La fondazione di Castel Bolognese in un documento del 1389

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1. La fondazione di Castel Bolognese

Sul piano strettamente anagrafico la nascita di Castel Bolognese non pare costituire un problema. Un documento (1) … che si trova nell’inserto 687 della Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, ci relaziona su una controversia sorta tra Jacopo Gualtieri di Limadiccio, massaro di alcune comunità del territorio imolese e Richino di Giovanni Toschi di Flagnano, sindaco del comune del comitato imolese, relativa ad un castello che il comune di Bologna aveva fatto costruire nei pressi di ponte San Procolo.
Tale castello, eretto a cura e spese del comitato di Imola per conto del comune di Bologna, sarebbe dovuto passare, secondo quanto stabilito, a sei comunità di quel territorio che, sotto la responsabilità di Jacopo Gualtieri, ne avrebbero dovuto garantire la custodia e la conservazione. La controversia, risolta abilmente da Filippo Guidotti podestà del comitato imolese per conto del comune di Bologna, verteva su alcune inadempienze da parte degli imolesi a causa delle quali le comunità suddette si erano rifiutate di ricevere, come stabilito, questo castello. Dal documento, quindi, si deduce che nel marzo del 1388 il comune di Bologna aveva stipulato un accordo tramite il quale il comune del comitato di Imola si impegnava a costruire una fortificazione nei pressi della via Emilia, a circa metà distanza tra Imola e Faenza, e che questa fortificazione, quasi finita nell’ aprile del 1389 (data della controversia), mancava solo di alcuni dettagli.

Come questo documento, reso noto solo nel 1966 (SERANTINI, 1966, pp. 311-324) ma sicuramente conosciuto da Antonio Garavini che ne fa uso nel suo Peregrinus (1608), si sposi con le tesi che vogliono questa zona, in epoca ben anteriore, una fortificazione, risulta problema piuttosto controverso. E’ il Giordani, autore di una Cronaca su Castel Bolognese (1837, poi ristampata nel 1972) che avanza l’ipotesi di una fortificazione fatta erigere nel 1380 dai bolognesi (ibidem, pp. 12-13) e, nello stesso tempo, con il Tonducci, asserisce che già nel 1254 esistevano gli “huomini di Castelbolognese” e addirittura che il castello era già ricordato in un diploma di Enrico II (ibidem, p. 11). Nella nota in volgare apposta dal copista al testo della vertenza (in latino), è detto chiaramente che tale documento si riferisce all’ampliamento di una bastia che già esisteva in quel luogo; ma un’analisi attenta del testo non lascia adito a dubbi quando specifica: “facere construere et hedificare et omnibus necessariis fortificare de vestro Comitatu Imolense Castrum unum Bolognexium”. Tale notizia, inoltre, non contrasta con quanto riportato dalle Cronache bolognesi (R.I.S, XVIII, parte I, p. 386 e XVIII, parte Il, p. 82, ad annum): è probabile che si faccia confusione con un’altra costruzione eretta nei pressi di ponte San Procolo qualche anno prima (R.I.S., XVIII, parte I, p. 171, anno 1363).
Le circostanze che portarono alla fondazione di Castel Bolognese vanno ricercate nella politica di Bologna dopo la restaurazione del regime comunale nel 1377 (FAS0LI, 1984, p. 181) e la concessione del vicariato sul territorio imolese da parte di Urbano VI, territorio imolese sui quale, anche in passato, la città aveva esercitato il suo controllo (LARNER, 1972, pp. 250-256).

Il periodo che corrisponde alla seconda età comunale costituisce per la città di Bologna anche un momento di ristrutturazione agricola e di nuova riorganizzazione del territorio, nel quale è possibile collocare la creazione di nuovi borghi franchi (PINI, 1978, p. 405): nel 1380 si costruisce Castel d’Argile imponendo alla popolazione limitrofa di andarvi ad abitare e nel 1388, lo stesso anno di Castel Bolognese, furono edificati San Giorgio di Piano e, nel contado imolese, anche il castello di Sant’Agata (R.I.S., XVIII, parte Il, p. 82, ad annum). Questo proliferare di nuove fondazioni nel territorio bolognese non è stato ancora sufficientemente analizzato, poiché l’attenzione degli studiosi si è finora in prevalenza soffermata su quella che potremmo definire la prima stagione dei borghi franchi (XII-inizi XIV secolo: FASOLI, 194 pp. 149-204; vd. anche HIGOUNET, 1975), fenomeno ampiamente noto nel nord Italia (PINI, 1981, p. 48; PANERO, 1979; IDEM, 1988) in qualche modo ricollegabile con quello analogo delle “Terre Nuove” che il comune fiorentino fondò nei proprio contado tra la fine del XIII e la prima metà del XIV secolo (RICHTER, 1940, pp. 351-386; FRIEDMANN, 1974, pp. 231-247; MORETTI, 1980).

