Castel Bolognese nel vortice della guerra: dicembre 1944 – 12 aprile 1945

Premessa del sito castelbolognese.org: recentemente in Biblioteca comunale è stato reperito un esemplare in fotocopia di questa monumentale ricerca scolastica, manoscritta, risalente al 1984/85, curata dall’allora classe 3A delle scuole Bassi con il coordinamento del maestro Tristano Grandi. Chi avrà pazienza di leggerla capirà l’importanza di questo documento che esamina, attraverso le testimonianze dei protagonisti, tutti gli aspetti della vita quotidiana a Castel Bolognese durante la sosta del Fronte. Pubblicandola, e corredandola di copie delle fotografie ivi contenute, crediamo di fare cosa utile soprattutto per le scuole, che potranno trovarvi molti spunti per future ricerche sull’argomento. Noi ringraziamo sentitamente Giuseppe Lombardo che, fra fine 2015 e inizio 2016, ha avuto la voglia e la pazienza di prendersi cura della trascrizione del manoscritto.

Studio effettuato dalla classe 3^ A del plesso scolastico “Carlo Bassi” di Castel Bolognese in occasione del 40° anniversario della Liberazione – anno scolastico 1984-1985

Premessa

Noi alunni della classe 3^ A del plesso Carlo Bassi di Castel Bolognese, sappiamo che il 12 aprile 1985 sarà ricordato il quarantesimo anniversario della liberazione di Castel Bolognese.
Siamo piccoli, perciò poco conosciamo del passato; ci chiediamo che cosa fu la Liberazione, da che cosa il nostro Paese fu liberato. A questi interrogativi desideriamo ricevere una precisa risposta.
Sappiamo che il nostro maestro visse quel periodo storico in Castel Bolognese, perciò egli sarà la prima persona che ci potrà aiutare in questo studio; pensiamo che altre persone, un po’ più giovani o un po’ più anziane del nostro maestro, ci potranno illuminare nella nostra ricerca e farci capire meglio quel periodo storico vissuto da Castel Bolognese
Per raggiungere questi obiettivi inviteremo in classe delle persone scelte secondo un criterio di rappresentanza di tutto il paese nelle sue varie componenti, perché esse ci possano raccontare ciò che personalmente vissero. Ci proponiamo di visitare a casa, nel pomeriggio, fuori orario scolastico, quelle persone che non possono venire nella nostra classe, o che si sentono più a loro agio, nella loro casa a rispondere alle nostre domande.
Prepareremo una serie di quesiti scelti per ogni intervistando, che porremo al fine di poter conoscere con una certa precisione, come visse quaranta anni fa il nostro paese, fino a quel famoso 12 aprile 1945.

Classe 3^ A – Plesso Carlo Bassi  – Castel Bolognese
Alunni
1) Babini Samuele
2) Betti Daniele
3) Casini Maurizio
4) Liverani Giorgio
5) Nanni Marco
6) Righini Luca
7) Sportelli Lucio
8) Zama Carlo
9) Bartoli Roberta
10) Cantagalli Elisa
11) Gentilini Gloria
12) Liverani Elisa
13) Nanni Petra
14) Petrucci Barbara
15) Reggiani Tiziana
16) Zaccarini Simona

Insegnante: Grandi Tristano

Studio effettuato nell’anno scolastico 1984-1985

Capitolo I
Come, quando e perché il fronte di guerra fece la sosta invernale sul fiume Senio
(dicembre 1944 – 12 aprile 1945)

La linea gotica, al 25 agosto 1944, quando gli angloamericani scatenarono la poderosa offensiva e la linea gotica nel periodo della sosta del fronte nel periodo invernale (immagine tratta dal sito del Touring Club)

A chiamarla linea gotica fu Hitler in persona. Gli era piaciuta l’idea di affidare la difesa del fronte Sud, in Italia, a una formidabile linea fortificata che richiamasse, nel nome, l’antica tribù germanica dei Goti, la stessa che nel secondo secolo dopo Cristo aveva dato molto filo da torcere ai Romani. Evocando quel nome, Hitler aveva inteso stabilire sul crinale dell’Appennino Tosco-Emiliano il confine meridionale del grande Reich.
La linea gotica costò circa duecentomila morti fra Tedeschi, Alleati, partigiani e civili. Era lunga circa trecentoventi chilometri.

1) Il momento storico

Nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale. Essa fu provocata dalla politica aggressiva della Germania nazista.
Questa guerra fu intrapresa da molti stati del mondo; l’Italia fascista entrò in guerra nel 1940 a fianco della Germania.
Nel 1942 c’erano due grandi blocchi contrapposti che si combattevano in Europa, in Africa, in Asia: un blocco era costituito dalla Germania, Italia e Giappone, l’altro dagli Alleati formato dalla gran Bretagna, Russia, Francia, Stati Uniti d’America e tanti altri stati e colonie.
Fino al 1942 le forze della Germania e dei suoi alleati furono vittoriose, poi la vittoria passò agli alleati americani, inglesi e russi.
Il giorno 8 settembre 1943 l’Italia si arrese agli alleati; la Sicilia e parte dell’Italia meridionale erano state occupate dagli Alleati, mentre tutta l’altra parte d’Italia venne occupata dai Tedeschi.
La data dell’armistizio, 8  settembre 1943, vede l’Italia divisa in due parti e in queste due parti stanziano due eserciti i  guerra tra loro.

2) L’Italia è territorio di guerra tra due eserciti

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 il territorio italiano situato a sud della linea immaginaria Napoli-Bari, più le isole di Sicilia e di Sardegna, erano sotto il dominio degli alleati; quello a nord di quella linea era sotto il dominio della Germania nazista.
I soldati italiani si trovarono senza comandi, perciò si sbandarono: molti furono fatti prigionieri dai Tedeschi, altri raggiunsero le loro famiglie, altri ancora rimasero nelle zone nelle quali svolgevano il servizio militare. Il territorio italiano controllato dagli Alleati ebbe come capo italiano il re Vittorio Emanuele III ed un governo nel quale erano presenti i maggiori partiti politici (governo democratico); quello controllato dai Tedeschi ebbe come capo Benito Mussolini ed un governo fascista dipendente dalla Germania (governo totalitario). Intanto i due eserciti si combattevano aspramente.
Episodi da ricordare sono la battaglia di Cassino (novembre 1943 – maggio 1944) e lo sbarco degli Alleati ad Anzio e Nettuno (22 gennaio 1944). Contro i Tedeschi e i fascisti fu organizzato al nord un movimento di ribellione e di lotta chiamato Resistenza, partigiani furono chiamati coloro che la compirono.

3) La guerra raggiunge il nostro territorio

I Tedeschi costruirono due linee fortificate per impedire agli Alleati di risalire la penisola italiana. La prima fu la linea Gustav che aveva come cardine Cassino. Su questa linea il fronte rimase fermo nel periodo invernale 1943-44 (novembre 1943 – maggio 1944).
Quando gli Alleati riuscirono a sfondare quella linea, i Tedeschi ne costruirono una sull’Appennino Ligure e Tosco-Emiliano chiamata Linea Gotica: la V Armata americana operava dal centro verso ovest, l’VIII Armata inglese operava dal centro verso est.
Il 21 settembre 1944 Rimini fu liberata; la linea gotica era stata colpita nel suo punto più debole. Le forti piogge e i fiumi in piena non permisero agli Alleati di sfociare nella pianura Padana con i mezzi corazzati, così, giunti a metà dicembre sul fiume Senio, gli Alleati decisero una sosta invernale sulla linea gotica e sul fiume Senio, divenuto la parte terminale di quella linea.

4) Che cosa erano il fascismo ed il nazismo

Benito Mussolini fondò un partito chiamato fascismo. Riuscì a godere la fiducia del re e a farsi nominare capo del governo. Conquistato il potere, instaurò una dittatura, abolì le elezioni, soppresse tutti i partiti politici eccetto il suo, abolì la libertà. Conferì incarichi di potere solo a quei cittadini che erano graditi a lui e al partito. Gli oppositori furono incarcerati o dovettero fuggire all’estero.
In Germania Adolfo Hitler fondò un movimento che fu chiamato nazismo. Questo movimento fu peggiore del fascismo, perché creò una disciplina più rigida e fu più crudele soprattutto per la teoria della razza, secondo cui la razza tedesca era una razza superiore destinata a comandare, le altre razze erano inferiori e dovevano obbedire. In nome di questa teoria milioni di persone, specie Ebrei, furono barbaramente uccise.
Il nazismo tedesco e il fascismo italiano si allearono, fecero una politica aggressiva che provocò la seconda guerra mondiale.

5) Il fronte si avvicina al nostro Paese. Prime conseguenze.

Nell’estate del 1944 parecchie famiglie di Castel Bolognese si trasferirono nelle località di campagna, perché dei bombardamenti aerei avevano colpito la stazione e tanti paesi vicini.
All’inizio dell’autunno molte persone ritornarono in paese perché lo ritenevano più sicuro in quanto le case disponevano di cantine che potevano essere trasformate in rifugi. I Tedeschi facevano razzie di bestiame, di mezzi di trasporto, rastrellavano persone, specie uomini.
Più il fronte si avvicinava, più i soldati tedeschi erano cattivi, prepotenti con la popolazione.
La vita del paese era paralizzata, i negozi erano chiusi, i Carabinieri non c’erano più, i treni non funzionavano, in pochi si spostavano dal paese.
Alla fine del mese di novembre le prime granate cominciarono a cadere sul paese, provocando danni e i primi feriti.

6) Il fronte raggiunge il fiume Senio

Nella prima metà di dicembre gli Alleati e i Tedeschi combattevano al margine delle colline del Faentino nella zona di Celle.
Nel territorio di Castel Bolognese i Tedeschi avevano piazzato delle artiglierie lanciarazzi, perciò gli Alleati sottoposero le zone dove c’erano quelle armi a bombardamenti aerei, che provocarono morti e feriti.
Il giorno 16 dicembre gli Alleati raggiunsero il fiume Senio nella zona di Tebano e Casale situata davanti a Biancanigo. Il 17 dicembre fu liberata Faenza, perciò anche la parte più a valle di quella zona fu raggiunta dagli Alleati. Pochi giorni dopo i Tedeschi fecero saltare con mine il ponte della via Emilia sul fiume Senio.
Tutta la riva destra del fiume era già occupata dagli Alleati, mentre la riva sinistra era tenuta dai Tedeschi.
L’inverno avanzava, gli Alleati decisero di fermarsi su questa linea nel periodo invernale; il Senio, da Riolo ad Alfonsine e al Reno, segnò la linea di separazione tra i due eserciti per più di quattro mesi.
Castel Bolognese iniziò il suo Calvario.

 

Capitolo II
Castel Bolognese è stretta dalla morsa della guerra

Dallo studio della storia abbiamo capito quali furono le cause che provocarono la sosta del fronte di guerra sul fiume Senio.
Le conseguenze di quella sosta furono molto gravi e noi ce ne siamo resi conto attraverso le testimonianze raccolte con le interviste eseguite. Nei lunghi quattro mesi e mezzo che vanno dalla fine di novembre del 1944 al 12 aprile 1945 il nostro paese dovette sopportare distruzioni e la sua popolazione dovette sopportare stragi, morti, feriti, fame, rapine, furti, lavoro coatto, minacce.
In un primo tempo gli Alleati riuscirono a superare il Senio in località “Taglio del Fiume”, poi rientrarono sulla riva destra. I Tedeschi, disposti ad opporre una strenua resistenza, decisero di evacuare la popolazione del paese, ma ciò non avvenne.
È di questo periodo l’eccidio di Villa Rossi (17 dicembre 1944), nel quale perirono ventuno persone.

1) Dove e come viveva la popolazione di Castel Bolognese

I due eserciti si fronteggiavano sul Senio che rappresentava la linea del fronte. Abbiamo misurato la distanza, in linea di aria, del fiume Senio dalla nostra scuola, servendoci della carta topografica, essa è di m. 625. Questa distanza era utile anche per le armi leggere, quali le mitragliatrici, perciò la popolazione era in continuo pericolo.
Dalle testimonianze raccolte, sappiamo che la popolazione del centro urbano viveva nelle cantine delle case, mentre quella che abitava in campagna aveva costruito dei rifugi sotterranei protetti con travi e terra.
Alcune zone vicino al fiume furono fatte evacuare dai Tedeschi; le famiglie che dovettero abbandonare le loro case si rifugiarono o nel centro del paese, o a Imola.
Di notte c’era il coprifuoco, ossia nessuno poteva circolare senza autorizzazione. Così hanno risposto le persone intervistate.

Il signor Primo Garofani racconta:

“Eravamo sfollati in campagna, a Campiano. Quando il fronte cominciò ad avvicinarsi cercammo di rientrare in paese perché pensavamo che in centro, con le cantine che c’erano, ci saremmo potuti proteggere meglio. Infatti fummo fortunati, perché alla mia famiglia nulla successe, nemmeno un graffio.
“Ci rifugiammo nella cantina del Palazzo Dalpane, ora via Emilia Interna 102. C’erano due cantine comunicanti tra loro, eravamo 136, di cui 32 erano bambini.
“Nel rifugio non si viveva bene: era umido, eravamo in tanti. Nella cantina, che prima era stata data in uso ad un commerciante di vini, c’erano tante botti. Smontammo tutte quelle botti, e sopra il muricciolo che le sorreggeva, mettemmo le reti, una vicino all’altra; quando dovevamo andare a letto, salivamo sulle reti dalla parte dei piedi.
“La mattina del 30 novembre 1944 arrivò la prima granata vicino al nostro rifugio, nella zona che attualmente è del dottor Corbara.  La sera dello stesso giorno arrivarono altre granate che interruppero l’afflusso della corrente elettrica in Castel Bolognese e provocarono i primi feriti di granate da artiglieria. Da quel momento, per vedere un po’ di luce nella cantina, ci servimmo di lumini ad olio: erano formati da una boccetta, in genere un vecchio calamaio, piena di olio, chiusa con un sughero, al centro del quale c’era un grossolano stoppino. Ne avevamo uno per famiglia; faceva un fumo nero, che ci anneriva anche le narici. Per sorreggere i lumini piantavamo nel muro due chiodi un po’ lunghi sui quali ponevamo un’assicella di legno, perché facesse da mensola, e su questa ultima, venivano posti i lumini. In cantina ce n’erano quattordici, quindici: sembrava un presepio.
“Tutte le cantine della via Emilia, lato valle, erano poi state messe in comunicazione tra loro, eprciò dalla cantina di via Pallantieri si riusciva ad andare fino a quella di via Costa senza uscire allo scoperto; ciò era necessario perché, se in una cantina avveniva, per motivi vari, un crollo, si potesse avere una uscita sussidiaria.”

Il dottor Paolo Liverani racconta:

“Eravamo rifugiati in campagna vicino al fiume Senio, a cento metri dal fiume, in un podere chiamato “Madonna”. Avevamo fatto dei rifugi sotto terra con delle balle di paglia sopra. I Tedeschi ci mandarono via di là, perciò con le nostre masserizie su un carretto ritornammo nuovamente in paese.
“In un primo tempo vivemmo nella abitazione, che si trovava in piazzale Poggi corrispondente all’attuale numero 1. Però un giorno cadde una bomba d’aereo che causò la morte di una donna e il ferimento di altre due, non lontano da casa mia. Allora dormivo ancora di sopra. Quella bomba ruppe tutti i vetri delle finestre e le schegge arrivarono in casa. Quando arrivò quella bomba fu una sorpresa enorme, sorpresa e paura.
“Fu il principio del dissesto; dopo la rottura dei vetri ci fu la rottura delle porte, perciò pensammo di rifugiarci in cantina che era, secondo noi, l’ambiente più idoneo a difenderci. Costruimmo dei rifugi sotto le cantine, dei rifugi interrati, perché tutti i giorni piovevano delle granate e delle bombe, perciò per salvarci la vita bisognava intanati come i grilli, sotto terra.
“Feci attrezzare la cantina a difesa; con delle vecchie travi feci fare una specie di tappeto di legno e sopra di esso fu posta della terra per evitare che la bomba venisse ad esplodere nello scantinato, anzi nel rifugio che era fatto a tunnel.
“Io, che avevo fatto il militare, sapevo come andava costruito il rifugio; andava fatto a serpentina, non diritto, perché se una bomba colpisce il rifugio ed esso è diritto, colpisce tutti, ma se è fatto a serpentina, colpisce solo la parte dove è caduta la bomba, non le altre.

