attraverso la cronaca locale del
"Resto del Carlino" il suo notevole interesse legato a importanti avvenimenti
storici; ma non potei fare progressi nella lettura dei punti oscuri. Il miglioramento
odierno avviene in seguito al mio fortunato reperto di qualche anno fa nei depositi
dellarchivio comunale di Lugo - dove non aveva riferimento - di una trascrizione
più esatta e comunque accurata delle due lapidi (fig. 3) portata in forma di disegno,
evidentemente su diretta ricognizione, in unetà che si può supporre all'incirca
nei secoli XVII-XVIII (anteriore comunque allabbattimento delle insegne araldiche),
e su un foglio di carta che la nota anonima di un archivista moderno dichiara del sec.
XVI.
Oltre al testo vi appaiono, ridotti di misure, gli stessi stemmi che, confrontando con le
tracce ancora constatabili delle abrasioni, corrispondono sicuramente a quelli della targa
del pretorio. E di fatto abbiamo sia dalla memoria ancor viva, sia dalle fotografie della
torre (fig. 4) che lepigrafe era cimata appunto da tre scudi nei quali logicamente
non potevano trovarsi che le insegne riprodotte sulla carta. Siamo così sicuri che esse
sono, una colonna con gigli in capo, cioè l'emblema al centro di papa Martino V, Colonna,
a sinistra un leone rampante verso destra corrispondente al legato pontificio Louis
Alemand e italianamente Ludovico Alemanno - protagonista del testo che andiamo a
commentare; a destra la croce di Bologna di cui Castelbolognese era dominio diretto da non
molti anni.
Ecco intanto la trascrizione fatta sul reperto lughese:
MILLE. QVATERCENTVM. DOMINI. CVM
QVINQVE. VIGINTI. CVRRE/BAT ANNI ET SEPTEBER MENSIS INIBAT MARTINVM INGENVA / ET GENEROSA
STIRPE COLVNE PROGENITV ROME DVM TEPORA LETA / COLEBANT PONTIFICEM SVMVM. PACEM LVDOVICVS
INERMEM BONON(IE) / INSOLITA DABAT ARCHIEPS VRBI ARELATESIS. EAM IVSTA ET DIGIONE /
REGEBAT FERTILIS HVIC PATRIA EST ET AMENA SABAVDIA NATVS EST / AB ALAMADIS VICE DVM
CAMERARIVS ESSET ECCLESIE TV SCEPTRA / TENES ET IVRA LEGATI HAS LATO ATQ ALTO SVRGENTES
AGGERE F(OS)SAS CONDIDIT. ET TALI HOC VALIDVM TVTAMINE CASTRVM CINXIT / VT OPPOSITVS RETRO
CONVERTERET HOSTES / DOMINICVS SANDRI DE FESVLIS ME FECIT.
Confrontando le due lezioni e
verificando il frammento si potrà notare una serie di differenze.
linea 3 (della carta lughese): Rome, Tempora, Leta, invece di Roma, Tempore, Laeta
del Giordani.
4 - in Colebat il trascrittore, che è molto diligente ma inevitabilmente non
esattissimo, propone una A scritta nella grafia gotica della M. A mio parere la cosa va
interpretata come nesso di un originale An: Colebant dunque invece di Colebat.
In fine di riga il nome di Bologna è distinto sino alla seconda N, ma impreciso e con
lindicazione di una scheggiatura marginale per il resto. Comunque non può stare che
Bononiae e Bononie.
5- Urbi, eam, iusta, digionem, invece di urbis, erat, juste, digna.
6- non esiste est.
7- Alamandis invece di Almannis
8- Iura, invece di jura.
10 - Oppositus, invece di Oppositos.
11- Sandri, invece di Sandris.
