Il giorno che Zagliona e Brandolino andarono al taglio della testa

Mia nonna Oliva, che era nata nel trentasei, il giorno che Zagliòna e Brandolino andarono al taglio della testa prese da suo padre Antonio, detto il Dentone, un fracco di botte per amore di Luigino del Bòzzo, che fu poi suo marito, che era un giovinaccio di pelo rosso e a Oliva le piaceva forte ma al Dentone non gli squadrava perché non aveva né arte né parte e si perdeva tutto il giorno a giocare alle piastrelle nella contrada dei contrabbandieri con dei pendagli da forca suoi pari.

La contrada dei contrabbandieri dava sulle mura dalla banda di levante, era una fila di casucce basse dai muri sbreccati, con scalette di legno ripide tra l’unica stanza di sotto e quella di sopra e ci stava della gente spericolata che faceva tutti i mestieri fuori che i leciti, che non era in buon odore dal canto della politica; gente, per esempio, che essendo un giorno transitato in luogo il governatore, cioè sua signoria illustrissima l’avvocato Zoffili, non solo non ostentò i debiti segni della reverenza che, immagino, fossero le scappellate, ma taluni ragazzacci vociando e stiamazzando continuarono come se niente fosse il giuoco volgarmente denominato delle marelle, ragion per cui il degno funzionario pontificio ebbe a qualificarli di malnati e fecciazza.

Dunque Luigino a Oliva le piaceva, ma il Dentone aveva detto chiaro e spiccio il suo pensiero sicché non c’era più da discorrerne. Il Dentone era un uomo grande, ossuto, con una chiostra di denti che gli sformava la bocca, badava ai fatti suoi, non s’impicciava di politica, andava a Messa la domenica e dopo la Messa si beveva dal droghiere un paio e magari tre bicchierini di mistrà, aveva dei buoni cavalli da tiro, alcune birocce, di cui una a quattro ruote, e tutte le settimane caricava per Bologna.
«Non potete dir niente contro di lui» aveva azzardato Oliva tenendo d’occhio le mani di suo padre, e il Dentone, senza toglierle di tasca, aveva risposto: «Questo è vero, però vorrei sapere cosa ti darà da mangiare, dal momento che non fa niente». Oliva pensava nella sua testa che, magari, Luigino avrebbe potuto aiutare il Dentone che cominciava a essere avanti con gli anni, faceva tutto da sé e il mestiere era pesante, ma si astenne da una ragione di tal fatta perché c’era il caso che succedesse un quarantotto.
Oliva era piccolina, tonda come un pisello, non era bella perché aveva la carne scura e il naso un po’ grande, ma la bocca era dolce e armoniosa, coi denti che parevano di latte. A quel tempo, per due morosi anche solo vedersi era una impresa: alla finestra no perché le ragazze alla finestra non ci stavano e se ci stavano erano notate. Fuori di casa le ragazze ci andavano poco: qualche volta la madre diceva: fa’ un salto dal fornaio, oppure dal droghiere o che so io, ma come se in quel salto l’idea di far presto non fosse resa abbastanza, il discorso terminava invariabilmente con un: va’ e vieni. Le domeniche, a Messa, l’arciprete voleva che le donne stessero davanti e gli uomini dietro e se una ragazza voltava la testa non stava bene e la madre le dava di gomito, senza dire che, al Vangelo, il celebrante batteva spesso sul chiodo dell’onesto contegno, ornamento delle giovinette, che consisteva, tra l’altro, nel tenere lo sguardo convenientemente basso quando uscivano di chiesa e, meglio, nel tirarsi il fazzoletto fin sopra gli occhi.

Un giorno, sotto le feste di Natale, si sparse in paese una triste nuova: Zagliòna e Brandolino dovevano andare al taglio della testa, poi si seppe che l’esecuzione era fissata per il martedì diciannove dicembre. «Fu l’anno prima del colera» diceva la nonna quando mi contava il fatto.
Il sei febbraio 1854 il primo turno del supremo tribunale della Sacra Consulta riunito nella grande aula del palazzo Innocenziano di Montecitorio (lo progettò il Bernini e Olimpia Maildachini, cognata di papa Pamfili, sognava di farne una dimora fastosa) giudicò la causa di Zagliòna. Presiedeva il temuto consesso monsignore Salvo Maria Sagretti contornato dai consultori Borgia, Bartolini, Arborio Mella, Valenzi e De Ruggiero, monsignor Benvenuti era il fiscale, e l’avvocato Pieri difensore «d’officio». Levate le dovute preci all’Altissimo e introdotto l’inquisito libero e sciolto, monsignor Bartolini fece la relazione della causa: Zagliòna era tenente della Guardia civica del suo paese, un giorno del ‘48 durante la traduzione di un malvivente da anni contumace per furti, costui rimase ucciso; si disse che il detenuto aveva tentato di darsi alla fuga e allora la scorta gli aveva tirato, in realtà pare che fosse stato il tenente a farlo fuori, in un campo lungo la strada, con una schioppettata nella schiena. Ancora: nel ‘49 un drappello della Civica, al comando di Zagliòna, aveva arrestato sulle colline quattro individui fortemente sospettati di una grassazione, mentre li menava ammanettati, l’ufficiale insistette perché confessassero e non essendoci riuscito li minacciò di fucilazione, poi, irritato per i dinieghi, li fece senz’altro passare per le armi, adducendo la solita scusa che avevano tentato di scappare. Il tribunale, a voti unanimi, condannò Zagliòna «all’ultimo supplizio». Brandolino, detto anche il figlio del buon ladrone, era stato anche lui condannato a morte dallo stesso tribunale quale colpevole «con animo deliberato e per ispirito di parte» dell’omicidio di un notaio, persona ligia al governo, commesso nel ‘49.