La signora Bruna Aldi racconta:

“Quando a fine novembre le granate cominciarono a cadere in paese, ci rifugiammo in cantina, perché non si poteva più stare al primo piano della casa. La cantina era quella della casa Biancini, vicino a quella di Ubaldo Galli. Ricordo che tutte le cantine, a monte della via Emilia, da piazza Bernardi alla pesa pubblica, erano state messe in comunicazione tra loro per permettere a chi si doveva spostare una maggiore protezione.
“Dove ora c’è la Cassa di Risparmio, c’era la caserma dei Carabinieri. I Carabinieri però da tempo non c’erano più. Nella cantina della caserma, ambiente molto vasto, c’era della gente intraprendente. Alcuni giovani avevano fatto un sistema di illuminazione elettrico: c’era una bicicletta collegata con una dinamo e questa con una batteria. A turno andavamo a pedalare per caricare la batteria; in alcuni punti della cantina c’erano delle lampadine da automobile che venivano alimentate con la corrente della batteria. Così riuscivamo ad avere anche la corrente elettrica. Ma ciò non bastava perciò avevamo anche dei piccoli recipienti fatti anche con coperchi di lucido da scarpe, nei quali mettevamo del grasso animale, poi facevamo uno stoppino con un po’ di straccio e lo mettevamo fra il grasso. Si accendeva lo stoppino e così si creava un po’ di luce: quella era la nostra lucerna che era però tanto fumosa che ci anneriva le narici.”

Il signor Giovanni Tarlazzi racconta:

“Stetti in campagna nella casa del mio futuro suocero, fino alla Liberazione. Nella stalla, in una porta, avevano scavato una buca profonda circa due metri; non si poteva andare più a fondo perché le falde acquifere erano alte. Quella buca era abbastanza ampia, l’avevano coperta di paglia nel fondo, avevano rivestito le pareti, sopra la buca avevano messo travi, poi terra; c’era una piccola apertura d’accesso che lasciava passare una persona per volta.”

Il signor Valentino Donati racconta:

“Mio padre decise di sfollare in campagna in quanto riteneva quella zona più sicura.
“Fummo ospitati in una casa di contadini, poi in quella casa venne un comando tedesco e prese possesso dell’edificio, perciò andammo in una casa di contadini che era vicino. In quella casa di contadini venne costruito un rifugio nella stalla, perché era a nord del fabbricato, ossia la parte più protetta; venne rinforzata la casa con dei tronchi di albero grossi. Nella prima casa avevano fatto un rifugio in mezzo al campo; era stata fatta una profonda buca con due entrate alle estremità, sopra la buca avevano messo del legname e tutto l’assito era stato ricoperto di terra.”

Il signor Michele Montanari racconta:

“Dopo l’eccidio di Villa Rossi rimanemmo nella nostra casa tutto il giorno 17 e la notte successiva. Il giorno seguente i Tedeschi ci mandarono via, poi fecero saltare anche la nostra casa con mine; prima aprirono le porte della stalla, sciolsero ventidue bestie che vi erano e le dispersero.
Andammo a rifugiarci dal parroco nella canonica, dove c’erano altre persone. Il parroco fece innalzare sul campanile della chiesa una bandiera bianca per far capire agli Alleati che lì c’erano dei civili e non dei militari.
“Il tempo passato nella canonica fu lungo e di una indescrivibile difficoltà. Il parroco, con il suo costante esempio, ci incoraggiava e ci sosteneva.
“Il 20 marzo guidati dal parroco don Giuseppe Tambini lasciammo Biancanigo, perché i tedeschi ci obbligarono a partire. Il contadino del parroco aveva una mucca e un baroccio: caricammo sul carro mia madre che aveva ottantacinque anni, la Madonna di Biancanigo tante altre cose importanti della chiesa; fu preparato un altro baroccio, qualche carriola con quel poco che si poteva portare e si partì. Noi seguimmo a piedi. Era l’esodo di otto famiglie verso un destino sconosciuto, verso un domani ignoto.
“La lenta processione iniziò quando era ancora buio; giungemmo a Imola che era già giorno.”

La signora Monti Nerina racconta:

“Mio padre, dopo questo episodio, fece trasportare il nonno all’Ospedale; i miei genitori, considerando che il rifugio in cui erano stati era inservibile in seguito alle esplosioni, si trasferirono in paese, in una cantina.”

2) I servizi di pubblica utilità

Una comunità che vive su un territorio ha bisogno di servizi anche in un periodo di emergenza come fu quello vissuto dal nostro paese nel periodo della sosta del fronte sul fiume Senio.
Dopo vari anni molte persone che ci avrebbero potuto aiutare nella nostra ricerca sono scomparse, perciò ci serviremo di pubblicazioni relative a quel periodo quando le persone intervistate non riusciranno a chiarire i nostri dubbi.
I servizi che ci interessano sono vari, così li elenchiamo: luce, acqua, servizi municipali, polizia, banche, ospedale, pronto soccorso, assistenza religiosa, assistenza medica, assistenza farmaceutica, rifornimento di generi alimentari, combustibile, scuole.
Ma quello che maggiormente interessa è questo: esisteva una autorità che rappresentava la comunità di Castel Bolognese?

a) L’autorità che rappresenta la comunità di Castel Bolognese

Nel periodo del fascismo la massima autorità di un paese era il podestà e, se questo mancava, perché non si trovava una persona disposta a rivestire tale carica, veniva nominato un commissario prefettizio.
Fino al 21 luglio del 1944 Castel Bolognese aveva come podestà il dottor Pier Franco Benedetti. Il 22 luglio 1944 venne nominato commissario prefettizio il signor Antonio Conti, il quale, all’inizio di ottobre del 1944 lasciò il paese e si rifugiò al nord. Il 22 luglio 1944 venne nominato commissario prefettizio il dottor Giovanni Sacchiero, allora segretario comunale. Dall’inizio del 1945 il commissario prefettizio fu affiancato nei suoi compiti da un gruppo di cittadini, fra i quali il notaio Gustavo Gardini e l’arciprete don Giuseppe Sermasi. Questo gruppo di cittadini prese il gruppo di Consulta Comunale e resse il paese fino alla Liberazione (da Oddo Diversi, “Il territorio di Castel Bolognese”).

b) I servizi municipali

Nell’estate del 1944, a seguito delle incursioni aeree, gli uffici comunali furono sfollati a Biancanigo. Con l’avvicinarsi del fronte, il 15 agosto, tutti gli uffici furono trasferiti nel convento dei padri cappuccini, dove funzionarono fino a metà novembre del 1944 (da Oddo Diversi, op. cit.”).

Parla il signor Enzo Cornazzani:

“Gli uffici comunali funzionavano come potevano perché c’erano i bombardamenti, anzi in quel periodo erano stati spostati dal convento dei cappuccini in centro; il mio ufficio anagrafe e stato civile era stato spostato nella bottega di “Boccia” sulla via Emilia, mentre altri erano dove c’era la posta, dove ora c’è l’orefice Marzocchi.
“I medici e le ostetriche svolgevano regolarmente i loro compiti; i primi poi erano molto impegnati per curare i feriti che quotidianamente aumentavano. Gli spazzini non funzionavano. I vigili urbani c’erano, ma i loro compiti erano limitati considerato quel periodo. I dipendenti dell’Ufficio Tecnico dovevano controllare le case colpite da bombe; dovevano far abbattere muri pericolanti, fare sopralluoghi.”

c) La luce elettrica

Così riferisce Primo Garofani:

“La sera del 30 novembre arrivarono altre granate che interruppero l’afflusso della corrente elettrica in Castel Bolognese.”

Così riferisce la signora Romana Zannoni:

“La sera del 30 novembre ci trovammo nella nostra cucina per giocare a carte. Era la prima sera nella quale giungevano in paese dei bombardamenti di artiglieria; si sentivano le granate sibilare perché andavano a scoppiare più lontano: ne contai cinque, la sesta scoppiò al centro della via Emilia davanti al mio negozio. Rimanemmo al buio, erano le 21 e 30 circa.”

d) L’acqua potabile

In quel tempo ogni casa di Castel Bolognese aveva un pozzo dal quale gli abitanti attingevano l’acqua.
Così riferisce il signor Domenico Badiali:

“L’acqua non mancava: avevo la fontana con la pompa a mano che attingeva l’acqua dal pozzo.”

e) La polizia

I Carabinieri avevano dovuto abbandonare il servizio perché i Tedeschi li volevano internare in campo di concentramento. Ciò avvenne nell’agosto del 1944. A svolgere i compiti di polizia era rimasta la Guardia Nazionale Repubblicana, composta da tutti fascisti. In data 27 settembre  1944 anche questa guardia abbandonò il paese (da Oddo Diversi, op. cit.”).

f) Banche

La signora Aldi Bruna racconta:

“Durante il periodo della sosta del fronte sul Senio, la Cassa di Risparmio non svolgeva più la sua attività.
“Pagò gli ultimi stipendi di novembre come servizio di tesoreria comunale, poi fino alla fine di aprile del 1945 non operò più. Come banca cessò la sua attività a fine settembre del 1944, perché era diventato pericoloso lavorare per gli allarmi, per i rastrellamenti, per le rapine.”

g) Ospedale

Con l’avvicinarsi del fronte giunsero nell’ospedale di Castel Bolognese i primi feriti dalla zona di Celle e da quella di Tebano e di Pergola, curati dal chirurgo dottor Carlo Bassi e dal dottor Amos Bargero. Anche i primi feriti del paese giunsero all’ospedale. Quando il pericolo si fece più pressante i medici decisero di trasferire tutti i feriti, gli ammalati e i cronici negli scantinati dell’ospedale. Dal 10 dicembre tutto l’ospedale funzionava negli scantinati anche se in situazione di emergenza. Quando giungevano feriti venivano curati ed operati su un lettino, alla presenza di tutti, senza anestetico perché non c’era più. La luce per medicare ed operare era assicurata da una lampada elettrica che funzionava con una batteria. Così medici, infermieri, suore, inservienti, volontari operarono in quel luogo fino alla Liberazione, offrendo ai cittadini un servizio di pronto soccorso e di assistenza che ha del prodigioso.
La signora Zannoni Romana così racconta la sua esperienza:

“Dopo un po’ venne da noi il fattore Giuseppe Piancastelli che, resosi conto dell’accaduto, andò in ospedale a chiamare i portaferiti al fine di trasportare i due malcapitati all’ospedale. Così avvenne.
“I due feriti furono ricoverati e curati. Dopo alcuni giorni ad Aldo Castellari amputarono una gamba perché era andata in cancrena, mentre a mio marito Gino fecero una ingessatura nella gamba fratturata, con due finestrelle per le medicazioni.
“Mentre il dottor Bassi faceva l’ingessatura a mio marito, continuavano i bombardamenti ma il dottore, impassibile, proseguiva il suo lavoro. C’erano anche i cacciabombardieri che bombardavano e mitragliavano; l’infermiera aveva paura e tremava, ma il dottore la richiamava, altrimenti l’ingessatura non veniva fatta a dovere. Una bomba cadde vicino all’ospedale tanto che i calcinacci ci vennero addosso.
“Tanti altri feriti vennero portati in quei giorni all’ospedale. Ricordo un bambino che si lamentava tanto: era stato portato all’ospedale dai tedeschi dalla zona di Tebano o di Pergola, i genitori non lo seguirono, chiamava la mamma, ci raccontava come era rimasto ferito; dopo pochi giorni morì. Vidi morire anche un contadino della “Bangela”.
“Il pericolo era costante perciò il dottor Bassi decise di trasferire tutti i degenti nella cantina dell’ospedale. Il locale era illuminato da qualche candela che accendevamo ogni tanto quando ce n’era il bisogno. Il petrolio era quasi finito perciò i lumi a petrolio si accendevano quando veniva il dottor Bassi in visita; veniva due volte al giorno, di mattina e di pomeriggio, con qualsiasi tempo, sfidando ogni pericolo. Curava ferito per ferito con molta premura.
“Nell’ospedale era finito il disinfettante perché una bomba aveva distrutto le damigiane dell’alcool che erano in una cantina, perciò il medico usava come disinfettante l’amuchina.
“La cantina dell’ospedale era piena di feriti, non c’erano i letti: a terra c’erano le reti dei letti sistemate una vicino all’altra, con un piccolo spazio ogni due, perché ce ne stessero il più possibile; su esse c’erano i materassi, le lenzuola e le coperte.
“La vigilia di Natale venne la superiora delle suore dell’ospedale che ci disse: preparatevi a partire perché i  Tedeschi sono già pronti fuori per trasportarvi al di là del Po. Vogliono sgombrare il paese.
“Non dimenticherò mai quella notte! Corsi a casa per cercare qualcuno che venisse a prendere Gino. Si prestò mio cognato Ubaldo Galli. Si caricò Gino a cavalluccio e così ci avviammo.”

Il dottor Domenico Minardi racconta:

“Avevo venti anni, ero studente universitario; scelsi di entrare quale infermiere volontario nell’ospedale per due motivi:
– per non andare a lavorare per i Tedeschi;
– per motivi umanitari, perché pensai che fosse utile anche voler bene alla gente.

“Il mio compito era quello di assistere i medici nel corso delle loro visite quotidiane, di assistere gli ammalati ed i feriti, di assistere alle medicazioni ed operazioni che ogni giorno venivano fatte ai feriti.
“La vita in ospedale era dura. Gli ammalati, i feriti ed i vecchi del ricovero erano stati trasferiti nelle cantine e così pure tutti i servizi. Il giaciglio dei ricoverati, perché di letto non si può parlare, consisteva nelle reti dei letti posate per terra, sulle quali erano stati posti dei materassi e su questi i lenzuoli e le persone da curare. C’era l’assistenza dei medici e degli infermieri. Di mattino c’erano le visite dei medici e, a volte, anche nel pomeriggio.
“Le difficoltà quotidiane da superare erano tante: il rifornimento di cibo, di medicinali, il dover convivere tra gente che stava discretamente, altra che si lamentava, altra ancora che stava per morire.
“Gli infermieri erano sempre in ospedale, poi c’erano le suore per i vari servizi e il prete per l’assistenza spirituale. Anche gli operai venivano ogni giorno per fare alcuni servizi. Dal gennaio venne in ospedale un medico sfollato da Bologna, il dottor Marcello Bonora che rimaneva sempre in ospedale.
“Ricordo che l’ospedale era rimasto senza disinfettante, allora fu trovato nel Municipio un disinfettante che serviva per pulire i pavimenti: si chiamava amuchina. Quel disinfettante era stupendo, faceva rimarginare le ferite. Pensate che a Castel Bolognese, nonostante le condizioni disagiate in cui operava, non morì nessuno per infezione.
“L’illuminazione era assicurata sia dai lumini ad olio, sia da un impianto di illuminazione elettrica che funzionava in questo modo: c’era una bicicletta montata su un cavalletto, senza pneumatico posteriore; quella bicicletta aveva la ruota posteriore collegata, per mezzo di una cinghia, ad una dinamo di automobile. Pedalando la dinamo generava corrente elettrica che veniva avviata alle batterie che, a loro volta, distribuivano la corrente alle lampadine.