E’ probabile che la costruzione di Castel Bolognese tragga comunque origine da motivazioni prevalenti di carattere strategico-militare, come lascerebbe supporre la sua ubicazione, ma risulta indubbio che esso costituì, fin dall’inizio, un punto di attrazione demica per le aree circonvicine, come apprendiamo già dal documento del 1389. Furono infatti chiamate a prendere possesso del castello e probabilmente a risiedervi alcune comunità del territorio imolese, ricordate esplicitamente nel documento: Anconate, Barignano, Biancanigo, Casalecchio, Limadiccio e la Serra. Tutte queste località sono già menzionate nella Descriptio Romandiole come ville (MASCANZONI, 1987, pp. 142-143). Con il termine villa si indicava, in questo periodo, un insediamento modesto, un ambito distrettuale-amministrativo di piccole dimensioni (ibidem, pp. 99-100). Ma alcune di queste erano già note in precedenza.
Limadiccio, ricordato come castrum nel XII secolo (MONTEVECCHI, 1970, p. 231), dipendeva dalla pieve di Sant’Angelo in Campiano (GADDONI, 1927, p. 60). Casalecchio, località a circa due chilometri da Castel Bolognese, è ricordata dal XIII secolo e la sua chiesa, dedicata a San Pietro, in un documento del 1157 (GADDONI, 1927, pp. 89-90). La Serra, infine, dipendente dalla pieve di Sant’Angelo in Campiano, come la precedente, aveva una chiesa intitolata a Santa Maria detta de Masirano o Maxerano (nel XIII-XIV secolo) ed è ricordata fino dal XII secolo: nelle vicinanze era il castello di San Bartolo (ibidem, pp. 76-80).
S.G.

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Fondazione di Castel Bolognese (allegoria di Fausto Ferlini)

2. La struttura materiale del castello in base al documento del 1389

Indirettamente, nello specificare cioè le inadempienze da parte del comune del comitato di Imola e nello stabilire poi quali lavori andassero an-cora portati a termine dal suddetto comune al momento della consegna del castello, veniamo a conoscenza di informazioni circa la struttura materiale del medesimo. Ovviamente, data l’incidentalità delle annotazioni, mancano anche particolari importanti, talora decisivi, per la ricomposizione dello sviluppo della bastia, come ad esempio le sue dimensioni, ricostruibili solo induttivamente da una interpretazione a posteriori del tessuto urbano. Nel suo insieme, però, il quadro appare sufficientemente chiaro.