Oliva era combattutta fra l’amore, la curiosità e la paura; sperava di incontrare Luigino, aveva voglia di vedere il supplizio, rabbrividiva al pensiero del sangue. «Quando a un cristiano gli tagliano la testa,» spiegava il Dentone succhiando la pipa davanti al fuoco «tutto il sangue che ha dentro sgorga come il getto di una grondaia». Oliva faceva la pelle d’oca solo a sentire. La mamma, una donnina silenziosa, disse che non aveva coraggio, allora lei domandò a suo padre se era contento che fosse andata con la Mardàza, una vicina, che era una donna brutta e a Oliva le piaceva poco perché la gente brutta spesso ha l’anima come la faccia.

Uscirono prestissimo, che era buio fondo ma la gente era già per le strade. La ghigliottina era stata montata a ridosso della torre di piazza, quelli delle case lì intorno avevano sentito smartellare tutta la notte, la piazza era sbarrata verso la metà dai soldati austriaci, si diceva che i soldati avevano i fucili carichi e dietro la torre c’erano i cannoni pronti per ogni evento; le due donne si insinuavano a fatica nella calca, si intravedeva solo la mole scura della torre, faceva freddo, qualcuno batteva i piedi per riscaldarsi. A un tratto, la campana grossa di san Petronio prese a rintoccare a tocchi radi che facevano gelare il sangue; adesso ci si vedeva di più, in alto le case prendevano colore, tutte le finestre della piazza erano chiuse perché questo era l’ordine, dicevano che se una finestra si apriva i soldati gli sparavano contro. Oliva si senti toccare leggermente di fianco e voltò la testa: era Luigino, le parve che il cuore si scaldasse un po’, lui aveva in testa una galoza marrone e dalle maniche della cacciatora di velluto, un po’ corte, uscivano i grossi polsi coperti di pelo rossiccio, sperò che lei si accorgesse che si era messo la cacciatora della festa nella speranza di incontrarla. Pian piano, quel ragazzone lavorava a meraviglia di gomiti, arrivarono fin quasi a ridosso dei soldati che erano disposti su tre righe: due fronteggiavano la folla, l’altra la torre e il patibolo. Faceva ormai chiaro ma Oliva era piccolina e gli austriaci avevano in testa dei cheppì alti, allora Luigino le mise le mani sotto le ascelle e la sollevò, che poté vedere la ghigliottina ma la Mardàza tirò dispettosamente il giovane per la manica dicendo: «Siete matto?».

Zagliòna lo portarono per primo, era a capo scoperto, aveva le mani legate dietro la schiena, i calzoni, la camicia di tela bianca su cui faceva spicco la macchia nera della barba che scendeva sul petto, era alquanto calvo, pallidissimo ma camminava spedito fra due uomini scamiciati con le maniche rimboccate, che erano gli aiutanti del boia. Il boia veniva subito dietro, era tutto vestito di nero e in testa portava la tuba. Si sapeva che la mattina presto, durante la toletta, il boia si era accinto a tagliar la barba di Zagliòna il quale lo aveva pregato, come ultimo desiderio, di lasciargliela e lui gliela aveva lasciata. Un brivido percorse la folla quando il gruppo sinistro comparve sul palco, Oliva non aveva più una goccia di sangue, successe qualcosa che lei non riuscì a percepire, improvvisamente la testa spettrale di Zagliòna apparve come appiccicata contro la ghigliottina, rapidissimo il carnefice passò una mano sotto il mento della vittima e si vide la grande barba distendersi ma fu un attimo: un guizzo un tonfo e la testa sparì. Oliva sentì che rullavano dei tamburi e si afflosciò; fortuna che era fra le braccia di Luigino che l’aveva ancora sollevata senza che lei se ne fosse accorta.  Ma a casa, la Mardàza, lingua forcuta, non fu buona di star zitta e Oliva le prese.

Francesco Serantini

Tratto da “Le nozze dei diavoli”, ed. Garzanti.

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