La signorina Nerina Monti racconta:

“Fui curata nella cantina dell’ospedale dal dottor Carlo Bassi che mi regolarizzò l’arto; avevo perduto il piede destro, il medico mi amputò la gamba sotto al ginocchio. Eseguì l’operazione senza anestetico, perché non c’era. Mi fecero solo qualche iniezione di morfina perché sentissi meno male.
“Trascorsi quel periodo nella cantina dell’ospedale benvoluta da tutti i paesani, da tutti i cittadini che mi venivano a confortare. Ero servita bene, curata amorevolmente dai dottori, da tutti insomma. Avevo venti anni, ero la più giovane mutilata. In quel tempo ebbi una bella testimonianza, tanto affetto anche da parte di persone che non avevo conosciuto. Non  mi sono mai avvilita. Sono sempre stata forte. Non so proprio come sia stato, che cosa avessi dentro.”

h) Pronto soccorso

Il nostro maestro nel suo libro “Il servizio di Pronto Soccorso in Castel Bolognese” scrive:

“Per iniziativa dell’arciprete don Giuseppe Sermasi e del commissario prefettizio delle Opere Pie raggruppate, dottor Leonard Saponarda, fu istituita in Castel Bolognese una squadra di Pronto Soccorso feriti formata esclusivamente da volontari. Ciò avvenne il 20 luglio 1944.
“… Ormai nel territorio di Castel Bolognese la popolazione viveva il momento dell’attesa: il fronte si avvicinava, gli Alleati si erano già attestati ai limiti della Pianura Padana, perché avevano superato la “Linea Gotica” nel suo punto più debole, ossia nel riminese.
“Il dottor Bargero (medico condotto, ufficiale sanitario, delegato locale della Croce Rossa Italiana) prese accordi con il Commissario Prefettizio delle OOPPRR di Castel Bolognese e con il direttore dell’ospedale (dottor Carlo Bassi) per una migliore coordinazione del servizio di Pronto Soccorso.
“L’incontro portò ai seguenti accordi:
la squadra di pronto soccorso assumeva anche il compito di effettuare il servizio trasporto ammalati secondo le direttive via via emanate dall’Ospedale Civile;
La squadra assicurava un turno di servizio diurno presso l’ospedale;
L’Ospedale avrebbe affidato alla squadra portaferiti la lettiga per tutti gli usi necessari all’adempimento dei compiti.
Dal primo dicembre venne assicurato anche un servizio notturno presso l’ospedale; i volontari portaferiti erano quei pochi cittadini che avevano un lasciapassare tedesco che consentiva loro libertà di movimento nel territorio, di giorno e di notte.
“Alla data del 7 dicembre 1944 la Squadra di Pronto Soccorso contava sedici volontari.
“Il 15 dicembre 1944, nel pomeriggio, una bomba d’aereo caduta davanti all’ingresso dell’Ospedale causò la morte di due componenti la quadra, Pierino Moschetti ed Antonio Donati e il ferimento di Vartesi Bruno… Quell’episodio portò quasi la dissoluzione della squadra, infatti in data 16 dicembre rimasero in servizio solo cinque portaferiti. Poi anche un altro portaferiti si ritirò così i portaferiti rimasero in quattro.
“Il due febbraio i portaferiti cominciarono a trasportare degli ammalati e dei feriti a Imola con una lettiga a mano. Anche il Sottocomitato della CRI di Imola iniziò a trasportare feriti da Castel Bolognese a Imola e la CRI di Bologna da Castel Bolognese a Bologna.
“ Dal primo marzo, il Sottocomitato della CRI di Imola rilascia ai portaferiti i documenti ufficiali validi secondo la Convenzione Internazionale di Ginevra del 21/7/1927 – art. 21”

i) Assistenza religiosa

Nell’Ospedale di Castel Bolognese l’assistenza religiosa era assicurata dal Cappellano don Paolo Panzavolta e da quattro suore dell’ordine di san Vincenzo: una superiora, una infermiera, una guardarobiera, una cuoca.
Nella cantina dell’ospedale trovarono rifugio anche due suore dell’ordine di san Vincenzo dell’orfanotrofio Ginnasi con le orfanelle.

Il mons. Mino Martelli nel suo libro “Una guerra e due resistenze” così scrive:

“I sacerdoti di Castel Bolognese furono i polmoni d’acciaio dei cittadini in coma.
“L’arciprete don Giuseppe Sermasi ebbe d’acciaio anche muscoli e nervi. La sua presenza nei rifugi, la sua parola serena, il pane e le medicine che, come un prestigiatore, riusciva a trovare, erano puro ossigeno di speranza. Nel gennaio del 1945 favorì e animò una consulta comunale con uomini di tutte le idee politiche per provvedere alle necessità più urgenti.
“Il parroco di Campiano, don Francesco Preti, il parroco della pace don Vincenzo Zannoni, sfollati insieme con i loro parrocchiani in paese, e l’allora seminarista Italo Drei agirono da staffette dei sepolti vivi, sempre in moto alla ricerca di medico, di pane, di latte, di farmaci, di legna, di coeprte, di grazia per i loro protetti.
“Don Tambini, parroco di Biancanigo, nascondeva i ricercati dentro gli armadi della sagrestia e sotto i letti della sua casa. Nel marzo del 1945 volle imitare il brevetto applicato da mons. Brunori di Monte del Re: la vaticanizzazione. Issò una bandiera papale nella zona da lui neutralizzata, comprendente gli edifici parrocchiali ed una casa adiacente, piena zeppa di aspiranti cittadini vaticani… i rifugiati, scacciati, retrocessero a Imola in pietoso convoglio.
“Don Gaspare Bianconcini, parroco della Serra, non si mosse dalla sua parrocchia. Il prete che negli anni venti le aveva buscate dai rossi e dai neri dei due fronti venne risparmiato dai Tedeschi.
“Ma il più grosso polmone d’acciaio si trovava nel monastero delle domenicane, collegato alla riserva del convento delle Maestre Pie che custodiva dodici sfollati. Polmone era, non solo il vasto scantinato a robuste volte dove ebbero rifugio oltre duecento persone di tutte le età per mesi e mesi, ma soprattutto il cuore delle monache, colmo di una fede senza confini. La morte per tifo di una collegiale e la nascita di una bimba in quella trincea, furono emblematiche di una realtà e di una speranza.”

Il signor Primo Garofani racconta:

“Ogni tanto veniva nella nostra cantina l’Arciprete a celebrare la Santa Messa.”

Angelo Donati nel suo libro “Sul Senio il fronte si è fermato” scrive:

“L’assistenza religiosa è efficiente; all’arciprete Sermasi ed ai frati, si sono uniti i parroci della Pace e di Campiano che hanno ormai il gregge ricoverato in città. Continua alternativamente il Servizio Divino nelle cantine dove si riuniscono varie famiglie. La Catacomba, solenne come una Chiesa, è la cantina-ossario delle Domenicane ove la domenica c’è Messa cantata dalle orfanelle faentine, tagliate fuori dalla loro città e dai parrocchiani della Pace qui sfollati. Anche nella cappella delle Maestre Pie, ancora indenne, la messa non manca:la celebra quasi sempre don Francesco Bosi, oriundo castellano, già parroco di Valsenio, ormai in mano alleata. Don Garavini, l’inappuntabile, abbacchiato perché vede crollare la sua chiesa, sta di giorno in parrocchia a tracciare le memorie cittadine. Padre Damiano si fa in quattro per accontentare i fedeli che chiedono messe; non v’è scantinato ove non sia stato.

l) Assistenza medica e ostetrica

Racconta il signor Enzo Cornazzani:

“I medici e le ostetriche svolgevano regolarmente i loro compiti, i primi poi erano molto impegnati per curare i feriti che quotidianamente aumentavano.”

I due medici condotti: dottor Carlo Bassi e dottor Amos Bargero svolgevano la loro attività non solo nell’Ospedale, ma anche nelle cantine dove c’era bisogno. In Ospedale lavorava volontariamente il dottor Marcello Bonora. Anche le ostetriche comunali Stella Castaldi e Antonietta Guidi svolgevano il lavoro sia in Ospedale che nelle cantine, secondo la necessità.

m) Assistenza farmaceutica

Scrive Angelo Donati nel suo libro “Sul Senio il fronte si è fermato”:

“1 gennaio…  si sta sviluppando la difterite e mancano i sieri; l’Ospedale è strapieno di feriti e scarseggiano persino le garze e le fasce ed i più comuni disinfettanti.”

Scrive Pietro Costa nel suo libro “Un paese di Romagna”:

“Ente Comunale di Assistenza di Castel Bolognese – comune di Castel Bolognese: 6 febbraio 1945

Oggetto: ringraziamento.

Al dottor Mario Santandrea – Farmacia del Corso – Bologna

A mezzo del signor Cavallazzi Arnaldo abbiamo ricevuto i seguenti medicinali da lei offerti per questo Ospedale Civile: (segue elenco)”

Scrive Oddo Diversi nel suo libro “Il territorio di Castel Bolognese”:

“Al Capo della Provincia di Bologna

Sono già avvenuti diversi casi di difterite e di scabbia senza che sia stato possibile applicare una cura radicale data la mancanza di sieri e sapone.
Le farmacie locali sono state colpite da granate e devastate, e quindi tutto ha contribuito a rendere più caotica la situazione. … Il sapone manca addirittura da un anno.
… Chiediamo di essere assistiti … per le seguenti più urgenti necessità: di vita di questa popolazione: medicinali in genere e specialmente sieri antidifterici, antitetanici e sulfamidici di cui vi è totale mancanza in questo paese.

“Castel Bolognese 16-2-1945 – Comune di Castel Bolognese

Al Capo della Provincia di Bologna

Circa il fabbisogno di medicinali vi elenco quelli indicati dal medico locale e cioè:
(segue elenco)”

Si legge pure che i medicinali furono inviati sia da Bologna, che da Imola nel limite delle loro possibilità.

La signorina Nerina Monti racconta:

“Il dottor Bassi eseguì l’operazione senza anestetico, perché non c’era. Mi fecero solo qualche iniezione perché sentissi meno male.”

La signora Romana Zannoni racconta:

“Nell’Ospedale era finito il disinfettante perché una bomba aveva distrutto le damigiane dell’alcool, che erano in una cantina, perciò il medico usava come disinfettante l’amuchina.”

Racconta il dottor Domenico Minardi:

“In un certo periodo di tempo fu creato in paese un Comitato Cittadino che provvedeva, come poteva, a rifornire il paese di medicinali e viveri, sia all’Ospedale che alla popolazione. …
Ricordo che l’ospedale era rimasto senza disinfettante, allora fu trovato nel Municipio un disinfettante che serviva per pulire i pavimenti: si chiamava amuchina. Quel disinfettante era stupendo, faceva rimarginare le ferite.”

n) Rifornimento di generi alimentari

Racconta la signora Romana Zannoni:

“Avevamo delle provviste fatte in precedenza e che conservavamo con molta attenzione: cipolla, patate, uova, farina, fagioli, sigarette: le usavamo con molta parsimonia. Poi, ogni tanto in paese uccidevano un vitello o un bue e andavamo a prendere la razione che ci spettava.”

Racconta il signor Enzo Cornazzani:

“In un certo periodo di tempo il CLN, che funzionava clandestinamente, riceveva dei generi alimentari da Bologna e li distribuiva alla popolazione.”

Racconta il signor Primo Garofani:

“La difficoltà più grande era quella di mangiare. I Tedeschi, a volte, uccidevano un animale in un cortile, prendevano per loro le parti migliori e lasciavano le altre a nostra disposizione, così prendevamo ciò che c’era di buono e ci sfamavamo. Altri cibi erano il lardo e i fagioli. Il pane si cuoceva in un forno vicino al nostro palazzo, detto il forno della “Muzona”; dei ragazzi lo preparavano, lo cuocevano e lo distribuivano…
I generi alimentari, oltre quelli già ricordati, venivano da fuori: da Imola o da Bologna; li portavano delle automobili o degli autocarri della Croce Rossa Italiana. Nel palazzo dei signori Dalprato, dove ora c’è l’oreficeria di Gaetano Marzocchi, avevano creato uno spaccio municipale che distribuiva generi alimentari e medicinali alla popolazione con le carte annonarie… C’era un prete, il monsignor Vincenzo Poletti, che si dava molto da fare per rifornire il paese di generi alimentari e medicinali, era un castellano.”

Racconta la signora Bruna Aldi:

“Tutto il modo di vita era cambiato. Le difficoltà erano molte, ma venivano minimizzate, perché le esigenze diventavano solo quelle indispensabili per sopravvivere. Quasi tutti avevano un po’ di provviste alimentari in casa, perciò nel periodo, che si può valutare fino a fine gennaio, consumammo quelle, perché avevamo previsto disagi quando il fronte giungeva a Castel Bolognese. A fine gennaio istituirono in paese uno spaccio comunale che distribuiva a tutta la popolazione generi alimentari con la tessera, ma in quantità alquanto limitata… Era importante avere la farina, i fagioli, il vino, un po’ di frutta, le patate, tutte cose di cui avevamo una certa provvista. Scarseggiava la carne, infatti c’è stato un periodo nel quale non si trovava proprio. In un certo tempo, nel cortile della nostra casa venivano macellate delle bestie dai Cortecchia (padre, Aldo, Bruno); essi andavano in campagna a prendere le bestie che i contadini, dopo aver dovuto evacuare le loro case, avevano lasciato nelle stalle. Essi avevano il coraggio di andare a prenderle e le macellavano, intanto quelle povere bestie erano destinate a morte certa là  nelle stalle: erano bovini, ovini, suini…
“Dopo un po’ di tempo fu organizzato un macello nel cortile della Caserma e iniziò la distribuzione della carne alla popolazione con le tessere annonarie.
“Nella cantina della Caserma, in fondo, c’era un forno e là si cuoceva il pane che, prima, era stato confezionato.
“Bisogna pensare che nessuno poteva prevedere l’entità di ciò che sarebbe avvenuto, perciò l’inizio di ogni azione fu sempre affidato al caso, alla intraprendenza di alcuni, poi intervenne l’autorità che organizzò i vari servizi. Così è di tutte le cose.”

Parla il signor Domenico Badiali:

“Noi vivevamo poco bene. C’era poco da mangiare. Durante la permanenza dei tedeschi qualcuno, sapendo di non poter salvare il bestiame, ci vendeva qualche capo che macellavamo e poi distribuivamo la carne, anche per niente ai poveri; ci facevamo pagare da coloro che potevano pagare, poi agli altri davamo la carne gratuitamente. Nella Caserma distribuivamo spesso la carne alla popolazione, sotto la sorveglianza dei partigiani.”

Il signor Valentino Donati racconta:

“Il mangiare era poco, però ci si difendeva perché avevamo il forno, si faceva il pane in casa, si cuoceva e ci si arrangiava, perché se una scheggia ammazzava un animale, si andava subito a recuperare la carne e si portava via ciò che ci serviva. Anche quando i tedeschi uccidevano un animale noi andavamo a recuperare, tra i resti della loro scelta, ciò che era ancora commestibile.”

Così scrive Oddo Diversi nel suo libro già citato:

“Già nel 1944 si era provveduto a decentrare i 2990 quintali di grano giacenti nel deposito del consorzio agrario, al fine di evitare il prelievo da parte dei Tedeschi ed assicurare comunque il fabbisogno per la popolazione. Il grano fu distribuito in trentun depositi e per quanto ne venisse requisito dalle truppe, ed asportato da ignoti, il decentramento assicurò ai cittadini il pane. Da Bologna giunsero alcune decine di quintali di riso, di pasta, di zucchero, di marmellata e di latte condensato.”

o) Combustibile

La signora Bruna Aldi racconta:

“Per alimentare la stufa venivano tagliati anche gli alberi dei giardini pubblici, perché la legna cominciava a scarseggiare ed era inverno.”

Il signor Domenico Badiali racconta:

“L’esplosione aveva creato un vastissimo cratere, tanto che i Tedeschi vi avevano buttato dentro una locomotiva con il tender pieno di carbone. Durante la sosta del fronte andavamo là a prendere il carbone perché combustibile non ce n’era più.”

p) Scuole

Racconta il signor Valentino Donati:

“Ricordo che quando eravamo qui a scuola e suonava la sirena, scappavamo nei campi; le case che sono qui davanti non c’erano, era campagna aperta. Il maestro diceva: “Via ragazzi” e noi scappavamo tutti nella campagna che era qui di fronte, ci disperdevamo nei campi sotto i filari delle viti. Di solito erano aerei di passaggio, che andavano a bombardare altre città come Bologna o Milano; ciò nella primavera del 1944.
“La scuole fu sospesa per quell’anno scolastico (1944-45) perciò non la frequentai in quel periodo. Dopo la Liberazione frequentai la quinta classe nella casa che attualmente è della famiglia Bagnaresi, in viale Roma 35, perché là era ospitata una classe in quanto questo edificio era stato danneggiato dagli eventi bellici.”