Il castello era provvisto innanzitutto di “butifredi scilicet baltresche” che, iniziate, dovevano essere portate a termine e chiuse con assi fino probabilmente allo steccato (il passo è corrotto: SERANTINI, 1966, p. 321). Il battifredo, termine di origine francone introdotto in Italia dopo la metà del XII secolo (SETTIA, 1984, p. 398), indica sostanzialmente una torre di legno con funzione di avvistamento e si sposa generalmente a complessi fortificati semi-permanenti nei quali non si fa ricorso alla muratura (ibidem). Di più antica origine, invece, la bertesca, che da una accezione “civile” sarebbe poi passata nel lessico militare andando a configurarsi quale fortino o ridotto di legname elevato sugli spalti di terra, o sporgente da una fortificazione (CASSI RAMELLI, 1964, pp. 457-458; SETTIA, 1984, p. 197). Nel nostro caso sembra che non ci sia più differenza lessicale tra i due termini, tanto è vero che, più avanti, nel testo, quando si tratta delle inadempienze degli imolesi, il riferimento è solo alle bertesche (“per dictum comune comitatus Imole. . . claudentur baltresche existentes circa dictum castrum da assidibus usque ad stecatum”: questa parte ci consente di integrare la corruzione del passo precedente). La localizzazione di queste bertesche è ancora specificata nella seconda parte del documento: esse erano ubicate ai cantoni (due per ogni lato quindi) ed altre, forse ancora due, lungo un solo lato, quello sul quale si doveva aprire la porta del castello (“baltresche quae sunt ad cantones, ad dua latera et baltresche quae sunt extra cantonem ad unum latus: videlicet ad latum quod reducitur extra castrum”). È evidente, quindi, la volontà di fortificare con altre strutture di difesa il lato più esposto ed importante, quello cui si accedeva al castello […]. Gli imolesi avrebbero dovuto poi riparare i terragli (un termine che in qualche modo può equivalere a quello di spaldum e che fu introdotto in Italia non prima del XII secolo: SETTIA, 1984, p. 374), cioè delle strutture in terra contenute da manufatti di legno, sia quelli all’interno del castello (“omnia terralia dicti castri tam ea quae sunt intra dictum castrum”) che all’esterno (“quam extra ipsum”), che evidentemente erano andati deteriorandosi a causa delle acque (SERANTINI, 1966, p. 321). Il castello era poi munito di una palizzata, definita sia palancato che sticatum, anche questa da risistemare, dove degradata, con “assides et claves”. Tra la palizzata e il ponte d’ingresso (“intra pontem et rastrellum dicti castri”) doveva essere collocata una catena di ferro, che non è chiaro fungesse già da elemento per un meccanismo più sofisticato di sollevamento del ponte (SETTIA, 1984, p. 365) oppure essere impiegata per soli scopi difensivi. Inoltre si doveva circondare da un fossa alla quale adduceva acqua un canale (ripulito e scavato ovunque fosse necessario a partire dalla chiusa), all’interno del quàle doveva essere collocata quella botas fatta costruire da maestro Lorenzo. Il testo lascia spazio all’ipotesi della presenza di un’altra fossa, più piccola, quando parla sia di fovea magna che di foveo. In tal caso si potrebbe ipotizzare l’esistenza di una doppia cintura di fossati, di ineguale dimensione, e che un canale minore sia da identificare con quello individuato nel 1982 in via Gottarelli che correva sostanzialmente parallelo all’antico perimetrale nord del castello (?). Ancora in via di ipotesi potremmo suggerire che tale canale potesse costituire l’invaso di discarica delle acque del fossato, dopo esser state immesse dal Canale dei Molini, sul lato ovest, secondo una ricostruzione che presentiamo (Fig. 32).

Ancora tra le richieste avanzate da Giuliano da Limadiccio era quella di rendere il campanile idoneo a reggere una campana del peso di duemila libbre e di sistemare il receptum del castello, anche in questo caso secondo le indicazioni di Lorenzo da Bagnomarino (ingegnere per conto del Comune di Bologna che aveva sovrinteso ai lavori), mediante la messa in opera di due ponticelli mobili e di una piccola porta “in rastrello dicti recepti”, in modo che esso potesse essere ben chiuso. La sua funzione è chiara nel passo seguente quando si specifica che tale ricetto “claudi et aperiri possint et per quos duci possint currus et animalia in omni tempore necessitatis”: non risulta evidente, invece, la sua ubicazione, ma non è improbabile fosse esterno, tendenza questa riscontrata con frequenza nel corso del Trecento (SETTIA, 1984, p. 455). Infine il comune del Comitato di Imola avrebbe dovuto aprire un pozzo all’interno del castello e costruire un forno.

Per sintetizzare, le fortificazioni costruite nel 1388-89 erano composte da un fossato che circondava il perimetro del castello, cui dava acqua una chiavica che doveva forse attivarsi sul fiume Senio, una serie di terrapieni e una palizzata di legno (Fig. 31); agli angoli e sui lato d’ingresso, sul quale era collocato un ponte forse mobile (azionato cioè da una catena), erano le bertesche (Fig. 33). Un receptum, forse esterno, e un campanile, completavano il quadro delle strutture difensive. L’immagine complessiva, quindi, è di una struttura difensiva di carattere primitivo, semi-campale, per la quale non vengono ancora usati manufatti in muratura, nonostante che la progressiva sostituzione di tali elementi con altri di carattere più solido e duraturo, anche in relazione alle mutate tecniche militari, era fenomeno iniziato ben prima (SETTIA, 1984, p. 366).

Il carattere del sistema difensivo di Castel Bolognese nel periodo della sua fondazione non doveva comunque costituire una eccezione. Nello stesso anno, secondo le fonti cronachistiche bolognesi, venne fondato un altro castello, San Giorgio di Piano, verso Ferrara, anch’esso, a quanto pare, caratterizzato da strutture difensive della stessa natura (GADDONI SCHIASSI, 1977, p. 1081).
Ancora verso la metà del ‘300 e fino alla prima metà del secolo successivo, vaste porzioni della cinta muraria di Imola erano costituite da sticati e batifredi, come ricordano gli Statuti del 1366 e altri documenti del 1369 (MANCINI, 1978, pp. 13-16). Forse solo le porte, ed alcune porzioni della cinta, erano in muratura.