Rileggendo il testo nella sua cadenza
metrica si nota trattarsi di una elegante composizione in esametri, di un notevole
letterato capace di stringere nel breve cerchio di 13 versi i dati storici generali e
particolari degni di esaltazione. Il finale staccato, con la sottoscrizione sarà invece
uniniziativa personale del lapicida, preso dal desiderio di non scomparire dietro i
primari personaggi. Si avverta infine che, stante lincerta lezione a righe 5-6 eam
iusta et digionem regebat, a intenderne il senso si può supporre un errore di
trascrizione in iusta (tuttora chiaramente riscontrabile sulloriginale) per iuste;
mentre per quanto riguarda la possibilità di riferimento a Digione, che, come mi conferma
il prof. P. Gras di quella Biblioteca Municipale, ha in latino la sola lezione divio,
divionis, resterebbe più attendibile attenersi al digne dato dal Giordani.
Così la traduzione che si può condurre migliora notevolmente quella forzatamente
imprecisa data dal Diversi nel 1948 e nel 1960, ad opera, come questi mi avverte, di un
caro sacerdote recentemente scomparso, D. Antonio Garavini. "Correva l'anno del
Signore 1425 e il mese di settembre era allinizio. Quando l'avvento di tempi felici
si esaltava per lelezione a sommo pontefice di Martino, rampollo della nobile e
generosa stirpe dei Colonna, Ludovico arcivescovo di Arles imponeva una pace disarmata,
dianzi insolita, alla città di Bologna che egli reggeva con giustizia e con dignità. Sua
patria è la fertile ed amena Savoia, e nacque dalla prosapia degli Alamandi. Mentre era
vice-camerlengo della chiesa, tenendo nel contempo lo scettro e i diritti di legato
pontificio, egli fece scavare queste fosse rialzate da un ampio e alto terrapieno, e di
tale difesa circondò questo forte castello, affinché lostacolo respingesse i
nemici. Domenico di Sandro da Fiesole mi fece".
Nessuno come poco fa accennavo, si è
occupato di illuminare un po più a fondo, non tanto la personalità pur
eccezionale, come vedremo, del protagonista, lAlemanno, quanto il complesso dei
fatti anche artistici che spiccano sullo sfondo storico della bella epigrafe. Come
sè detto essa commemora un ben preciso avvenimento, e cioè il potenziamento delle
fosse e dei terrapieni del "castrum", già dominati, sin dal 1394, dalla torre
costruita dall'architetto Giovanni da Siena. Si vedrà come questa precoce attività di un
grande ingegnere e artista della lontana città si affianchi, per quanto indirettamente, a
quella di un altro e tanto maggiore senese, Jacopo della Quercia, o della Fonte.
Daltronde la fase bolognese del committente, l'arcivescovo di Arles, Ludovico
Alemanno subentra - par certo dal 1424 - ad unaltra svoltasi in massima parte tra
Firenze e Siena stessa.
Nato ad Arbent (Bugey) villaggio della bassa Savoia presso Oyonnax, sembra intorno al
1390, o secondo alcuni allinizio del decennio precedente, lAlemanno fu assai
precocemente avviato alla carriera diplomatica pontificia dallo zio materno, arcivescovo
di Narbonne e legato di Avignone. Trovarlo già nel 1409 con incarichi nel Concilio di
Pisa attesta, oltre che una personale attitudine ed aspirazione, anche il suo precoce
inserimento nel pieno di vicende che, nell'epoca gravemente scismatica, vedevano muoversi
attorno all'affermazione della teoria cosiddetta "conciliare" le nazioni
doltralpe tra cui la Francia, ed i capi stessi dellimpero. Quando nel 1417 il
supremo concilio di Costanza riusciva finalmente a deporre i tre papi scismatici del
momento ivi compreso lo stesso Giovanni XXIII che laveva convocato, Ludovico si
trovava già in posizione di primissimo piano, cioè custode del conclave che aveva eletto
Martino V Colonna, cioè colui che poi fu il suo maggior protettore, e col quale lo scisma
in quel momento si chiudeva.