Scrive Angelo Donati nel suo libro già citato:

“22 gennaio. È questa l’ora della biblioteca, dell’archivio, del museo comunale. La biblioteca e il museo erano sorti per la solerte attività del maestro Giacomo Iachini, di buona memoria, nonostante la sua rigidità. Per il loro incremento aveva speso le migliori energie. In pochi minuti i Tedeschi e civili incoscienti distruggevano un patrimonio prezioso rubandolo e disperdendolo. Sono così scomparse le memorie patrie e i documenti riguardanti il nostro vivere civile”

Nel periodo della sosta del fronte la Scuola perdette la biblioteca, il museo e tutti i documenti esistenti presso la Direzione Didattica. Il fabbricato e la palestra subirono gravissimi danni.

q) Squadra UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea)

Il 30 novembre  1944, su proposta del Commissario Prefettizio, venne istituita in Castel Bolognese una squadra dell’UNPA, composta da volontari (i primi furono otto). Essa aveva il compito di fare sopralluoghi, visite a cantine e rifugi, smorzamento di incendi, estrazione di cadaveri dalle macerie, abbattimento di muri pericolanti. Fu impiegata pure nella costruzione di muretti a secco sotto gli archi dei portici a protezione dalle schegge.
Il 17 febbraio 1945 venne gravemente ferito Liverani Ariovisto, componente la squadra; morì il giorno seguente a Imola.

r) Il cimitero provvisorio

Il servizio pubblico di necroforo non funzionava più. Il cimitero del Capoluogo era difficilmente raggiungibile, pochi familiari volenterosi affrontavano il rischio di portare alla estrema dimora le salme dei loro congiunti. Per dar sepoltura alle salme che erano giacenti nella camera mortuaria dell’Ospedale i componenti la Squadra di Pronto Soccorso scavarono nell’orto dell’Ospedale una fossa lungo il muro della proprietà che dal Canale dei Molini andava a via Roma.
In quella fossa, il 17 dicembre, vennero sepolti i portaferiti Pierino Moschetti e Antonio Donati, insieme con altre sei persone. Pochi giorni prima quei due portaferiti avevano offerto la loro opera per scavare quella fossa insieme con gli altri componenti la Squadra.

3) I trasporti e le comunicazioni.

Esaminiamo ora quale era lo stato dei trasporti e delle comunicazioni nel periodo in cui il fronte si avvicinava al nostro paese e in quello nel quale il fronte era fermo.
Prenderemo in esame la ferrovia, le strade, il servizio postale e telegrafico, il servizio telefonico, la radio, i giornali.
Ci serviremo delle notizie tratte dalle interviste e anche dai libri che abbiamo a disposizione.
Da quanto emergerà ci renderemo conto che il nostro paese era isolato e che difficili erano i contatti con le località vicine in qualche modo accessibili.

a) La ferrovia

Così racconta il signor Giovanni Tarlazzi:

“La situazione delle ferrovie, all’inizio del 1944, era già critica. Gli Alleati contrastavano con l’aviazione i trasporti tedeschi. Le ferrovie erano quelle che sopportavano il maggior traffico per trasporti di truppe, materiali, munizioni, benzina ed altro.
“L’aviazione alleata bombardava continuamente le stazioni che erano i nuclei del traffico ferroviario.
“Noi, che eravamo in servizio nella stazione, subivamo tutte quelle incursioni aeree. Quando sentivamo suonare l’allarme aereo scappavamo. Davanti alla stazione, verso valle, c’è la via Lughese che porta subito in campagna verso Casalecchio e Solarolo. I cantonieri della ferrovia costruirono una passerella sopra il profondo fosso che separava la cancellata della stazione dalla strada, con spezzoni di rotaia e delle traverse, così, con una certa facilità, e in breve tempo, potevamo arrivare subito in aperta campagna.
“Una volta però l’allarme scattò così tardi che non facemmo in tempo a scappare lontano; ci fermammo all’altezza della cantina della ditta “vedova Bini” ora “Sanley” perché gli aerei erano già sul nostro capo, perciò ci gettammo nel fosso. Erano dei cacciabombardieri che con le mitragliatrici cominciarono a colpire con raffiche, quanto esisteva nel piazzale della stazione. Finita l’azione e cessato l’allarme, tornammo nella stazione per verificare i danni provocati dal mitragliamento. Nel piazzale c’erano quattro carri ferroviari: due erano carichi di zolfo grezzo, colpiti da proiettili incendiari bruciavano con alte colonne di fumo. Altri due erano serbatoi carichi di vino. Alcuni proiettili avevano forato i serbatoi di legno e il vino usciva dai fori a zampilli. Subito furono avvertiti i dirigenti della ditta Bini, proprietaria del carico, che inviarono sul posto alcuni cantinieri che, con prontezza, riuscirono a tamponare alla meglio quei fori, poi i carri furono portati nel raccordo della cantina per poter essere svuotati…
“Finito l’allarme si riprendeva il servizio. Nella stazione, oltre ad esserci i ferrovieri italiani, c’erano anche i ferrovieri militari tedeschi che sovraintendevano tutte le nostre operazioni. C’era un interprete che fungeva da tramite tra noi e loro e che ci trasmetteva i loro ordini. Noi dovevamo stare attenti; se non facevamo il nostro dovere ci rimproveravano e ci minacciavano anche di mandarci in Germania quali prigionieri civili…
“Prima ancora che il traffico cessasse sfollammo gli uffici, perché la stazione era obiettivo di continui bombardamenti; li trasportammo in campagna e precisamente nella cantina Dalpane a Casalecchio. Ero addetto alla biglietteria, così feci trasportare nel luogo dello sfollamento gli armadi dei biglietti, i registri e tutto ciò che si poteva; credevamo che il fronte passasse in poco tempo. Ci sistemammo nel fabbricatino della pesa della cantina; là rimanemmo fin verso la fine di ottobre. I ferrovieri venivano là e noi distribuivamo loro i turni di servizio. Quello andavano in stazione, ma dovevano stare molto attenti; passava ancora qualche treno militare…
“Il servizio ferroviario finì nel mese di ottobre, perché l’aviazione alleata colpiva continuamente vari obiettivi cercando di abbattere i ponti e di distruggere le stazioni di maggiore importanza strategica.
“Quando nel luogo di sfollamento cominciarono ad arrivare delle truppe tedesche, non si potè più rimanere, perciò, non ritenendo più sicuro quel posto, ci trasferimmo in paese con tutto. Ci sistemammo in casa di un ferroviere, di fronte al prato della Filippina. Là rimanemmo circa un mese, poi, quando il fronte si avvicinò ancora di più e le prime granate cominciarono a piovere nel paese, il signor Fazzi, che allora fungeva da capostazione titolare, ci disse “Si salvi chi può” e ognuno di noi cercò rifugio là dove si riteneva più sicuro.
“I danni alla linea ferroviaria e alla stazione furono gravissimi. I Tedeschi smantellavano la linea ferroviaria e con le rotaie e le traverse coprivano i rifugi che avevano costruito un po’ dovunque.
“Prima di partire i ferrovieri tedeschi avevano minato e fatto saltare tutti gli scambi della stazione così tutti furono resi inutilizzabili. Distrussero pure tutti gli impianti che la stazione aveva. Allora gli scambi e i semafori erano manovrati elettricamente. Misero una bomba d’aereo inesplosa nella cantina della stazione, che era proprio sotto la centrale elettrica di tutti i comandi, poi la fecero saltare, così la stazione crollò quasi completamente e tutto venne distrutto. Assistetti dal paese alla scena. Riuscii a salvare dalla distruzione un orologio a pendolo. Ricordo che il secondo binario era divelto e si protendeva verso l’alto, come fosse una grande scala”

Così racconta la signorina Nerina Monti:

“Mio padre era cantoniere delle Ferrovie dello Stato, abitavamo nel casello ferroviario di via Casanola. I Tedeschi fecero saltare il passaggio a livello di via Casanola con quaranta granate che erano inesplose, le avevano inserite in quattro buche.”

Racconta il signor Valentino Donati:

“Una mattina, non ricordo il periodo, in stazione a Castel Bolognese c’era un treno militare tedesco ricoverato in un binario, lato Faenza, trasportava carri armati, munizioni, cavalli, soldati. Mio padre era impegnato nella manovra di quel treno, doveva attaccare o staccare dei carri, mentre la locomotiva li spostava. Nel frattempo arrivarono diversi aerei da Faenza che, avvistato quel treno, scesero in picchiata a bombardare e a mitragliare a volo radente, poi riprendevano quota, si dirigevano verso le colline e ritornavano sull’obiettivo per varie volte. Mio padre si salvò sdraiandosi sotto un carro ferroviario; attorno a lui lo spettacolo era desolante: Tedeschi e cavalli morti.”

Così racconta il signor Domenico Badiali:

“Nella ferrovia era esplosa una bomba d’aereo di grosso calibro che aveva colpito i due binari di corsa all’altezza delle vasche, vicino all’acquedotto. L’esplosione aveva creato un vastissimo cratere tanto che i Tedeschi vi avevano buttato dentro una locomotiva con il tender pieno di carbone. Un binario era contorto ed alzato tanto che era sopra una casa.”

b) Le strade

Con l’avvicinarsi del fronte i Tedeschi si rendevano sempre più cattivi. Requisivano bestiame, carri, calessi, biciclette, automobili, motociclette, tutto ciò che trovavano. Già in ottobre le strade erano poco frequentate e chi aveva bisogno si spostava a piedi. Anche l’aviazione alleata sorvegliava le strade e quando vedeva movimenti sospetti, scendeva e mitragliava a bassa quota.

Così riferisce il signor Enzo Cornazzani:

“Traffico non c’era; la poca gente che girava per bisogno circolava a piedi, perché i Tedeschi portavano via ai civili anche le biciclette.”

Il signor Primo Garofani racconta:

“Caricammo su un carretto tutto ciò che potemmo: mia madre e mia moglie si incamminarono recitando il rosario, mio padre ed io le seguivamo a circa trecento metri spingendo il carretto; così riuscimmo a rientrare in paese senza che i tedeschi ci fermassero e ci rifugiammo in cantina.”

Il signor Paolo Borghesi racconta:

“Il fronte si avvicinava… Un maresciallo tedesco che conoscevo mi disse: “Tu Paolo partire subito domani, perché noi domani di qui, da Biancanigo, andare via, perché venire truppe molto cattive. Dai retta, domani tu partire con tutta la tua famiglia e andare in paese” Là c’era uno che aveva un baroccino ed un cavallo; da quel maresciallo mi feci fare un permesso per poter circolare con quel mezzo ed iniziai il rientro.”

Scrive Oddo Diversi nel libro già citato:

“Nella prima seduta, il consultore Cavallazzi Arnaldo si offrì di portare personalmente al Capo Provincia di Bologna, Dino Fantozzi, un appello del Commissario Prefettizio dottor Giovanni Sacchiero, per ottenere aiuti e per far presente la critica situazione del paese… Il Commissario Prefettizio e l’arciprete don Sermasi, dovevano procurare dall’autorità militare tedesca il permesso di viaggio. Il Cavallazzi, partito la sera del 4 gennaio su un autocarro tedesco, fu trasportato fino a Castel Guelfo. Da Castel Guelfo a Bologna il percorso fu compiuto a piedi.”
“Dai primi di ottobre 1944 il Comune di Castel Bolognese rimase isolato dal capoluogo della Provincia. Con provvedimento dell’Alto Commissario Straordinario per l’Emilia Romagna Castel Bolognese fu aggregato alla Provincia di Bologna.”

Racconta il dottor Paolo Liverani:

“Eravamo rifugiati in campagna, vicino il fiume Senio a cento metri dal fiume, in un podere chiamato “Madonna”. I Tedeschi ci mandarono via di là, perciò con le nostre masserizie su un carretto ritornammo nuovamente in paese.”

Scrive il nostro maestro nel suo libro “Il servizio di Pronto Soccorso a Castel Bolognese 1944-45”:

“Il simbolo della Croce Rossa era rispettato da entrambe le forze combattenti. L’importante era mettere in evidenza quel simbolo ed essere coerenti con le finalità da esso perseguite.
“Il 22 gennaio 1945 andammo al podere “Furlona” di Biancanigo situato a circa centocinquanta metri dal fiume Senio per prelevare un ammalto… Ci facemmo riconoscere sventolando la bandiera e gli uni e gli altri non ostacolarono la nostra azione. Quando nei percorsi che effettuavamo, specie verso Imola, “Pippo” ci scorgeva, subito agitavamo la bandiera che era inalberata sulla lettiga e, sebbene l’aereo volteggiasse per assicurarsi che la nostra presenza fosse inoffensiva, tutto procedeva senza conseguenze.”

c) Il servizio postale e telegrafico

Scrive Oddo Diversi nel suo libro citato:

“L’ufficio postale, che non funzionava dal 16 novembre 1944, riprende la sua attività l’8 febbraio 1945.”

Non ci sono notizie relative al servizio telegrafico. Considerato che esso si svolgeva via filo si presume che l’interruzione del servizio telegrafico avvenne prima del 16 novembre, perché la linea aerea giungeva in paese costeggiando la linea ferroviaria, poi il Viale della Stazione. Naturalmente la ripresa del servizio telegrafico avvenne solo dopo la Liberazione.

d) Il telefono

Nel periodo precedente l’avvicinarsi del fronte al nostro paese il servizio telefonico funzionava regolarmente. C’era un centralino presso il quale lavoravano le sorelle Contavalli. Alcune linee erano state requisite dai Tedeschi, ma il servizio funzionava. Poi, con l’avvicinarsi del fronte anche questo servizio cessò.

Racconta la signora Romana Zannoni:

“La via Emilia, dalla piazza fino alla pesa pubblica, lato monte era piena di macerie perché tutto il porticato era stato minato e fatto saltare; sul lato valle molte case erano crollate perché i Tedeschi avevano minato e fatto saltare in vari punti la condotta del cavo telefonico e telegrafico che scorre ancora interrato lungo la via Emilia, lato valle.”

e) La radio

Quando la luce elettrica cessò di giungere a Castel Bolognese l’ascolto della radio era riservato a quei pochissimi che potevano ricevere la radio con le batterie. I Tedeschi proibivano l’ascolto di stazioni radiofoniche non controllate da loro.

Così scrive Angelo Donati nel suo libro “Sul Senio il fronte si è fermato”:

“Giunge la notizia in paese della scoperta di una radiotrasmittente clandestina posta in una cantina del centro. Hanno prelevato un giovane. Non sappiamo altro. L’affare ci sgomenta per le sue conseguenze.”

Racconta la signora Bruna Aldi:

“Nella cantina c’erano dei giovani che sentivano Radio Londra. Furono scoperti dai Tedeschi. Farolfi Attilio riuscì a fuggire, Budini Vincenzo fu preso e portato a Bologna in prigione. Radio Londra trasmetteva in italiano delle comunicazioni per informare la popolazione dell’andamento della guerra e notificar ei vari episodi che avvenivano sia in Italia che all’estero, invitavano alla resistenza; inviava ai partigiani degli ordini in codice, perciò, per i Tedeschi, chi sentiva Radio Londra poteva essere un partigiano.”

f) I giornali

Mancando le comunicazioni anche i giornali non giungevano in paese. Solo chi riusciva ad uscire dal paese, verso le zone accessibili, poteva portare con sé qualche giornale.
Gli Alleati ci inviavano, con dei particolari proiettili di artiglieria, dei messaggi con di volantini.

