I “non caduti” per la Patria: la Grande Guerra continuò ad uccidere tanti giovani anche vari anni dopo la sua fine

di Andrea Soglia

I loro nomi non sono scolpiti sulle lapidi dedicate ai caduti nella chiesa di San Sebastiano e non compaiono nel “volumone” dedicato all’Emilia-Romagna della serie “Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918, Albo d’oro”. Eppure erano ritornati dal fronte stremati dal lungo servizio e con la salute fisica definitivamente compromessa. Sarebbero rientrati a pieno diritto nell’elenco dei caduti per la Patria, per malattie contratte durante la guerra, se fossero morti entro l’anno 1919. E invece sono morti pochi mesi o pochi anni dopo, trascorsi senz’altro in modo sofferto e quindi, per una beffa del destino, rientrano fra quelli che potremmo definire i “non caduti” per la Patria.
Di alcuni di loro si era parlato nel volume “Castellani oltre il Piave”; di altri abbiamo trovato notizia solo successivamente, soprattutto tramite alcune memorie funebri emerse nell’archivio di Pier Paolo Sangiorgi (e qui ribadiamo ulteriormente l’importanza di conservare queste testimonianze storiche che purtroppo molti tendono a distruggere). Non ci resta che raccontare brevemente le loro storie e, quando possibile, dare loro un volto. Siamo comunque consapevoli che tante altre storie ci saranno sfuggite, ma quelle reperite sembrano ampiamente sufficienti a documentare il fatto che anche a Castel Bolognese la Grande Guerra continuò ad uccidere giovani vari anni dopo la sua fine e a gettare nel lutto numerose famiglie che spesso rimanevano pure senza la loro guida e non si vedevano nemmeno riconosciuta una pensione di guerra perché i loro congiunti erano morti “troppo tardi”.

Giuseppe Frontali era nato a Casola Valsenio il 23 luglio 1876 e viveva nella parrocchia di Biancanigo. La memoria funebre ci racconta che “travolto nei vortici della guerra, fu intrepido soldato e valoroso e, quando dopo la vittoria poté dal fronte ritornare fra le domestiche mura, rivedere la vecchia madre, riabbracciare l’adorata consorte, i figli diletti, un’onda di gioia brillò nel suo volto. Ma qual gioia mai quaggiù è duratura? Le lunghe veglie, le molteplici sofferenze della guerra ne avevano fiaccato la fibra virile: la sua fronte più non apparve serena, il suo labbro più non sorrise finché un’emorragia cerebrale il 24 novembre 1919 lo travolse nella vita seconda“. Pur essendo morto nel 1919 evidentemente la causa della sua morte non fu ritenuta dipendente dal servizio: era un’epoca in cui non si poneva la giusta attenzione ai traumi psichici e alle loro devastanti conseguenze sul fisico di una persona.

Giuseppe Pompignoli era nato a Castel Bolognese l’8 marzo 1876. Viveva nella parrocchia di Biancanigo. Morì a 44 anni. Ecco cosa ci tramanda la memoria funebre: “Nella ancor verde età di 44 anni, fra lo schianto della sposa Maria Montanari e di cinque teneri figli, Giuseppe Pompignoli dopo lunga e penosa malattia sopportata con cristiana rassegnazione, munito dei conforti religiosi della Fede, è spirato serenamente all’alba del 28 febbraio 1920. Operaio onesto ed intelligente amò il lavoro e visse solo per la sua famiglia alla quale lascia il retaggio di un nome intemerato. Egli pure fu di quelli che diedero il loro braccio alla Patria nella lunga ed aspra guerra Europea“. Pur non essendoci un esplicito riferimento ad una malattia contratta durante il servizio militare, viene molto facile pensare ad una correlazione fra la prematura scomparsa e le fatiche di guerra.

Andrea Casadio era nato a Castel Bolognese il 3 giugno 1900. Viveva nella parrocchia di Biancanigo. Morì ad appena 20 anni. La memoria funebre così recita: “Venti primavere ti aleggiarono sulla candida fronte senza lasciarti un sorriso ottimo Andrea. Dei campi assiduo lavoratore, fra il fragore delle armi ardito soldato e valoroso, grande nei nobili affetti di figlio e di fratello, per l’indole aperta e soave agli amici carissimo, spento all’ultimo crisma l’11 luglio 1920“.