Anche per Imola, verso la metà del XV secolo, si assiste ad una ricostruzione totale della cinta, questa volta in muratura (ibidem, pp. 19-24). Per quanto non si possa prendere come indicazione assoluta è probabile, quindi, che un cambiamento definitivo tra l’uso di materiali in legno e quelli in muratura nelle strutture di difesa di questa area avvenga proprio verso la metà di questo secolo.

(1) Il documento citato dal Gelichi costituisce una copia tarda della pergamena originale, che era conservata nell’Archivio Comunale di Castel Bolognese. Essa venne venduta al macero alla fine della Seconda Guerra Mondiale, assieme a gran parte dell’archivio comunale e successivamente fu acquistata da Don Italo Drei che la trovò presso un antiquario. Gli eredi di Don Italo Drei (1920-1983) hanno donato la pergamena originale (di cui in questa pagina è possibile vedere una riproduzione fotografica) al Comune di Castel Bolognese il 20 febbraio 2005. (nota a cura di Andrea Soglia).

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Pianta ricostruttiva di Castel Bolognese alla fine del ‘300 (figura a sinistra) e pianta ricostruttiva del funzionamento delle fosse di Castel Bolognese alla fine del ‘300 (immagine a destra).

Bibliografia:

  • A. CASSI RAMELLI, 1964, Dalle caverne ai rifugi blindati. Trenta secoli di storia dell’architettura militare, Milano.
  • G. FASOLI, 1942, Ricerche sui borghi franchi dell’alta Italia, “Rivista di Storia del Diritto Italiano”, XV, pp. 149-214.
  • G. FASOLI, 1984, Bologna nell’et� medievale (1115-1506), in AA. VV., Storia di Bologna, Bologna, pp. 127-196.
  • D. FRIEDMANN, 1974, Le Terre Nuove Fiorentine, “Archeologia Medievale”, I, pp. 231-247.
  • S. GADDONI, 1927, Le chiese della diocesi di Imola, I, Imola.
  • S. GADDONI SCHIASSI, 1977, Centri a pianta regolare in Emilia-Romagna: i castelli medievali, “L’Universo”, LVII, 6, pp. 1073-1096.
  • C. HIGOUNET, 1975, Paysages et villages neufs du Moyen Age, Bordeaux.
  • F. MANCINI, 1978, Il completamento dello sviluppo urbanistico di Imola, Imola.
  • L. MASCANZONI, 1987, La “Descriptio Romandiole” del Card. Anglic. Introduzione e testo, Bologna.
  • F. MONTEVECCHI, 1970, Repertorio dei castelli, rocche e torri, in Rocche e castelli di Romagna, 1, Bologna, pp. 137-400.
  • I. MORETTI, 1980, Le Terre Nuove del contado fiorentino, Firenze.
  • F. PANERO, 1979, Due borghi franchi padani. Popolamento e assetto urbanistico e territoriale di Trino e Tricerro nel secolo XIII, Vercelli.
  • F. PANERO, 1988, Comuni e borghi franchi nel Piemonte medievale, Bologna.
  • A. I. PINI, 1978, Un aspetto dei rapporti tra citt� e territorio nel medioevo: la politica demografica “ad elastico” di Bologna tra XIII e XIV secolo, in Studi e memorie di Federico Melis, I, Napoli, pp. 365-408.
  • M. RICHTER, 1940, Die “terra murata” in florentinischen Gebeit, “Mitteilungen des Kunsthistorichen Instituts in Florenz”, V, pp. 351-386.
  • F. SERANTINI, 1966, Un documento inedito sulla fondazione di Castelbolognese, “Strenna Storica Bolognese”, XVI, pp. 321-334.
  • A. A. SETTIA, 1984, Castelli e villaggi nell’Italia padana. Popolamento, potere e sicurezza tra IX e XIII secolo, Napoli.

Brano tratto da: Castel Bolognese: archeologia di un centro di nuova formazione / Sauro Gelichi, con un contributo di Valerio Brunetti e un’appendice di Patrizia Farello. – Firenze: Edizioni all’Insegna del Giglio, 1990.

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