Così riferisce il signor Primo Garofani:

“Gli Alleati facevano la loro propaganda lanciando delle granate chiamate appunto “di propaganda”. Erano proiettili lunghi circa cm 40, con un diametro di cm 10 circa. A un certo punto della traiettoria il proiettile perdeva il fondello e lasciava uscire dal suo ventre tanti manifestini di propaganda che scendevano dal cielo così come oggi scendono quelli lanciati dagli aerei. Questi foglietti contenevano delle scritte che invitavano la popolazione a resistere e ad attendere la prossima liberazione, e invitavano i Tedeschi ad arrendersi perché la loro resistenza era ormai inutile.”

Racconta il signor Domenico Badiali:

“Anche le granate di propaganda potevano essere in qualche modo pericolose. Il figlio di Merenda, “Sandrè”, venne colpito in pieno petto da una di quelle granate e morì. Vuota pesava sei o sette chilogrammi, con la forza di caduta poteva provocare simili danni.”

4) Il comportamento delle truppe tedesche occupanti

Dalle interviste che abbiamo effettuato è emerso che il comportamento delle truppe tedesche occupanti fu, in parecchi casi, crudele e disumano.
La strage di Villa Rossi, le requisizioni, le rapine, il lavoro coatto, mettono in evidenza che per i Tedeschi la vita della popolazione civile, il rispetto per la proprietà privata, erano valori insignificanti. Più essi si rendevano conto che la loro forza diminuiva, che le provviste indispensabili ai combattenti scemavano, più essi diventavano prepotenti e cattivi. In mezzo a tanti episodi negativi, emerge qualche episodio che manifesta una certa gentilezza d’animo, ma questa eccezione conferma la regola.

a) Le distruzioni e i furti

Racconta il signor Michele Montanari:

“Eravamo contadini dei signori Rossi. Abitavamo nel fondo “Crociaro di Sotto”. Vicino alla nostra casa c’era la Villa Rossi, poi il tempietto ancora oggi esistente e, a una cinquantina di metri, il fiume Senio. Di là della strada che fiancheggiava la villa c’era un’altra casa colonica abitata dalla famiglia Cristoferi, chiamata “Crociaro di Sopra”. La Villa Rossi aveva una vasta cantina, ritenuta da noi un valido rifugio. Nella Villa Rossi erano sfollate delle cieche provenienti da un Convitto di Bologna. Ogni sera, dopo aver cenato, gli undici componenti la mia famiglia, tre sfollati della famiglia Lama, otto famigliari della famiglia Cristoferi, andavamo a dormire nella cantina della Villa Rossi. I due più anziani della famiglia Cristoferi: Guseppe e la moglie Filomena Villa, insieme con il figlio Raffaele e la di lui moglie Celesta Geminiani, dormivano nella loro casa a Crociaro di Sopra. Gli Alleati erano arrivati il giorno 16 dicembre 1944 al di là del fiume e avevano fatto evacuare le case dei poderi Scaletta e Colombarina.
“Il giorno 17, domenica, di primo mattino, tra le cinque e le sei, mio fratello Giovanni ed io ci alzammo e uscimmo dalla cantina per governare le bestie che erano nella nostra stalla. Ci seguirono mia madre e i miei nipoti Mario e Lina Montanari. Si alzò pure Celso Cristoferi che andò nella sua casa per governare le sue bestie. Giunti a casa notammo qualcosa di sospetto, simile a due cassette, collegato a dei fili elettrici. Mio fratello, che era stato militare nel corso della prima guerra mondiale, capì subito che erano mine. Mio nipote ed io tagliammo i fili, mentre Giovanni si precipitò nel rifugio della Villa Rossi per dare l’allarme. Pochissimo tempo dopo un lacerante boato si diffuse nell’aria: la Villa Rossi e la casa colonica “Crociaro di Sopra” non esistevano più, crollate per quella esplosione. Nella Villa Rossi rimasero sepolte diciassette persone, nella casa colonica cinque; la mia casa non saltò perché avevamo tagliato i fili, che collegavano le mine al congegno di esplosione. Anche Giovanni rimase vittima di quella strage: non riuscì neppure a raggiungere la cantina. Celso Cristoferi rimase intrappolato tra le macerie della sua casa. Facemmo un giro attorno alle macerie del palazzo, ma ormai non c’era più nulla da fare:  per i nostri famigliari e per gli altri rimasti sotto quel cumulo di macerie non c’era proprio più nulla da fare, perché tutto era silenzio, perciò morte sicura. Sentimmo delle invocazioni di aiuto provenire dalla casa colonica dei Cristoferi: andammo là. Era Celso che gridava: “Venitemi ad aiutare! Venitemi ad aiutare!” Subito ci mettemmo all’opera: una trave aveva fatto da ponte e lo aveva salvato. Quando lo estraemmo dalle macerie era tutto rovinato nella faccia.
“I morti furono ventuno: quattro nella casa colonica, diciassette nella Villa Rossi. Nove appartenevano alla mia famiglia, nove alla famiglia Cristoferi, tre alla famiglia Lama. Tra i morti sette erano bambini di un’età compresa tra i due ed i quattordici anni.
“Non s’è mai saputo il perché di quella strage. Sappiamo che i Tedeschi andarono di notte a mandare via le cieche che erano nella Villa. Esse dormivano nel Palazzo; ci volevano avvertire, ma i Tedeschi dissero loro: “Silenzio! Guai a voi! Guai a chi parla!” Esse andarono via e furono ricoverate nella canonica di Biancanigo. Dopo il disastro andammo al comando tedesco di Castel Bolognese a fare le nostre rimostranze per l’accaduto. Ci risposero che non sapevano che in quelle case ci fossero delle persone. Avevano bisogno di far saltare quei fabbricati perché essi impedivano la vista del nemico. A nostro parere quella fu una banale scusa, perché sapevano bene che le nostre famiglie erano là.
“Dopo questo fatto rimanemmo nella nostra tutto il giorno 17 e la notte successiva. Il giorno seguente i Tedeschi ci mandarono via, aprirono le porte della stalla, sciolsero le ventidue bestie che vi erano e le fecero uscire liberamente; dopo fecero saltare anche la nostra casa con mine.”

Racconta la signorina Nerina Monti:

“I Tedeschi fecero saltare il passaggio a livello di via Casanola… I miei famigliari, che abitavano nel casello ferroviario di via Casanola, furono avvertiti appena in tempo, perciò dovettero abbandonare l’abitazione in fretta. Mio nonno non poteva essere trasportato lontano, perché non c’era tempo sufficiente.
“I Tedeschi volevano praticargli una iniezione per farlo morire, ma mio padre non volle; disse che, se non c’era modo di portarlo via, era meglio lasciarlo sul posto, perché se doveva morire sarebbe morto con qualcosa che gli sarebbe caduto addosso. Lo sistemarono in una posizione abbastanza protetta, all’aperto, tra la finestra e l’angolo della casa, sotto la scala… Appena il pericolo cessò i miei corsero a vedere le condizioni del nonno: non ebbe niente, neanche della polvere addosso. Aveva sentito l’esplosione, ma non si era reso conto di ciò che era successo.”

Racconta il signor Domenico Badiali:

“I Tedeschi portavano via tutto, non si poteva fare resistenza perché c’era da lasciarci la pelle. Ciò è successo in parecchie case…”
“Razziavano il bestiame, poi venivano da me e dicevano: Tu specialista, allora ammazza questa bestia, poi portavano via la carne.
“Una sera vennero dei Tedeschi ubriachi fradici. Avevano un autocarro. Volevano che li accompagnassi alla cantina “Vedova Bini” perché volevano una damigiana di vermut. Sentii che la volevano portare al fronte. Giunti alla cantina, vollero con prepotenza una damigiana di vermut. Mi imposero di non avvertire la gendarmeria, ossia la loro polizia militare…
“Un giorno vennero due tedeschi che dicevano che avevo delle scarpe… Li invitai a cercare dove volevano, avvertendoli che non avevo scarpe. Cominciarono a cercare nel solaio. Là avevo nascosto della carne di maiale lavorata. La trovarono e me la portarono via tutta.”

Racconta il signor Paolo Borghesi:

“Nel mio forno dei tedeschi avevano fatto il loro dormitorio e la loro cucina. Portavano sempre tanta roba che rubavano dalle case, quello che non consumavano lo spedivano a casa loro con dei pacchi che partivano in continuazione.
“Un ferroviere, di nome Cantelli, allevava un maiale, era un bel maiale di circa due quintali.
“Saputo che i tedeschi portavano via i maiali, volle trovare al suo un rifugio sicuro. Una mattina uscì, con un’esca invitò il maiale a seguirlo. Quando fu vicino a me incontrò un tedesco che gli disse: Buono, buono, venire qui, noi pagare, noi prendere e pagare. Contro i Tedeschi non c’era nulla da fare, non si poteva litigare. Il Cantelli cedette. Gli presero il maiale e gli fecero un buono,  poi gli dissero di andare al loro comando, con quel buono, per riscuotere i soldi del maiale. Il Cantelli andò la comando tedesco fiducioso, con quel biglietto, per ricevere il compenso dovutogli; fu accolto in malo modo, anzi, ormai, riscuoteva un sacco di botte, anziché i soldi.”

Racconta il signor Valentino Donati:

“I Tedeschi avevano dei cavalli che usavano molto quali animali da tiro; quando un cavallo non andava più perché era esaurito, lo ammazzavano, gli sparavano…”

b) Il lavoro coatto

Racconta il signor Primo Garofani:

“Mi sposai il 27 novembre 1944 nella chiesina delle suore domenicane; quando uscimmo dalla funzione c’erano i tedeschi con i cani che effettuavano un rastrellamento, cercavano delle persone per mandarle alla costruzione di opere militari lungo il fiume Senio. Riuscii a scappare lasciando i miei famigliari in grave apprensione.
“Nel nostro rifugio avevamo due entrate, una da un cortile e una da un altro. Quando i tedeschi arrivavano per compiere un rastrellamento le donne ci avvertivano; se essi giungevano da una parte, noi fuggivamo dall’altra; avevamo sempre la possibilità di salvarci.
“Spesso ci rifugiavamo nel campanile della chiesa di Santa Maria, fino a quando non lo fecero saltare. Per salirvi andavamo nella soffitta del palazzo, là c’era un’altana con quattro finestre protette da grate; tre erano state da noi bloccate, la quarta si apriva con un espediente che solo noi conoscevamo. Attraverso questa finestra salivamo sul tetto e di là, servendoci di una scala a pioli di ferro murata all’esterno, andavamo nel campanile o nella cupola dell’altare maggiore. Nel campanile entravamo in cinque-sei persone. Trovammo un altro rifugio nella cupola dell’altare maggiore; avevamo fatto un buco che aveva le dimensioni di cm 50 x 50, poi avevamo preparato tutte le pietre esatte per chiudere, da dentro, quella apertura. Nei momenti di pericolo entravamo lì; uno però non passava perché era grasso, allora rimaneva bloccato a metà; noi dall’interno lo tiravamo, e, appena era entrato, chiudevamo l’entrata con pietre. Rimaneva un piccolo foro attraverso il quale vedevamo la finestra di Lucia di Iusafì, una inquilina del nostro palazzo. Ella, nei momenti in cui arrivavano i Tedeschi, andava in quella finestra e vi issava uno straccio che poi toglieva quando il pericolo era passato. In tal modo noi venivamo informati del passato pericolo ed uscivamo dal nostro nascondiglio. Per non scivolare sui tetti legavamo degli stracci alle scarpe.”

Racconta la signora Bruna Aldi:

“I Tedeschi erano pochi, perciò si servivano della popolazione civile per certi lavori che potevano essere svolti anche dai cittadini: gli uomini erano utilizzati per lavoro di scavo di trincee, opere di fortificazione, rifugi, camminamenti, smantellamento della ferrovia; le donne servivano per lavare, per fare pulizie, per preparare da mangiare. I civili erano perciò considerati come dei servi che dovevano lavorare per i militari in qualsiasi condizione e senza essere pagati. Finito il lavoro venivano rinviati a casa. Chi non doveva lavorare per i militari, perché occupato in lavori di pubblica utilità, aveva uno speciale permesso che doveva esibire per essere esonerato dal lavoro coatto. Anch’io ho dovuto lavorare per loro con le mie amiche, ho dovuto sbucciare montagne di patate per la cucina dei Tedeschi…
“A mio parere le aperture che mettevano in comunicazione le varie cantine fra loro erano state volute ed incoraggiate dai Tedeschi, perché in questo modo riuscivano a controllare tutti coloro che là erano ospitati. Infatti i Tedeschi dovevano potersi muovere e controllare tutti i rifugi con una grande rapidità, poi, sulla porta della cantina era affisso l’elenco delle persone che lì erano alloggiate e la loro età. L’ispezione era fatta da una pattuglia comandata da un graduato; questi sceglieva dall’elenco le persone secondo il sesso e l’età per inviarle a lavorare là dove era necessario per esigenze del reparto tedesco. Chi era comandato doveva andare. Nelle cantine della periferia era più facile sfuggire a certi controlli, perché riuscivano a nascondersi in vario modo.”

Racconta il signor Valentino Donati:

“Nell’inverno del 1944-45 mio padre, pur essendo alquanto ammalato di cuore, fu svegliato una notte dai tedeschi in ritirata. Quei militari scappavano con dei carri armati ma, essendoci la neve, quei carri lasciavano le tracce al loro passaggio sulla neve; considerato che quelle tracce potevano essere intercettate il giorno successivo dagli aerei dell’osservazione alleata, obbligarono mio padre, sebbene malato, ed un’altra persona a cancellare con la scopa le tracce dei cingoli da Castelnuovo a Bagnara. Quei lavoretti lavorarono tutta la notte, mentre io e mia madre piangevamo.”

Racconta il signor Domenico Badiali:

“In un certo periodo tutte le notti i Tedeschi ci venivano a cercare per condurci a lavorare forzatamente per loro. Era una cosa scocciante. Una notte ero nel campo del “Serraglio” a fare una trincea, c’erano due o tre dita di neve. I Tedeschi non volevano che si vedesse la neve scavata, ma ciò era impossibile. Pareva l’inferno. Il cielo era solcato da mille oggetti luminosi, schegge, proiettili traccianti ed altro, rossi come il fuoco. Feci un buco; quando vidi che stavo dentro quel buco, mi ci misi dentro: ero talmente stanco che mi addormentai in quella scomoda posizione. Al mattino, quando mi destai, avevo due dita di brina sulla giacca…
“Una notte, per sfuggire al lavoro coatto, andai a dormire nel solaio. Cominciarono a piovere delle granate da 210, granate di grosso calibro, che dove prendevano facevano crollare una casa. Ci stetti un po’, poi me ne andai, perché mi facevano paura.”

Racconta il signor Paolo Borghesi:

“Una sera mi trovavo in cantina e mangiavo in pasta e fagioli. Entrò un tedesco che mi ordinò di andare con lui per portare delle patate. A portata di mano avevo solo la giacca di velluto; pensavo che il tragitto sarebbe stato breve, perciò non indossai altro. Uscii, ma subito sentii che era abbastanza freddo. Ci avviammo verso  piazzale Budini; là c’era un altro civile, ma non mi ricordo più chi fosse, ed un altro tedesco. Era buio: Ci dissero: Prendete questo sacco e venite con noi. Ci avviammo per il viale Roma, poi per il viale Cairoli. Pensavo fra me dove ci stessero portando, quando cominciarono ad arrivare delle granate che facevano schianti assordanti, le schegge sibilavano. Cominciai a pensare che probabilmente non sarei ritornato più a casa. I Tedeschi dicevano: Niente paura, niente paura, niente paura, ma io non mi rassegnavo perché i colpi si intensificavano e cadevano sempre più vicino. Quando fummo alla stazione ci incamminammo verso il canale, attraversammo la ferrovia e proseguimmo lungo il canale.
“Ero preoccupato perché ci allontanavamo sempre più da casa, inoltre era freddo e non ero coperto a sufficienza. Finalmente arrivammo al palazzo Ginnasi, in via Farosi, dove c’era un comando tedesco. Essi entrarono, ma ci lasciarono fuori dicendo di aspettare. Dall’interno provenivano canti e suoni ed anche un mormorio di voci. Mentre aspettavamo una granata cadde nell’angolo della casa e davanti a noi caddero delle macerie; temevamo proprio di non uscire vivi da quell’avventura. Finalmente i Tedeschi uscirono, avevano con sé il sacco con quattro o cinque chili di patate. Ce li riconsegnarono e ripartimmo. Percorremmo tutta la strada adiacente il canale fino al mulino Porta; le granate continuavano a piovere e il pericolo era sempre costante. Giungemmo in paese, andammo sotto il portico e proseguimmo fino alla piazza dalla quale eravamo partiti. Consegnammo loro le patate ed essi ci mandarono a casa. Finalmente quell’avventura era finita e, fortunatamente, senza danni.”