Lansia di pace, sia in Italia, sia nelle altre nazioni cattoliche aveva trovato
soddisfazione dopo i penosi anni succedutisi da Avignone in poi. La prospettiva felice di
unera nuova, tanto chiaramente riflessa nell'epigrafe stessa corrispose ad un rapido
alzarsi della carriera del giovane canonico, dapprima (1418) eletto vescovo di Maguelonne,
lisolano episcopato posto lungo la costa occidentale del golfo di Aigues-mortes e
trasferito in seguito a Montpellier; e poi, dato che non cessava affatto il malvezzo di
ricoprire solo formalmente le cariche pastorali, addetto alla corte pontificia, nella
momentanea sede fiorentina tra il 1419 e il 1420. Fu allora che Alemanno ebbe incarico di
procedere alla generale pacificazione dei possedimenti papali gravemente turbati, e in
particolare della Romagna.
Col ritorno a Roma del papa, restando sempre aperta la necessità, affermata a Costanza,
di tenere aperta la convocazione del concilio, è naturale ritrovarvi inserito il nostro
personaggio, e particolarmente (1423) per il sinodo di Siena. Dopo la nomina ad
arcivescovo di Arles (3 dicembre 1423) l'Alemanno come governatore della Rornagna e
dellEsarcato ravennate, giunge a Bologna, cioè nel 1424, come afferma il Masini
nella sua "Bologna perlustrata". E' a tale periodo (1425) - poiché
Castelbolognese era ormai piazzaforte bolognese stabilita nel cuore della Romagna - che si
riferisce il tenore della lapide. LAlemanno fu nel capoluogo emiliano quattro anni
durante i quali, oltre a ricoprire lufficio di legato divenne (1426) cardinale col
titolo di S. Cecilia in Trastevere, ricevendo il cappello il 12 giugno. Suo predecessore
era stato il card. Gabriele Condulmer che però aveva scontentato il papa per avere, nella
contesa del momento tra Firenze e Milano, favorito i fiorentini accogliendone alcuni a
Bologna. E logico pensare che nellinterporsi tra le fazioni dominate dal
contrasto tra i Bentivoglio e i Canètoli (uno degli oggetti di tali vicende fu proprio
Castelbolognese, che il porporato ebbe a ricuperare togliendolo ai primi che
lamministravano, ma che ne furono indennizzati) lAlemanno si facesse dei
nemici, ma in particolare i Canètoli che gli aizzarono contro il popolo. Egli finì
sequestrato dalla potente famiglia nell'agosto del 1428, e poi costretto a lasciare la
città. Il Ghirardacci che dà qualche notizia sullavvenimento afferma che
laccusa formulata fu di avarizia; cosa che possiamo spiegare come in casi simili -
esempio rilevante ciò che accadde a Faenza nel 1477 al vescovo Manfredi, il munifico
rinnovatore della cattedrale - quando si consideri quella che senza dubbio sarà stata la
naturale tendenza dell'uomo - come di ambiziosi amministratori in casi del genere - di
buttarsi al fasto dei lavori pubblici, ciò che comporta imposizione di balzelli.
A Castelbolognese parla per tutto la lapide; ma a Bologna il nome dell'Alemanno spicca per
due solenni imprese, una delle quali addirittura celebre. E noto che il rinnovamento
gotico del Palazzo di città, o come allora si diceva degli Anziani, nella parte tuttora
esistente a fronte di quello del Podestà fu da lui commessa a Fieravante Fieravanti; ma
più celebre è la commissione nel 1425 della "porta magna" del S. Petronio
contrattata con "maestro Jacomo della Fonte di Siena", cioè il Della Quercia.
