Il boia Babone e Caterina Sforza

Da quando il popolo di Bologna decretò seicento anni fa la costruzione di una Bastia al “Passo delle Catene” (1380-81), fino al 21 luglio 1501 (giorno della demolizione di Castelbolognese da parte di mille uomini di Cesare Borgia), la comunità castellana aveva trascorso 120 anni di febbrile attività costruttiva. Alloggiamenti per soldati, Palazzo Pretorio, ampliamento della Bastia (1388-89), Rocca (1391-94), Torre (1394), acquedotto del Molino (1396), Croce Coperta di Griffoni (1397), chiesa di San Petronio, chiesa di Santa Lucia fuori le mura (ora San Francesco), ospedale di Santa Maria (fine sec. XIV), abitazioni per il crescente numero della popolazione, costruzione e fortificazioni delle mura, avevano trasformato la munita Bastia da presidio di milizie a comunità sociale autonoma.

La posizione geografica, all’incrocio della consolare Emilia con le strade casolana e lughese, ponevano Castelbolognese tra gli obiettivi di conquista e di dominio da parte dei turbolenti dominatori e signorotti di quel tempo. Dante, nel canto XXVII dell’Inferno, rispondendo a Guido da Montefeltro, che gli chiedeva notizie sui romagnoli, scrisse:

“Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni”

e nella diciassettesima terzina precisa ancora, riferendosi a Maghinardo Pagani da Susinana:

“Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lioncel dal nido bianco
che muta parte dalla state al verno”
.

Dal tempo di Dante in poi la situazione della Romagna non migliorà certamente.

Vendetta di Caterina

In poco più di un secolo nella comunità castellana fiorirono mestieri ed arti ed ebbero i natali uomini di cultura e di fama. Un certo Fichi Antonio (139. -144.) fu letterato e giureconsulto all’Università di Bologna; Roberti Domenico (1400?) fu notaio del Duca Borso di Ferrara della famiglia degli Estensi; Pascali Ercole (1470?) fu Commissario Generale di guerra presso le truppe papali durante il pontificato di Giulio II; Ugo da Castelbolognese (sec. XV) ebbe nome di eccellente armaiuolo. Ma, unitamente alle persone oneste e dabbene, in quei tempi di violenza e di prepotenza salivano alla ribalta della storia e della cronaca uomini temerari e malvagi, nati con il diavolo e con il crimine nel corpo e nell’ anima. Fra questi, purtroppo, le cronache parlano di Matteo da Castelbolognese, meglio conosciuto come BABONE. Egli fu assunto da Caterina Sforza Riario, quale capo bargello, per vendicare l’assassinio del marito Gerolamo Riario, avvenuto nella congiura dei patrizi forlivesi, capitanata da Ludovico e Checco Orsi. Era il 16 aprile 1488.

A quei tempi le condanne erano eseguite in luogo pubblico. Il lugubre spettacolo doveva essere un avvertimento, un ammonimento e un esempio dello spietato potere del signorotto. Il bargello e i suoi complici rappresentavano la giustizia e il potere esecutivo. Godevano dell’immunità. Il cronista forlivese Leone Cobelli ha tramandato nelle sue “Croniche foirlivesi” le testimonianze sui crimini di Babone. Egli scrive che, subito dopo il fallimento della congiura e la fuga di Ludovico e Checco Orsi, fu chiamato uno di Castelbolognese, detto “Bobono”. Lo descrive di grande statura, grosso di persona, crudele di faccia. Dice che non vide mai una cosa più spaventosa, “percossa in quilli occhi”, quei capelli torti, bistorti, sudici, brutti, lunghi.

Babone fu subito mandato dai frati predicatori ove una spia aveva riferito che il vecchio Orsi si era rifugiato. Il povero dolente uomo fu portato nella cittadella. Gli sputarono in faccia, gli gettarono della lordura in viso e in bocca, lo bastonarono, gli misero un capestro al collo e lo trascinarono per la cittadella legato ad un asse con la testa a penzoloni e legato alla coda di un cavallo frustato per più giri di piazza. Era il supplizio chiamato a quei tempi: Tirè a coda ad caval.

“Lettore – dice il cronista – quello che ti ho detto lo scrivo con le lacrime per pietà”. Babone, poi, portò Marco Scocciacarro nel palazzo dei signori, nella camera delle ninfe, ove era stato ucciso il conte Gerolamo Riario, e lo buttò giù dalla finestra, “lui e Cicciolino e Carlo da Imola”. Costoro “non si possettero mai trovare”. Allo Scocciacarro fu messo un capestro al collo e lo stesso Babone gli diede un urto per gettarlo e lasciò andare il capestro in modo che cadesse nello stesso luogo ove era stato gettato il conte Riario. Il corpo dello sventurato fu subito preso da soldati malandrini, che con ronconi e spade lo tagliarono a pezzi, gettati poi per la piazza. Budella, corata e interiora furono tutte sparse per la piazza; la testa la trascinarono con la punta di una ronca e se la palleggiavano.

Babone andò poi nel palazzo del podestà, legò una corda al collo di Pagliarino, lo appese alla finestra e lo fece precipitare in piazza tagliando la corda. Anche su di lui si gettarono i soldati, che lo tagliarono a pezzi “como tonina”, sparsero per la piazza la carne e le budella, “poi li tagliarono lo membro natorale e si lo misero in bucca a quella testa di Pagliarino”, e cosi la trascinarono “con quello vituperio”. “Io vidi tutto ciò”, dice il cronista. Lo stesso Babone legò un capestro al collo di “Nicolò macto”, il quale, buttato dalla finestra, “lo tagliarono como carne in beccaria”, gettando poi i pezzi per la piazza. “Lettore – scrive il Cobelli – certo tu non lo crederesti, ma chi chiamò quella piazza il lago sanguinario, non mentirono. Io te lo dico, che la vidi con i miei occhi, tanto sangue, tante corate, tanti pezzi di carne di quei cristiani, che te ne faresti meraviglia… O lettore, hor pensa como staua quello populo forloveso per il dì di San Mercoriale, el primo dì de magio”.

[…]

Oddo Diversi

Testo tratto da “Vita Castellana”, dicembre 1981

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Il vecchio Orsi giustiziato da Babone. Disegno di Pietro Novaga, tratto da: “Caterina Sforza”, di Angelo Braschi, ed. Cappelli, 1965

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Caterina Sforza

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Girolamo Riario

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