Racconta il signor Giovanni Camerini:

“Rimasi ferito mentre stavo lavorando per i soldati tedeschi. Stavamo preparando delle postazioni per le mitragliatrici e per i cannoni. Era notte. Eravamo lungo la linea ferroviaria dalla stazione verso il fiume Senio. Cominciammo dal Rio Sanguinario e procedevamo verso il fiume Senio. I Tedeschi pensavamo di fare una resistenza lungo la linea ferroviaria, cosa che poi non ci fu, infatti se ne andarono in fretta quando il fronte si mosse. Noi andavamo lungo la linea ferroviaria e facevamo tutte quelle postazioni. Ci andavamo di giorno, ma quel giorno, che era il 2 marzo 1945, eravamo andati per lavorare, solo che, man mano che ci avvicinavamo al fronte, gli Alleati ci vedevano. Quella mattina si alzarono in volo dei ricognitori; ci videro, cominciarono a mitragliarci. Allora i soldati tedeschi che ci facevano lavorare pensarono che dovevamo scappare, infatti scappammo, però ci obbligarono a ritornare al lavoro nella tarda serata… Erano le otto di sera ed era già buio. Cominciammo a lavorare con quel buio. Era buio pesto. Ci fu uno che accese una sigaretta, ma subito un soldato tedesco gliela fece spegnere perchè gli Alleati erano lì che ci vedevano e avrebbero sparato addosso. Verso le nove cominciarono a sparare, prima con le mitragliatrici poi con i cannoni, perché la mattina ci avevano visto e chissà cosa pensavano che facessimo… rimasi ferito verso le nove e tre quarti circa, ma il bombardamento finì verso le undici. Rimasi ferito dentro al buco che stavo scavando… Una granata scoppiò in alto, su una casa rotta e una scheggia mi raggiunse.. Ero voltato da una parte e la scheggia mi colpì il braccio destro tagliandolo quasi completamente. Piccole teste mi colpirono in testa e nella schiena, ma erano cose superficiali. Sanguinavo, ma non mi accorsi che mi avevano ferito, sentivo solo il braccio indolenzito, non sentivo male. Non si vedeva, buttai una mano sul braccio e sentii che c’era un buco.”

La signora Romana Zannoni racconta:

“Molte cantine del paese erano state messe in comunicazione fra loro: dalla nostra parte, a monte della via Emilia, tutte erano comunicanti, così una persona poteva camminare al sicuro dall’inizio della piazza fino alla pesa pubblica senza dover uscire allo scoperto. La mattina i tedeschi passavano e facevano i rastrellamenti, ossia cercavano persone valide per inviarle a lavorare là dove ritenevano necessari lavori di fortificazione anche in prima linea; erano cercate anche le donne per lavare e per fare da mangiare. La prima persona che sentiva arrivare i tedeschi dava l’allarme, così molti uomini riuscivano a nascondersi e a non farsi prendere.
I tedeschi avevano anche paura delle malattie infettive, perciò qualcuno accusava qualche forma di malattia infettiva ed essi se ne andavano lasciandolo in pace. Non erano però molto tolleranti, erano anche cattivi e prepotenti.”

5) I giochi dei ragazzi

Nel periodo della sosta della sosta del fronte sul Senio i ragazzi di Castel Bolognese dovettero trascorrere la maggior parte del tempo in cantina, in un ambiente che non era certamente salubre, ma che offriva una certa sicurezza. Era difficile fare rimanere nella cantina i bambini per tutta la giornata, perciò alcuni bambini cercavano di uscire, incuranti del pericolo che correvano.
Anche i giochi dei ragazzi erano conformi al momento particolare che si viveva.

Racconta il signor Domenico Badiali:

“Avevo due bambini piccoli. La difficoltà più grande era tenerli in cantina. Essi non si rendevano conto del pericolo e cercavano di uscire, ma ciò era pericoloso.”

Racconta la signora Bruna Aldi:

“Mio fratello aveva circa la vostra età, circa sette o otto anni; non era mai in casa, lo dovevamo sempre andare a cercare. In quel tempo tutti i bambini si appassionavano agli oggetti di guerra, ai proiettili, alle bombe. Un giorno prese dei proiettili da mitragliatrice, tolse ad essi il complesso della carica che non era polvere, ma era formato da filamenti di esplosivo e, con questo faceva una stradina, una specie di filo che andava in varie direzioni, dopo di che incendiò una estremità di quella via, così la fiamma percorse tutto il tragitto facendo una scia luminosa come una miccia.
“Un giorno aveva cinque proiettili e li aveva posati sopra il coperchio della vaschetta della cucina economica. Lo sgridarono, perciò riprese quattro proiettili, il quinto non lo vide, o non lo trovò. Dopo un po’, mentre mia madre cuoceva le patate, il proiettile scomparso scoppiò, la pallottola si conficcò nella porta  e la carica esplosiva finì in parte nella padella con le patate e si vedevano tutte le fiamme tra le patate nella padella.
“Tutti i ragazzi giocavano con facilità con quelle armi. Però, successivamente quei giochi provocarono delle disgrazie perché dei ragazzi o dei bambini rimasero uccisi, altri mutilati. L’arsenale di tutti quei proiettili era lo scantinato della nostra palestra, e proprio là, dopo il passaggio del fronte, un giovane fu dilaniato dallo scoppio di un proiettile che stava smontando.
“Anche gli scherzi si facevano con ordigni bellici. Ricordo che c’erano delle donne che erano nel cortile e che lavoravano. Un tale fece scoppiare un petardo fatto rusticamente usando due pietre. Quelle pietre si scheggiarono e volarono intorno. Mio fratello, che in quel momento passava, fu colpito in una gamba dalle schegge; non disse mai chi era stato a fare quello scherzo poco simpatico.”

Racconta il signor Giovanni Camerini:

“Ero giovane, non sapevo niente, per me era una curiosità. Facevo la collezione delle schegge e della pallottole, non mi rendevo conto di che cosa era il pericolo, per me era una cosa curiosa.”

6) I Partigiani

Anche a Castel Bolognese, come in tante altre località dell’Italia Centrale e Settentrionale, si sviluppò quel movimento di ribellione e di resistenza armata contro il nazifascismo che è chiamato lotta partigiana.
I partigiani erano, in massima parte, giovani che lasciavano la loro casa, la loro famiglia per prendere le armi e salire sui monti dove si organizzavano militarmente per combattere l’invasore tedesco e gli oppressori fascisti.
Dalle interviste effettuate sono emerse queste testimonianze.

Racconta il signor Valentino Donati:

“Ero piccolo, avevo nove o dieci anni. Trascorsi gli ultimi mesi del fronte non in Castel Bolognese, ma in una casa colonica di Castelnuovo di Solarolo. Nei primi giorni che eravamo sfollati là c’era la raccolta del grano, perciò eravamo nel mese di luglio. I contadini si apprestavano per la trebbiatura. Era giunta sull’aia la trebbiatrice azionata da un trattore; questo trattore era collegato alla trebbiatrice con una grande cinghia e forniva l’energia motrice alla trebbiatrice. La trebbiatura avveniva alla presenza di alcuni fascisti in divisa, incaricati di sorvegliare il lavoro, perché una parte del prodotto doveva essere consegnata alle autorità. Ad un certo punto arrivarono due giovani in bicicletta con due sporte ognuno; scesero nell’aia, di scatto presero fuori dalle sporte le pistole e intimarono a tutti di alzare le braccia, anche a noi bambini. Ci fecero allontanare dalla trebbiatrice, poi estrassero dalla sporta un fiasco di benzina, sparsero la benzina sulla trebbiatrice e infine lanciarono contro quella macchina una bomba a mano affinchè si incendiasse. La bomba scoppiò, ma la trebbiatrice non bruciò. Appena ebbero lanciato la bomba i due giovani scapparono in bicicletta. I fascisti, appena si riebbero, salirono su una moto e iniziarono l’inseguimento di quei giovani. Non conosco l’esito dell’inseguimento, so che la trebbiatrice fu danneggiata e la trebbiatura sospesa per alcuni giorni.”

Racconta il signor Primo Garofani:

“La cantina più  grande era quella a monte della via Emilia, lato Faenza: era composta da tante cantine messe in comunicazione tra loro. Ospitava circa duecento persone. In alcuni punti erano state collocate delle fascine sotto le quali vi erano le armi dei partigiani. Là alcuni sentivano le notizie trasmesse da Radio Londra.”

Racconta il signor Paolo Borghesi:

“Tante erano le difficoltà quotidiane da superare. Una era la cottura del pane. Nel forno di mio cugino, chiamato “della Muzona”, sulla via Emilia, cuocevano il pane; i partigiani avevano organizzato il servizio: occorreva cuocerlo a turno. Assegnavano ai cittadini il giorno in cui potevano cuocere il pane, che essi, però, dovevano preparare a casa.”

Racconta il signor Domenico Badiali:

“Nella ex-Caserma dei Carabinieri macellavamo il bestiame. Là distribuivamo spesso la carne alla popolazione sotto la sorveglianza dei partigiani.”

Racconta il signor Domenico Casadio:

“Aderii alla lotta partigiana dopo l’8 settembre 1943, ossia dopo l’armistizio.
“Subito andai in montagna, al monte della Faggiola, poi ricevetti il compito di rimanere in paese per fare la staffetta tra i comandi del piano ed i partigiani che operavano in montagna. Quando facevo la staffetta portavo gli ordini. Andavo a prendere degli ordini, delle lettere od altro a Faenza o in altri luoghi e li dovevo portare ai partigiani che erano in montagna, anzi, nelle prime colline del nostro Appennino.
“Da noi i partigiani erano diverse formazioni; in una formazione c’erano trenta o quaranta partigiani. Altre formazioni erano da altre parti. Le formazioni non operavano tutte insieme. Di Castel Bolognese eravamo una trentina.
“Il combattimento più importante che ebbero i partigiani di questa zona fu fatto a Purocielo, un’altura che si trova sopra Brisighella. Là c’è un monumento che ricorda l’episodio nel quale trovarono la morte circa trenta partigiani.
“In questa zona i partigiani dovevano disturbare i Tedeschi in vario modo: cambiare i cartelli stradali per fare sbagliare direzione ai soldati, dovevamo recuperare armi assalendoli a sorpresa, tagliare i fili del telefono militare per interrompere le comunicazioni, dovevamo interrompere le comunicazioni telegrafiche, telefoniche, la fornitura di energia elettrica; a volte tagliavamo anche i pali della luce e del telegrafo. Quando eravamo costretti dovevamo anche combattere contro i tedeschi.
“Finita la loro azione in montagna i partigiani si ritirarono in paese. Qua i compiti nostri erano vari: portavamo da mangiare il pane e la carne a quelle persone che non potevano uscire, ossia agli anziani e ai vecchi. C’erano quelli che seguivano e sorvegliavano il forno ed assegnavano i turni per la cottura del pane, c’erano quelli che seguivano e sorvegliavano la macellazione di capi di bestiame.
“I partigiani si erano rifugiati nella cantina della ex-Caserma dei Carabinieri. Avevano nascosto le armi sotto delle fascine e in una botola. Ascoltavano gli ordini emanati da Radio Londra e i messaggi in codice che essa inviava ai partigiani; questi contenevano le indicazioni di ciò che essi dovevano fare. Guai a farsi scoprire ascoltando Radio Londra.
“I Tedeschi cercavano alcuni partigiani perché erano informati della loro attività ed anche dei loro nomi. Chi era ricercato doveva stare molto attento ed agire di nascosto. C’era una persona che era stata incaricata dai Tedeschi di indagare su quei giovani che erano impegnati in certi lavori per sapere se erano o no partigiani. Anch’io fui ricercato dai Tedeschi perché sapevano che cosa facevo; mi dovetti nascondere in una soffitta per molti giorni finchè il comando che mi cercava non fu trasferito in altro luogo.
“Racconterò ora qualche episodio della mia vita di partigiano.
“Come staffetta avevo anche il compito di portare in montagna dei giovani che volevano entrare nei partigiani. Mi avvertivano quando c’erano giovani che venivano dalla bassa, da Lugo, da Alfonsine, che dovevano essere inviati ai comandi in montagna. Li andavo a prendere nei luoghi in cui erano giunti attraverso una trafila ben coordinata. Una volta ne accompagnai ventidue, tra i quali c’erano quattro russi. Erano giunti al podere “Sbarra”, nel Borello. Di là partimmo in bicicletta seguendo via Paoline Lesina, via Borello, via Emilia, via Alberazzo, via Casolana, strada Camerini, via Biancanigo fino a Tebano. Là c’era un altro partigiano che li prendeva in consegna e li portava in montagna. Per trasferirli feci due viaggi con undici persone per volta, io ero davanti e gli altri mi seguivano. La seconda volta incontrammo, sulla via Casolana, una camionetta che scendeva da Riolo con cinque o sei tedeschi. Fortunatamente eravamo vicini alla strada Camerini e ci avviammo per quella strada, così ci nascondemmo alla loro vista. Certo in quel tempo, quando nessuno o pochissimi giravano, il vedere tanti giovani in bicicletta che si dirigevano verso la montagna, destava sospetti. Eravamo tutti disarmarti e non avevamo la possibilità di sostenere uno scontro a fuoco.
“Prima di compiere l’azione facevo da solo il tragitto per rendermi conto se c’erano o no dei pericoli. Non potevamo passare da Biancanigo, perché là c’erano i tedeschi ed un comando di fascisti. Quando ero sicuro del tragitto venivano fissati gli appuntamenti per i trasferimenti.
“Un’altra volta dovevo accompagnare dei partigiani di Solarolo, armati, verso la montagna. Percorremmo l’argine del fiume dal territorio di Solarolo fino alla via Emilia. Quello era un passaggio difficile perché c’erano dei tedeschi. Quando fummo vicino alla via Emilia sentimmo che arrivava una colonna di autocarri tedeschi con dei militari, allora ci nascondemmo dietro una siepe di biancospino che era ai margini della strada; eravamo cinque o sei. Lì rimanemmo nascosti fino a quando la colonna non passò. Appena ritenemmo giunto il momento di uscire allo scoperto, di corsa attraversammo la via. Un contadino era sull’aia di una casa colonica vicina e, vedendoci, si prese paura. Noi lo tranquillizzammo dicendo che eravamo dei partigiani che stavano andando in montagna. Poi ci incamminammo lungo l’argine e per i campi giungemmo a Tebano dove c’era un’altra staffetta ad aspettarci. A questa consegnai quei giovani che dovevano raggiungere i reparti in montagna.

Il maestro ci ha raccontato che, nel mese di marzo, la camera mortuaria dell’Ospedale era strapiena di salme. Il tepore che cominciava a preannunciare la primavera faceva alterare quei corpi perciò era urgente trasferirli al cimitero. I partigiani furono incaricati di sgombrarla, e ciò avvenne nel giro di alcuni giorni.