Da notare poi il rapporto diretto tra questi due artisti se è Jacopo stesso ad esaltare
in una nota lettera del 1428, scritta da Bologna all'Opera del duomo di Siena, il lavoro
eseguito dallarchitetto. La scultura petroniana che avrebbe dovuto esser data per
compiuta al termine di due anni, subì poi, si sa, un enorme ritardo, restando inconclusa
alla morte dallo stesso artista nel 1438. La cacciata da Bologna del legato provocò anche
una sostanziale modifica dell'ordinamento iconografico della famosa lunetta in cui, a
norma di contratto, la statua della Madonna col Bimbo avrebbe dovuto apparire tra il
titolare della chiesa S. Petronio, a destra di chi guarda, e il papa Martino V che da
sinistra le presentava in ginocchio proprio il prediletto governatore. Rimaste invariate
le prime due statue accadde invece che il gruppo di quattro fu ridotto a tre,
sostituendosi alle due del pontefice col suo protetto lunica del compatrono
bolognese S. Ambrogio. E ancor oggi irrisolta la questione che vorrebbe o iniziata
questultima da Jacopo - scomparsi sia lAlemanno da Bologna sia il papa stesso
(1431) dalla scena del mondo - ovvero opera integrale di imitatori. Della primitiva idea
però, come risulta chiaro specie se ci si basa sul raffronto con altri lavori del senese,
in particolare sullaltorilievo già sopra laltare del cardinale Antonio Casini
a Siena (oggi nella collezione Ojetti al Salviatino), sopravvive il particolare della
mossa del Bimbo Gesù intento verso il basso a sinistra, cioè proprio in direzione del
legato genuflesso.
La lunetta voleva esprimere di fronte al popolo e sulla porta del gran tempio la
"summa" degli interventi e dei risultati che, riferiti a Bologna, sia il papa
sia il cardinale avevano intrapreso e raggiunto ai fini della pacificazione religiosa e
politica: in altri termini le stesse cose che lepigrafe castellana riassume nel
preambolo. Né il confronto tra il capoluogo emiliano e la provinciale fortezza manca di
altri aspetti. Intanto per quel che riguarda la torre costruita come sé detto nel 1394
dal senese Giovanni in tempi in cui, come egregiamente ha rivelato di recente Anna Maria
Matteucci, molteplici e intense erano le relazioni tra Siena e Bologna, bisognerà
ricordare che questo importante sebbene poco noto architetto opera nella cerchia dei
medesimi interessi dai quali era preso Jacopo. Escluso per evidenti ragioni cronologiche
che egli possa identificarsi col concittadino Giovanni di Stefano che nel 1375 era stato
nominato capo-mastro del Duomo di Orvieto, o con lorafo Giovanni di Bartolo autore
dellarca di S. Agata a Catania, abbiamo di lui, per la zona emiliano-romagnola, le
seguenti notizie. Alcuni anni dopo la costruzione della torre di Castelbolognese, e cioè
nel 1411, il senese sovrintende allo smantellamento della rocca bolognese di Galliera
eretta poco prima dai Visconti, poi, nel 1414, per ordine del papa la riattiva. Nel 1417
suoi interventi si svolgono nella bassa Romagna tra Ravenna e Rimini, di qui risalendo al
Montefeltro. Come egli stesso ci informa in una lettera inviata da Rimini alla patria
repubblica, si trovava allora al servizio di Obizzo da Polenta. Il Milanesi che pubblica
il documento riporta notizie già registrate dallo storico ravennate Girolamo Rossi e
desunte dai carteggi polentani stessi, stando alle quali il "summus ea aetate
architectus" dirigeva grandi lavori di deduzione dellalveo del basso fiume
Lamone. Da altre carte risulta lattività feretrana. Nel 1427 dimora a Bologna, dove
da Siena lo cercano. Nel 1428 è lo stesso Jacopo della Quercia che, rispondendo a Siena
la quale vorrebbe un architetto per la costruenda loggia di S. Paolo, fa due nomi: quello
di Giovanni che "è a Ferrara col Marchese e si li compone uno chastello molto grande
e forte drento da la città", e quello di Fieravante il quale "ha fatto uno
palagio bellissimo al chardinale Leghato di Bologna, molto ornato", cioè il medesimo
che di lì a breve stava per essere messo a sacco. E per finire con Giovanni: Una recente
pubblicazione di Ugo Malagù gli assegna (1424-34) il castello di Fossadalbero; forse
quello di Belriguardo; e le fortificazioni del porto di Magnavacca : Unaltra di
Augusta e Carlo Quintavalle lo considera costruttore della rocca di Finale (1425-30).