Francesco Valdrè era nato a Castel Bolognese il 10 dicembre 1899. Viveva nella parrocchia di Biancanigo. Morì a 21 anni. Ecco il testo della memoria funebre: “Pace eterna all’ottimo Valdrè Francesco passato nella vita seconda all’alba del 17 febbraio 1921 di sua età vigesimoprimo. Fra le domestiche mura all’ombra di religiosi attenti genitori fin dai teneri anni visse fra i compagni modello di cristiane virtù mai vittima dell’impura fiamma del secolo carattere adamantino il bene operò non intimidito da umani riguardi neppure dinanzi allo scherno. Nelle fatiche dell’immane guerra Europea colpito da lento inesorabile morbo come tenero fiore non resistente alla furia della bufera rassegnato sereno piegò il capo all’ora suprema l’intime sofferenze celando col sorriso ai trepidanti genitori. Anima eletta or godi nell’eterno riso ai mesti genitori, sorelle, parenti impetra benefica virtù di conforti“.

Serafino Morsiani (Serafè d’Casana), era nato a Castel Bolognese il 18 (?) giugno 1882. Viveva nella parrocchia del Borello. Morì il 27 febbraio 1921 a 38 anni per i vari stenti patiti durante la prigionia e dai quali non riuscì a riprendersi nemmeno a guerra finita. Lasciò una vedova e cinque figli, uno dei quali nato postumo.

Vittorio Onestini, nato a Casalfiumanese il 23 luglio 1897 morì a 24 anni il 22 giugno 1921. Dopo la guerra faceva il ferroviere e risiedeva nella parrocchia di Casalecchio dove il padre svolgeva la professione di mugnaio. E’ sepolto nel cimitero di Castel Bolognese e il testo della lapide posta sulla sua tomba ci racconta la sua storia: “A imperituro ricordo di Onestini Vittorio, cittadino e soldato, che seppe compiere il proprio dovere, salda esistenza recisa da morbo inesorabile contratto alla fronte, rapito giovanissimo all’affetto inconsolabile dei genitori, dei parenti, degli amici e di tutti i buoni“.

Giulio Rossi, bersagliere come il fratello eroe e medaglia d’oro Francesco Rossi, era nato a Bertinoro l’8 giugno 1893. Tornato dalla prigionia fortemente minato nel fisico, morì trentasettenne il 5 dicembre 1930. Risiedeva nella parrocchia di Casalecchio.

Chiudiamo con la storia di Giuseppe Ricciardelli, della parrocchia di Campiano, morto il 21 febbraio 1920 a 39 anni. La riteniamo emblematica relativamente a quanto accadeva nelle campagne del cosiddetto “fronte interno”. A quanto ci è dato dedurre dalla sua memoria funebre, egli non partecipò alla Grande Guerra, alla quale presero parte, però, cinque suoi fratelli, due dei quali, Gaetano ed Enrico, morirono nel 1916. Giuseppe rimase da solo nel lavoro dei campi e cercò di sopperire all’assenza dei fratelli sottoponendosi ad immani sforzi. Così racconta la memoria funebre: “La sera del 21 febbraio, dopo breve malattia, la falce inesorabile della morte recideva la cara esistenza di Giuseppe Ricciardelli. Era buono, bello e forte; ammirato per l’assiduità nel lavoro dei campi, per i modi gentili e per la squisitezza del suo animo. Oh! quanto aveva faticato durante i dolorosi anni di guerra, ne’ quali i cinque fratelli trovavansi alla fronte“.
Una delle tante vittime indirette della Grande Guerra di cui la “grande storia” non parlerà mai.

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo: Andrea Soglia, I “non caduti” per la Patria: la Grande Guerra continuò ad uccidere tanti giovani anche vari anni dopo la sua fine, in http://www.castelbolognese.org

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