7) La vita del paese continua – Riflessioni

Lezione del maestro

Sì, abbiamo ascoltato varie persone e in tutte abbiamo riscontrato un intenso desiderio di sopravvivere.
Dalla fine del novembre 1944 tutti si rendevano conto della gravità del momento, dai più umili cittadini, alle autorità costituite, a coloro che, volontariamente, prestavano la loro opera in ogni campo.
Abbiamo notato che, superato il primo periodo di disorientamento, la comunità reagì e si diede quelle strutture che erano indispensabili per sopravvivere. Ciò dimostra quanto è importante per una comunità organizzarsi e scegliere uomini disponibili e validi su cui poter contare al fine di superare le crisi più profonde, come quelle che il nostro paese dovette affrontare. Infatti si diede una Consulta Comunale che amministrò il paese e cercò di risolvere, nel miglior modo possibile, la maggior parte dei problemi di emergenza che si manifestavano nella comunità costretta a vivere, a causa degli eventi bellici, nelle precarie condizioni che già abbiamo evidenziato nel nostro studio; riuscì ad assicurare i servizi pubblici indispensabili; ottenne viveri e medicinali da Bologna, allora Capoluogo di Provincia e li distribuì a mezzo di uno spaccio comunale appositamente allestito. L’Ospedale, per opera del suo direttore, mantenne in vita il servizio ospedaliero servendosi di tutto il personale dipendente e dei volontari; assicurò un servizio di pronto soccorso ai feriti ed il trasferimento dei ricoverati più gravi negli ospedali di Imola e Bologna a mezzo della C.R.I.
La natura continuava il suo corso, sentiva il richiamo della primavera, i fiori sfuggiti alla falcidia dei proiettili, infondevano il senso di gioia a chi li ammirava.
Su tutti aleggiava la speranza di una prossima risurrezione.
La tregua pasquale fu il preavviso della imminente liberazione.
C’era chi moriva, ma c’era chi nasceva e chi apriva la sua vita ad un nuovo corso unendosi in matrimonio.
Di quanto abbiamo or ora accennato molto è stato trattato nel nostro studio, ma occorre citare qualche atra testimonianza per dare credibilità a tutte le nostre riflessioni.

Racconta la signora Bruna Aldi:

“Il primo aprile, giorno di Pasqua, era una bellissima giornata, con uno splendido sole. Nessun colpo si udì quel giorno, perché i due eserciti si erano accordati per un tregua. Molta gente era uscita. Andai a trovare delle amiche e raccogliemmo dei fiori di pero. Era una gioia avere quei fiori in mano.”

Prosegue la signora Bruna Aldi:

“Il giorno sei di marzo si sposò mia sorella Fernanda. In un momento così tragico si celebravano anche i matrimoni. Non c’era la possibilità di procurarsi gli anelli d’oro, perciò andarono da Etna Muccinelli a prendere due anelli di bigiotteria, che servirono come fedi.”

Il nostro maestro ci ha raccontato che in una cantina dell’Ospedale venivano ricoverate le donne partorienti. Nel periodo della sosta del fronte là avvennero alcuni parti. Per necessità egli stesso dovette assistere ad un parto in aiuto all’ostetrica.

Così egli scrive nel libro già citato:

“L’evento era seguito con attenzione dai parenti… il bambino venne alla luce tra la gioia di tutti. L’ostetrica lo palleggiò un po’ finchè non emise un vagito, consegnò il neonato alle donne, poi proseguì nel suo compito che ancora non era terminato. Era un maschietto.”

Racconta la signora Teresa Quarneti:

“Trascorsi il periodo della guerra in un rifugio di via Gradasso a ridosso del fiume Senio, fino a quando i tedeschi ci scacciarono… Attendevo il mio secondo figlio… Ci rifugiammo nella cantina della ex-Caserma dei Carabinieri. Là si viveva in condizioni precarie. Il 3 marzo 1945 in quella cantina diedi alla luce un maschietto al quale fu imposto il nome di Giordano. È il padre di Petra, scolara di questa classe.

Racconta la signora Bruna Aldi:

“Il giorno in cui morirono Moschetti e Donati (15 dicembre 1944) andai verso l’Ospedale per vedere se qualche conoscente era rimasto ferito, perché avevo saputo che la casa di una mia amica era stata colpita da una bomba d’aereo. Giunta vicino alla porta d’ingresso dell’Ospedale, chi mi accompagnava cercò di voltarmi, perché proprio sulla soglia c’erano i cadaveri di quei due poveri ragazzi, straziati poco prima dalle schegge della bomba che era caduta sulla strada.”

Racconta il signor Primo Garofani:

“La famiglia Fenara era sfollata da Bologna in Castel Bolognese, perché riteneva il nostro paese più sicuro della loro città. Trovò rifugio nella cantina del signor Felice Borghi in via Emilia Interna… il 25 gennaio 1945 una granata da 210 colpì l’angolo basso che il muro maestro faceva col pavimento del cortile, penetrò nella cantina ed esplose. Morirono la moglie del Fenara, tre figli, la suocera e un civile: sei furono i morti. Il capofamiglia in quel momento si era assentato e si salvò.”

8) Episodi vari

Nel corso delle interviste abbiamo ascoltato alcuni episodi di una certa importanza che ci permettiamo di riferire.

a) La verdura

La signora Bruna Aldi racconta:

“Una mattina c’era il gelo, era venuta un po’ di neve; era tanto che non avevamo verdura fresca e allora, con mia madre decisi di andare nell’orto che allora era là dove ora c’è la casa del notatio Bosi, per prendere un po’ di verdura. Di buon’ora andammo verso l’orto. Sulla via Emilia, di fronte al molino, vedemmo un’automobile capovolta con un soldato tedesco morto; proseguimmo, entrammo nell’orto a cercare di togliere dal gelo un po’ di verdura, un po’ di cavoli, ma tutto era rovinato dal gelo. Sfidammo le granate, e forse anche le mine, per il desiderio di un po’ di verdura.”

Il signor Domenico Badiali racconta:

“In cantina non abbiamo mai sofferto la fame anche se c’era poco da mangiare. Un giorno mi avevano mandato a lavorare lungo la ferrovia. Trovai dei radicchi, li raccolsi e li portai a casa; fu una festa: c’era così poco da mangiare che avere quei radicchi fu una festa.”

b) I liquori

Il signor Paolo Borghesi racconta:

“Una mattina mi trovavo sulla strada, stavo parlando con quei tedeschi che stavano nella casa di una mia vicina. Quei soldati, ad un certo punto, mi dissero: “Vieni qui, vieni qui a bere con noi.” Incuriosito chiesi: “Dove l’avete comprata?” “Ah, viene da molto lontano” risposero. Poi mi offrirono dello Strega di Benevento ed ancora del liquore Ratafià; era molto buono per condire le fragole, lo facevano a Biella, era un liquore dolce.
Avevo appena finito di bere l’ultimo liquore che venne, un po’ trafelata, una donna che abitava non molto lontana da noi. Dovete sapere che avevo nove bottiglie di liquore; per poterle salvare dalle ruberie dei tedeschi le avevo nascoste nel sottoscala di quella mia vicina, detta di soprannome “Munchina” insieme con altra roba, perché era un luogo nascosto, un buco che poteva passare inosservato. La “Munchina” esclamò: “Paolo, se sapeste, hanno scovato il buco e hanno portato via tutti i liquori”.”
Capii subito e dissi: “Ah, ho capito, sono quelli che mi hanno dato da bere poco fa”. Li bevevo con tanta meraviglia non pensando mai che quei liquori, che venivano, da tanto lontano, erano proprio i miei”.

c) Il difficile passaggio della linea del fronte

Il signor Primo Garofani racconta:

“Avevo un amico di nome Franco Guidi. Con la sua famiglia era sfollato anche lui a Campiano. Quando decidemmo di rientrare in paese, i suoi vollero rimanere in campagna; erano in quattro: i genitori e due figli. La sorella del mio amico morì sotto le macerie di un capannone agricolo colpito da una bomba di aereo. Il mio amico cercò di attraversare la linea del fronte nella zona denominata “Taglio del Fiume” e ci riuscì. Dopo un certo periodo di tempo, però, volle rientrare nel nostro territorio forse per portare anche i suoi familiari nella zona controllata dagli Alleati. Cercò di attraversare il fronte, ma una raffica di mitraglia, sparata da una pattuglia in perlustrazione, lo fece cadere bocconi, fulminato. Là rimase fino alla Liberazione. Cessato il pericolo il padre volle andare a recuperare i resti mortali del figlio, ma finì in un campo minato; una mina scoppiò e gli maciullò una gamba, così, senza poter essere soccorso, morì dissanguato. La moglie, vista finire in tal modo la famiglia, morì poco tempo dopo, di crepacuore.”

d) Che cosa è il sole

Racconta il dottor Domenico Minardi:

“C’era un vecchio cieco che di soprannome era chiamato “Scioc”. Tutte le sere dovevo accompagnarlo a letto, lo svestivo, gli tenevo stretto il pitale intanto che faceva la pipì o la popò, poi lo mettevo a letto. Quando era già a letto mi diceva: “Lo sai tu che cosa è il sole?”. E io gli chiedevo: “Che cosa è?” “Te lo dico io: è fatto di tante piastrelle di acciaio che si sfregano e si sfregano e non finiscono mai; di lì viene la luce e il calore”. “Ma chi te l’ha detto?” “Me l’ha detto Socrate, l’ho sognato stanotte”. Era un uomo che aveva letto vari libri, poi, un po’ l’arteriosclerosi, la vecchiaia, e tante altre cose, con questa confusione di ricordi diventava simpatico, nella sua cecità”.

e) La festa di Sant’Antonio al Ponte

Racconta il dottor Domenico Minardi:

“C’era un vecchio soprannominato “Sartor”. Una mattina scappò dall’Ospedale di Castello per andare al Ponte del Castello a bere un po’ di vino nell’osteria di “Matì de Pont”, ossia di Matteo del Ponte. Pensate che l’osteria era a circa cinquanta metri dal Ponte sul Senio, ossia dalla linea del fronte, anzi era sul fronte. Logicamente non trovò nessuno. Ritornò indietro in mezzo alle granate che piovevano, però non era contento perché voleva bere; pensò di andare nell’osteria di Badò, ora detto “Caminetto d’Oro”. Dovete sapere che un carro armato tedesco era andato sotto il portico davanti all’osteria, ma con il suo peso aveva sfondato il pavimento del portico ed era finito in cantina tra le botti. Quando il “Sartor” andò per entrare da Badò, non si accorse del buco e finì nella cantina. Fu soccorso, ma non si fece un gran che, così lo riportarono in Ospedale. Era il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio alla Pace.”

f) I bombardamenti precedenti l’attacco finale

Racconta il signor Primo Garofani:

“Prima del 12 aprile, per tre giorni, gli aeroplani passavano numerosissimi: erano stormi di trecento o quattrocento aerei che si susseguivano, venivano da Faenza e da Solarolo e proseguivano verso Imola o Bagnara, poi tornavano dalla collina e ripassavano lanciando gli spezzoni, ossia piccole bombe con le quali facevano un bombardamento a tappeto. Le bombe cadevano a valle della via Emilia”.

g) La fuga dei Tedeschi

Racconta il dottor Domenico Badiali:

“Alla fine i Tedeschi non avevano più niente. Erano ridotti agli estremi. Alcuni andarono via con la carrozzina da bambino carica di roba, con quello che avevano e con quello che potevano portare via. Non avevano più mezzi di trasporto.

Racconta il signor Primo Garofani:

I Tedeschi erano fuggiti da Castel Bolognese con quello che trovavano: con carriole, carretti, biciclette, a piedi e anche con carrozzine dei bambini cercando di portare con sé tutto ciò che era possibile. Fuggirono in malo modo: stracciati, demoralizzati, non avevano più neppure il cibo per mangiare. Dicevano sempre: “La guerra è finita”. Molti di essi morirono sul Po. Questo fiume era uno sbarramento alla loro fuga verso il nord, verso la loro terra natia. Tanti tentarono di attraversare quel fiume a nuoto, ma parecchi finirono trascinati dalla corrente e morirono tra i flutti”.

h) La macinazione del grano

Racconta il signor Angelo Dall’Oppio:

“In una cantina c’erano dei tini, li riempimmo di grano. Chiudemmo in quella cantina tante cose, poi la murammo, mascherando la chiusura della porta imbrattando la parete. I Tedeschi, per fare una postazione per una mitragliatrice, sfondarono il pavimento della camera che era sopra quella cantina, trovarono il nascondiglio, portarono via tante cose, ma lasciarono ciò che era più ingombrante compreso il grano. Nel gennaio del 1945 eravamo sprovvisti di farina, perciò con il mio amico Galeati decisi di andare a prendere quel grano che era rimasto in quella cantina per portarlo nella nostra. Con dei secchi andammo a prenderlo, facemmo alcuni viaggi. Il problema era macinarlo. Trovammo un macinino da caffè; a turno riempivamo il macinino di chicchi di grano e lo macinavamo. Naturalmente la farina che usciva era molto grossa, di un colore ocra, color terra, perché aveva la crusca, non era certo farina bianca. Galeati, che aveva fatto il fornaio, ci insegnò a fare il pane che veniva poi cotto in una cucina economica che era nella cantina”.

i) La Liberazione è prossima

Racconta il signor Paolo Borghesi:

“Ricordo che a Biancanigo c’era un militare tedesco, un maresciallo di nome Giuseppe Susat, di Bolzano che a suo tempo era stato scolaro del maestro Angelo Donati, nella cui cantina noi avevamo trovato rifugio. Quel sottufficiale ogni tanto ci veniva a trovare. Qualche sera prima della Liberazione venne da noi, bussò nei vetri della finestra così come era abituato per farsi riconoscere, ci chiamò e ci disse: “Guardate, domani vi liberate. Abbiamo l’ordine di ritirarci al Rio Sanguinario, ma non dite nulla. Quindi domani o domani l’altro verranno gli Alleati, i Polacchi”. La moglie del maestro Donati gli disse: “Rimani qui con noi, ti troviamo degli abiti civili”. “Come faccio, ho qui fuori la pattuglia che mi aspetta, non posso rimanere; saluto tutti” e se ne andò. Due mattine dopo venne un mio operaio che mi annunciò che erano arrivati i Polacchi”.

Capitolo III
La Liberazione

Il nostro maestro racconta:
“Alle prime luci dell’alba del giorno 11 aprile un fatto nuovo mi colpì. I Tedeschi erano appostati lungo il muro dell’Ospedale che lo separava dal Canale dei Molini, nella trincea costruita a zig-zag e, attraverso le feritoie che avevano aperto nel muro, sparavano verso la campagna. Incuriosito, insieme con l’agente agricolo delle Opere Pie Francesco Galeati, mi portai nel corridoio superiore del fabbricato centrale dell’Ospedale per vedere il motivo di quello strano episodio. Notammo che, nel campo situato aldilà del Canale avanzavano alcuni soldati alleati in divisa kaki. Assistemmo ad una scaramuccia. I colpi di mitraglia si intrecciavano. Un soldato alleato, spintosi in avanti, era stato inchiodato al terreno dai proiettili, nel campo davanti all’ammasso. I Tedeschi gli intimarono la resa, perciò egli alzò le mani in segno di resa e si consegnò prigioniero. La linea del fronte era arretrata al Canale dei Molini. All’alba del 12 aprile 1945 i Tedeschi non c’erano più. Alcuni sodlati polacchi entrarono nell’Ospedale. Avevano varcato il Senio all’altezza della Villa Rossi e, seguendo via Biancanigo e via Ghinotta, erano giunti in paese. Erano i fucilieri carpatici della 2° Compagnia, della 62° Divisione polacca al comando del capitano Sawichi. Finalmente il nostro paese respirava l’aria della libertà. Era giovedì, 12 aprile 1945.”