Ma passiamo al sottoscrittore della lapide castellana. Nemmeno lui è un ignoto del tutto.
Esclusa la sua confusione con due omonimi fiesolani, e cioè un Domenico di Antonio citato
a Siena come aiuto di Jacopo della Quercia e nel 1428 attivo a Bologna, ed un Domenico di
Andrea che lavora al palazzo degli Anziani, il nostro è invece lo stesso figlio di Sandro
ed "intagliadore di maxegne" operante nel medesimo palazzo, e di cui si sa che
nel 1428 aveva compiuto trenta altri pezzi di "maxegne" per un capitello di S.
Petronio lavoro che diede origine ad una controversia appianata infine a suo favore.
Anche se modesta, anzi esigua per quel che se ne può ricostruire dalle parti rimaste,
tuttavia lopera che ci interessa, nella ghiera vegetale estesa in basso, risente di
un certo goticismo internazionale corrente tra la Toscana e lalta Italia, e che solo
nei rapporti dellarte di Jacopo con la scultura borgognona tocca vette di poesia.
Perfetta poi, ed elegantissima, la grafia dellepigrafe, che forse fu la specialità
del lapicida.
Dopo ciò poco resta da dire sugli ulteriori casi della vita dellAlemanno: che
tuttavia ne definiscono sempre di più il carattere di uomo disposto a voler dominare gli
avvenimenti per imporre proprie idee, piuttosto che a lasciarsene dominare. Se il momento
sopra esaminato potrebbe definirsi avventuroso e agitato, il periodo che subentra sino
alla morte è senz'altro drammatico. Non è facile difatti dire quanti altri cas:i
esistano di un prelato capace di risalire dal punto del contrasto diretto con la Curia,
dalla scomunica e dalla degradazione, per assurgere allaltezza degli altari. I fatti
storici tra cui egli si aggirò sono noti al punto che li si può riportare da un
qualsiasi manuale: esempio quello del Salvatorelli:
"Il concilio di Costanza non aveva preso che poche e insufficienti misure. Dopo un
sinodo a Pavia e a Siena (1423-24) si riuniva nel luglio 1431 il concilio di Basilea,
altrettanto famoso quanto quello di Costanza e che segnò nei suoi inizi il trionfo della
teoria conciliare. Avendo infatti papa Eugenio IV (1431-47), per varie ragioni, emanato un
decreto di scioglimento del concilio appena riunito, indicendone un altro a Bologna - cui
dovevano intervenire anche i Greci per la unione delle due chiese - il concilio rinnovò i
decreti di Costanza intorno alla sua superiorità sul papa, minacciò questi di aprire un
processo contro di lui, ed incominciò energiche riforme toccanti le finanze pontificie.