La Liberazione
Disegno di Giorgio Liverani

1) Da che cosa furono liberati il nostro paese e l’Italia

La vittoria degli Alleati angloamericani portò la sconfitta del fascismo e del nazismo che causarono tanta distruzione e tanti lutti al nostro paese, all’Italia e al mondo intero. La popolazione potè finalmente manifestare il proprio pensiero, ritornarono i partiti politici, finirono gli arresti abusivi, le stragi e le uccisioni senza processo. Ecco che cosa significa, la Liberazione e perché dobbiamo sentire il dovere di celebrare questa data che portò Castel Bolognese e l’Italia alla democrazie e significò la fine della dittatura e della tirannia.
Dopo la Liberazione gli Italiani poterono scegliere anche la forma dello Stato: il 2 giugno 1945 essi scelsero la Repubblica.
Ricordiamo dunque le date fondamentali della libertà che oggi possiamo con gioia godere:
12 aprile 1945, Liberazione di Castel Bolognese;
25 aprile 1945, Liberazione d’Italia;
10 maggio 1945. fine della guerra in Europa;
1° settembre 1945, fine della Seconda Guerra Mondiale

2) Che cosa fu la Liberazione (lavori di gruppo)

Il nostro paese fu liberato non solo dalla guerra, dai rastrellamenti, dal lavoro coatto e da razzie di animali e di mezzi di trasporto, ma anche dai Tedeschi e dai fascisti che compivano stragi di persone innocenti.
La liberazione fu un grande sollievo per i castellani rifugiati in cantina e sfollati in campagna che soffrirono parecchio, a causa della mancanza di cibo, dei morti e dei feriti.
Ricordiamo le stragi di Ebrei, delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, dei fratelli Cervi e di Villa Rossi.
Marco Nanni
Luca Righini
Petra Nanni
Roberta Bartoli

La Liberazione fu una cosa molto bella, per gli anziani, per i bambini, e per il nostro paese, perché quel periodo tragico della sosta del fronte era finalmente passato.
Il nostro paese fu liberato dalla cosa più crudele che ci sia al mondo: la guerra. Ma esso non è stato solo liberato dalla guerra, ma anche dai nazisti e dai fascisti, che facevano del male alle persone innocenti. I fascisti bruciarono delle case sopra Tebano, perché i contadini avevano aiutato i partigiani.
I fascisti o i nazisti obbligavano i civili al lavoro coatto, ossia un lavoro faticoso, pericoloso, senza essere pagati.
Lucio Sportelli
Gloria Gentilini
Samuele Babini
Tiziana Reggiani

Per noi la Liberazione è una cosa che nessuno se l’aspettava, perché fu un avvenimento grandioso. Il nostro paese fu liberato dai rastrellamenti; uccisioni di innocenti, come fu la strage di Villa Rossi. Nel periodo del fronte ci fu morte e distruzione nel paese.
Quando Castel Bolognese fu liberata tutti si sentirono gioiosi perché era finito il pericolo.
Giorgio Liverani
Daniele Betti
Elisa Cantagalli
Elisa Liverani

La Liberazione è quando qualcuno si libera da qualsiasi cosa, in questo caso dalla guerra.
La Liberazione fu una grande gioia per tutti, fu la cacciata dell’invasore tedesco dal territorio italiano.
Il nostro paese fu liberato dalla dittatura fascista: ebbero così fine le violenze, le uccisioni.
Carlo Zama
Maurizio Casini
Barbara Petrucci
Simona Zaccarini

3) La Liberazione, vista dagli intervistati

Alla domanda “Come accolse la Liberazione di Castel Bolognese?” così hanno risposto gli intervistati:

La signora Bruna Aldi racconta:

“Quel giorno ero malata, avevo una febbre altissima. Nella notte i Tedeschi, che avevano minato i portici della via Emilia e gli alberi del Viale della Stazione, fecero brillare le mine, poi se ne andarono. Non tutte esplosero, perché alcuni civili, accortisi del pericolo, avevano tagliato i fili. Non saltarono le colonne della casa nella cui cantina era la mia famiglia… Al mio capezzale vennero alcune amiche che, liete, mi portarono la notizia che i Tedeschi erano partiti e che in paese erano entrati i Polacchi…”

Il signor Domenico Badiali racconta:

“La mattina del 12 aprile mio padre, che era il primo ad alzarsi, ci chiamò dicendo: “Venite, i Tedeschi sono andati via, sono arrivati i Polacchi”. Il senso della Liberazione non è facile da esprimere; è stato qualche cosa di indescrivibile: era la fine di tutti i bombardamenti, delle distruzioni, dei pericoli. Si cominciava a stare male in cantina perché faceva già caldo… Erano già passati sei mesi di cantina e di continui pericoli, ne avevamo passate tante che la Liberazione fu una cosa indescrivibile, incredibile. I Polacchi cominciarono a distribuire qualcosa, specie cioccoalta ai bambini.”

Racconta il signor Domenico Casadio:

“Eravamo soggiogati dai Tedeschi, non potevamo muoverci; eravamo sotto il fuoco continuo delle granate e delle mitragliatrici, delle fucilate, perciò la Liberazione fu una vera liberazione dai pericoli che ci sovrastavano da vario tempo. Sembrava un altro mondo”.

Racconta il signor Primo Garofani:

“La Liberazione è una cosa indescrivibile: dopo cinque o sei mesi di oppressione, di sfollamento, di tensione e di cantina, nei quali si viveva in continuo pericolo, noi giovani l’accettammo con grande entusiasmo… Sembrava impossibile, non l’aspettavamo neppure più, non ci credevamo perché il tempo passava e non veniva mai… Il giorno della Liberazione la popolazione uscì dalle cantine per far festa ai liberatori”.

Racconta il signor Domenico Minardi:

“… Alle prime luci dell’alba vidi entrare in cantina don Carlo Marabini, di Biancanigo, con due polacchi. Fu il primo ad entrare in Castel Bolognese e venne a dire che il fronte era passato”.

Racconta la signorina Nerina Monti:

“Fu accolta con tanta emozione e tanta gioia, quasi non credevamo alla Liberazione, perché era tanto tempo che vivevamo così male, sembrava un sogno. Fu una grande gioia per tutti. Tanti venivano a trovare noi ricoverati…”

Racconta la signora Teresa Quarneti:

“L’ho accolta con molta gioia e con tanto entusiasmo di voler continuare a vivere; tanta fu la gioia di rivedere il sole e di respirare aria pura, dopo aver trascorso tanto tempo nel rifugio”.

Racconta la signora Romana Zannoni:

“Il mattino del 12 aprile si sentirono alcune persone che annunciavano: “Sono arrivati i Polacchi, sono arrivati i Polacchi, siamo liberi”. Questa notizia ci entusiasmò: felici e contenti uscimmo dalle cantine per festeggiare l’avvenimento. I Polacchi erano meravigliati nel vedere tanta gente nel paese, perché pensavano che non ci fosse più nessuno. Cominciarono a distribuirci del pane e, ai bambini, della cioccolata. Era una gioia, una rinascita. Contenti facevamo crocchio intorno a loro per festeggiarli e chiedere tante cose. Non avevamo mai visto tante automobili, tanti mezzi corazzati, tanti autocarri: era un avvenimento straordinario che viveva tutto il paese. Finalmente il pericolo era passato, potevamo ritornare a vivere all’aperto senza pericoli. Poco dopo una granata tedesca cadde vicino alla nostra casa uccidendo un polacco. Erano gli ultimi sprazzi dei Tedeschi in fuga, poi tutto tacque.
“Il pericolo era finito e la necessità di rifare quanto era andato perduto o distrutto ci stimolò a riprendere al più presto le nostre primitive occupazioni. La vita ricominciava”.

Racconta il signor Paolo Borghesi:

“…Venne un mio operaio che mi disse: “Alzati, Paolo, sono arrivati i Polacchi, sono arrivati”… Mi vestii in fretta ed uscii. Erano le quattro e un quarto, o le quattro e mezza del mattino. Parecchia gente era già fuori, cominciava ad albeggiare. Andai verso la Chiesa dei Cappuccini, perché mi avevano detto che provenivano di là. Incontrai del soldati polacchi che procedevano in fila indiana, tutti vestiti bene, ordinati, con le scarpe lucide, tutti eleganti. Davanti c’erano de che reggevano una grossa bobina e stendevano il filo del telefono… Ritornato a casa trovai nel cortile quattro polacchi che si lavavano. Dopo essersi puliti lasciarono il sapone: aveva un ottimo profumo, aveva una morbidezza tale che da tempo non avevamo visto. Quei soldati diedero ai miei bambini dei soldi, delle caramelle e della cioccolata.
“Nella mattinata del 12 aprile i militari alleati fecero dei passaggi provvisori sul Senio e sul Canale, perché non esistevano più i ponti, poi cominciarono ad affluire moltissimi mezzi meccanizzati, con truppe e carri armati.
“Nel tardo pomeriggio andai per il Viale del Cimitero con i miei bambini per vedere i soldati. C’erano anche dei soldati italiani con i muli, comandati da ufficiali alleati. Quando fummo sul Piazzale del Cimitero vedemmo un ufficiale inglese davanti alla sua tenda. Chiamò i miei figli e diede loro una pagnotta di pane bianco e un pezzo di cioccolata per uno. Eravamo contenti: era un pezzo che non vedevamo del pane così bianco e tanta cioccolata. I soldati italiani avevano legato i muli agli alberi del viale; vedemmo che avevano delle arance. Diedero un’arancia ad ogni bambino; era qualche anno che da noi non si vedevano le arance.
“Mentre stavamo ritornando a casa, sentimmo dei colpi di artiglieria: erano granate tedesche che arrivavano sul paese. Caddero in vari punti provocando un po’ di panico, un morto e qualche ferito. Presto ritornò la calma e tutto finì per sempre”.

Racconta il signor Giovanni Camerini:

“Vissi la Liberazione di Castel Bolognese nel racconto degli altri perché ero ricoverato nell’Ospedale di Imola. Sentimmo per Radio che Castel Bolognese era stata liberato, poi gli infermieri ci portarono altre notizie”.

Racconta il signor Michele Montanari:

“Ero a Imola quando arrivarono gli Alleati. Là durante la guerra non c’era alcun pericolo, la vita si svolgeva normalmente. Non sembrava neppure di essere in guerra; nessuno poteva pensare che, a pochi chilometri, ci fosse quell’inferno nel quale vivemmo per alcuni mesi. Solo l’evidenza dei fatti ci fece capire che i Tedeschi erano partiti e che gli Alleati erano giunti…
“Al ritorno trovammo la desolazione, il saccheggio, la distruzione e i nostri poveri morti che attendevano una decorosa sepoltura là sotto le macerie dal 17 dicembre 1944.”

4) Conclusione (Lavoro di gruppo)

Il nostro paese superò la guerra con difficoltà. Per noi è meglio la pace della guerra, perché nella pace ci sia ama, invece la guerra è quando si uccide e si tortura. Inoltre la guerra distrugge, mentre con la pace si costruisce. Speriamo che la guerra non venga mai più e ci sia sempre pace in tutto il mondo.
Carlo Zama
Maurizio Casini
Barbara Petrucci
Simona Zaccarini

La guerra portò molti morti, feriti e distruzioni. Noi crediamo che sia meglio avere la pace che la guerra, perché la guerra porta molti svantaggi, distruzioni e morte, mentre con la pace si ottengono miglioramenti e vita serena, si progredisce, ci si ama di più. Speriamo che la guerra non venga mai più, perché non solo al nostro paese e all’Italia, ma anche al resto del mondo, potrebbe portare milioni e milioni di morti.
Ecco perché noi bimbi amiamo la pace.
Marco Nanni
Petra Nanni
Luca Righini
Roberta Bartoli

Per noi la guerra è stata brutta, perché è morta tanta gente. Mentre la guerra c’era ancora, la gente di Castel Bolognese dovette rimanere nelle cantine, ma per necessità di cibo rischiava do morire. Certe persone morivano perché andavano sopra alle mine, altre perivano per le schegge, altre ancora morivano perché le bombe degli aerei cadevano sulle case che crollavano sulla testa delle persone.
Per noi la guerra è molto brutta ed è crudele. Speriamo che non venga più, perché distrugge paesi, persone, case e tante cose.
Con la pace si costruisce, con la guerra si distrugge.
Giorgio Liverani
Elisa Liverani
Daniele Betti
Elisa Cantagalli

La guerra porta un grandissimo danno, perché l’ultima ha ucciso 55 milioni di persone, e ha portato anche distruzione, ed orfani.
Noi preferiamo la pace, perché porta la felicità tra le persone, mentre la guerra porta dolore e tanta tristezza.
Da questo abbiamo imparato che non dobbiamo litigare fra noi e picchiarci anche per cose da poco, ma discutere per risolvere le divergenze e volerci bene.
Lucio Sportelli
Gloria Gentilini
Samuele Babini
Tiziana Reggiani

“È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la giustizia si fa strada… Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra…”
Pio XII (estate 1939)

Fonti

Bibliografia

Costa Pietro
Un paese di Romagna, Castel Bolognese fra due battaglie (1797-1945), Imola, 1971

Diversi Oddo
Il territorio di Castel Bolognese, Imola, 1972

Donati Angelo
Sul Senio il fronte si è fermato, Castel Bolognese, 1977

Grandi Tristano, Il servizio di Pronto Soccorso a Castel Bolognese 1944-1945, Castel Bolognese, 1976

Intervistati:

1) Aldi Bruna, impiegata bancaria, anni 19;
2) Badiali Domenico, macellaio commerciante, anni 40;
3) Borghesi Paolo, fornaio artigiano, anni 41;
4) Camerini Giovanni, studente, ferito, anni 16;
5) Casadio Domenico, partigiano, anni 23;
6) Cornazzani Enzo, impiegato comunale, anni 29;
7) Dall’Oppio Angelo, impiegato, anni 22;
8) Donati Valentino, scolaro, anni 10;
9) Garofani Primo, commerciante coadiuvante, anni 21;
10) Liverani Paolo, insegnante, anni 24;
11) Minardi Domenico, studente universitario, infermiere volontario, anni 20;
12) Montanari Michele, agricoltore, anni 42;
13) Monti Nerina, casalinga, mutilata, anni 20;
14) Quarneti Teresa in Nanni, casalinga, anni 30;
15) Tarlazzi Giovanni, ferroviere, anni 29;
16) Zannoni Romana, casalinga, moglie di un ferito, anni 28.

Nota: la professione e l’età sono riferite all’epoca dei fatti.

Altro libro consultato:

Martelli Mino
Una guerra e due resistenze 1940-1946, Imola, 1976

Indice

Nel frontespizio: fotografia del Palazzo Mengoni e dei resti della Chiesa del Suffragio ripresa dalla piazza Fanti; al centro si notano le macerie della Torre e della Chiesa del Suffragio

Premessa
Capitolo 1- Come, quando e perché il fronte di guerra fece la sosta invernale sul fiume Senio
(dicembre 1944 – 12 aprile 1945)
1) Il momento storico
2) L’Italia è territorio di guerra tra due eserciti
3) La guerra raggiunge il nostro territorio
4) Che cosa erano il fascismo ed il nazismo
5) Il fronte si avvicina al nostro paese – prima conseguenze
6) Il fronte raggiunge il fiume Senio

Capitolo 2 – Castel Bolognese è stretto dalla morsa della guerra

1) Dove e come viveva la popolazione di Castel Bolognese
2) I servizi di pubblica utilità
a) L’autorità che rappresenta la comunità di Castel Bolognese
b) I servizi municipali
c) La luce elettrica
d) L’acqua potabile
e) La polizia
f) Le banche
g) L’ospedale
h) Il Pronto Soccorso
i) L’assistenza religiosa
l) Assistenza medica ed ostetrica
m) Assistenza farmaceutica
n) Rifornimento di generi alimentari
o) Combustibile
p) Squadra UNPA
q) Il cimitero provvisorio

3) I trasporti e le comunicazioni

a) la ferrovia
b) le strade
c) Il servizio postale e telegrafico
d) Il telefono
e) La radio
f) I giornali

4) Il comportamento delle truppe occupanti

a) Le distruzioni e i feriti
b) Il lavoro coatto

5) I giochi dei ragazzi

6) I partigiani

7) La vita del paese continua – riflessioni

8) Episodi vari

a) la verdura
b) I liquori
c) Il difficile passaggio della linea del fronte
d) Che cosa è il sole
e) La festa di Sant’Antonio al Ponte
f) I bombardamenti precedenti l’attacco finale
g) La fuga dei Tedeschi
h) La macinazione del grano
i) La Liberazione è prossima

Capitolo 3 – La Liberazione

1) Da che cosa furono liberati il nostro paese e l’Italia
2) Che cosa fu la Liberazione
3) La Liberazione vista dagli intervistati
4) Conclusione

Fonti

Indice

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