Eugenio IV, in pericolosa situazione politica in Italia, si piegò a riconoscere la
legittimità del concilio (dicembre 1433). Ma nuove e ancor più energiche riforme
tornarono a guastare laccordo: e nel concilio stesso incominciò ad affermarsi una
parte più temperata, la quale, quando Eugenio insistè per portare il concilio in Italia
(sempre per lunione dei Greci), si pronunciò in questo senso. La maggioranza citò
allora il papa a comparire ed Eugenio rispose sciogliendolo (settembre 1437). La minoranza
venne in Italia al concilio di Ferrara (1438), trasferito poi a Firenze (1439); la
maggioranza persistette, tornò a proclamare la superiorità del concilio ecumenico,
depose Eugenio come scismatico ed eretico e, scomunicata da Eugenio, elesse a nuovo papa
lex-duca di Savoia Amedeo VIII, col nome di Felice V (1439-49), lultimo
antipapa. Ma le potenze cristiane non seguirono i padri di Basilea nello scisma. Alcune,
come lInghilterra e la Francia, si schierarono subito con Eugenio contro Felice; la
Germania si tenne per alcuni anni neutrale, ma poi man mano riconobbe Eugenio
anchessa. La Francia, però, tenne fermo ai decreti di riforma e alla teoria
conciliare, proclamati con la "Prammatica Sezione di Bourges", che è la prima
solenne affermazione delle "libertà della Chiesa gallicana", cioè di una
posizione propria, relativamente autonoma, della Chiesa Francese rispetto a Roma. In
Germania limpero e singoli principi abbandonarono le massime conciliari in cambio di
concessioni particolari rafforzanti il loro potere sulle chiese locali. In quanto
allantipapa e al concilio - che dal giugno 1448 risiedeva in Losanna - il primo
abdicò, e il secondo procedette ad eleggere, in sede vacante, il papa, dando i suoi voti
allo stesso Niccolò V (aprile 1449), dopodiché si dichiarò sciolto. Usciva vincitore il
potere papale". Sin qui il Salvatorelli.
In quanto a Ludovico massimo rappresentante in quel momento della Chiesa gallicana, nel
1432, con altri quattro cardinali, professò di aderire al concilio dichiarato sciolto
lanno prima dal papa. Essendosi il 13 luglio intimato invano a questi di comparire a
Basilea, nel novembre l'Alemanno, travestito e accompagnato da un altro porporato, fuggì
da Roma imbarcandosi ad Ostia. Dopo la momentanea intesa tra il concilio e il Papa, anche
l'Alemanno ottenne il richiesto consenso: di qui la sua autorità nelle sessioni in cui
divenne capo del partito conciliare, decidendo quale preside della congregazione generale
di trattare coi Greci, e citando nuovamente (1437) il papa ad intervenire. Constatata la
contumacia di questi e dichiarata la sua deposizione, l'Alemanno, poiché presenziavano
appena sette vescovi e lui stesso era il solo cardinale in aula, con atto inaudito e
davvero sorprendente fece collocare al posto degli assenti le reliquie dei santi di
Basilea. Se il provvedimento era chiaramente arbitrario, legittima fu invece la successiva
decisione, sempre ispirata dall'Alemanno, di aggiungere al consesso trenta membri laici,
tra cui alcuni dottori delle università. Eletto antipapa il Savoia (compatriota del
nostro porporato, anzi suo stesso principe) Eugenio rispose nel 1440 dichiarando
lAlemanno eretico: lo scomunicò e lo destituì da cardinale. Con la composizione
dello scisma e con la vittoria della Curia, lAlemanno, su finire del 1449, fu
perdonato. Dal nuovo papa riottenne il grado. Nominato legato in Germania, morì poco dopo
a Salon-de-Provence (Bouches-du-Rhone). Né con questo finirono le sue avventure, poichè
sul suo sepolcro in Saint-Trophime di Arles i francescani, accogliendo una venerazione
popolare (e anche perché egli era stato uno dei sostenitori dellImmacolata
Concezione di Maria) promossero un culto la cui conclusione fu nel 1527
linnalzamento agli altari, come beato. Ancora di recente, e probabilmente quale
riflesso secondario dellaspirazione autocefalica gallicana, in certe diocesi
francesi si celebrava la sua festa, che è il 17 settembre.
 Fig. 1 - Castel Bolognese - Palazzo
Comunale - Epigrafe (1425) incisa da Domenico di Sandro da Fiesole |
 Fig. 2 - Castel Bolognese - Palazzo
Comunale - Stemmi (1425) scolpiti da Domenico di Sandro da Fiesole |
 Fig. 3 - Lugo - Biblioteca e Archivi
Comunali - Disegno dell'epigrafe e degli stemmi del 1425 - sec. XVII (?) |
 Fig. 4 - Castel Bolognese - Torre di Giovanni da Siena (1394). La
freccia bianca indica il punto in cui l'epigrafe era murata |
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