L’esempio di Pierino Moschetti e di Antonio Donati

15 dicembre 1944 – 15 dicembre 1994
Discorso letto nella chiesa di San Petronio il 14 dicembre 1994

14 dicembre 1994, Chiesa di S. Petronio: rievocazione del sacrificio di Pierino Moschetti e Antonio Donati

14 dicembre 1994, Chiesa di S. Petronio: rievocazione del sacrificio di Pierino Moschetti e Antonio Donati

Ringrazio il Signor arciprete don Gian Luigi Dall’Osso ed il Consiglio Pastorale, che mi hanno dato l’opportunità di ricordare la scomparsa di Pierino Moschetti e di Antonio Donati in occasione del cinquantesimo anniversario della loro morte. Questi due giovani castellani appartenevano alla Squadra di Pronto Soccorso per il trasporto dei feriti formata da volontari. Caddero nel pomeriggio del 15 dicembre 1944, colpiti dalle schegge di una bomba sganciata da un aereo alleato, mentre si apprestavano ad uscire per adempiere ad uno dei loro compiti.

Pierino Moschetti era un giovane di 28 anni, elettricista artigiano, stimato per la sua professionalità; era sposato ed aveva due figlie ancora piccole. Figlio di un muratore e di una casalinga, era sempre vissuto nella sfera del Circolo Parrocchiale ed era un fervente cattolico. Antonio Donati era un ragazzo di 17 anni, che frequentava il Circolo Parrocchiale. Suo padre faceva il procaccia con un barroccio trainato da un cavallo e non poteva fare lavori pesanti, perché era invalido di guerra, infatti fu colpito nei polmoni dai gas asfissianti che i Tedeschi avevano lanciato contro le nostre trincee nel corso della Prima Guerra Mondiale. Doveva mantenere una numerosa famiglia composta dalla moglie e da sette figli.

Quando lo Stato è latente la Chiesa sente il dovere di assolvere uno dei suoi compiti: soccorrere chi ha bisogno. Nell’estate del 1944, quando le incursioni aeree alleate cominciarono a minacciare il nostro paese, l’arciprete don Giuseppe Sermasi sentì la necessità di formare in Castel Bolognese una Squadra di Pronto Soccorso composta da volontari, per non lasciare al caso il soccorso dei feriti. Si mise in contatto con le autorità politiche del momento, per risolvere questo problema. Trovò un aiuto nel Commissario Prefettizio delle Opere Pie Raggruppate dottor Leonardo Lapomarda, che condivise l’iniziativa assicurando ad essa il suo appoggio. Nacque così il 20 luglio di quell’anno la Squadra di Pronto Soccorso formata da volontari. I primi che si iscrissero furono proprio quei giovani che appartenevano al Circolo Parrocchiale cittadino. Io vi entrai solo il giorno 7 dicembre. Pierino Moschetti divenne il caposquadra. Il dottor Amos Bargero, delegato comunale della Croce Rossa Italiana, ne era il presidente.

All’inizio di dicembre gli Alleati avevano sferrato l’offensiva per la conquista di Faenza e del territorio sito sulla destra del flume Senio. I tedeschi, per contrastare l’avanzata delle truppe alleate giunte già nella zona di Celle, impiegarono delle batterie di katiusce, lanciarazzi a canne multiple micidiali per quei tempi, perché facevano cadere sugli obiettivi prescelti una pioggia di granate. Gli Alleati riuscirono ad individuare le postazioni di quelle batterie. Nel pomeriggio del 15 dicembre inviarono su Castel Bolognese delle squadriglie di cacciabombardieri, che colpirono alcune zone della periferia.
Era appena terminata l’incursione dei cacciabombardieri, quando chiesi al Moschetti di recarmi nello scantinato dell’Ospedale, dove erano stati trasferiti i ricoverati, perché dovevo portare dei generi di conforto ad un degente, che me li aveva richiesti. Ero appena giunto in quello scantinato quando si sentirono delle fortissime esplosioni che fecero tremare il fabbricato anche nelle sue fondamenta. Rimanemmo al buio, i ricoverati lanciavano urla di terrore, poi si fece silenzio. Nello stesso tempo sentimmo sulle nostre teste un calpestio provocato da passi affrettati e faticosi, che provenivano dal sovrastante camerone. Seguì un disperato grido proveniente dalla rampa di scale che portava nella cantina: “E’ morto Pierino, è morto Pierino”. Qualcuno accese una lucerna. Ci apparve Paolo Borghesi di Lucio, un portaferiti, che trasportava a braccia Bruno Vartesi, un altro collega, che era rimasto colpito in una gamba da schegge di una bomba. Lasciato il ferito alle cure dei sanitari, insieme con Paolo Borghesi salii per rendermi conto dell’accaduto. Giunto nel corridoio dell’entrata vidi quattro portaferiti atterriti e stravolti vicino alla guardiola e due corpi straziati sulla soglia dell’ingresso. Mi resi conto che una squadriglia di bombardieri aveva sganciato delle bombe destinate a colpire la batteria di katiusce piazzata nelle Fornaci, vicino all’Ospedale. Una bomba era caduta sulla strada, non molto distante dall’ingresso dell’Ospedale, e aveva irradiato le schegge in tutte le direzioni, proprio mentre una parte della Squadra stava uscendo per compiere un intervento. Alcune schegge avevano straziato i corpi dei due portaferiti. Pierino Moschetti era stato colpito nel ventre e negli arti inferiori, Antonio Donati aveva subito la completa asportazione di parte dell’emisfero cerebrale, tagliato in senso obliquo rispetto all’asse mediano del capo. Bruno Vartesi era rimasto ferito nella gamba destra.
Questi due giovani, vissuti alla luce del Vangelo, seppero donare la loro vita per adempiere uno dei principi della nostra fede, l’amore verso il prossimo, l’amore verso l’uomo creatura di Dio. Essi misero in pratica gli insegnamenti ricevuti. Ricordiamoli senza peraltro dimenticare che solo nella legge di Dio si trova la forza per vincere ogni dolore e per giungere serenamente alla méta cui tendiamo.

Alla loro memoria il Ministro degli Interni concesse la medaglia d’argento al Valore Civile; la Croce Rossa Italiana conferì loro la medaglia d’argento al merito; l’Amministrazione Comunale, nel 1970, intitolò ad ognuno una strada nella nuova zona sportiva.

Tristano Grandi

ingresso ospedale

L’ingresso dell’Ospedale dopo il bombardamento del 15/12/1944. Sulla strada di vede il cratere aperto dallo scoppio della bomba che uccise Moschetti e Donati e che ferì Bruno Vartesi. Si notino l’elevato numero di schegge che colpirono il muro dell’Ospedale e la porta sulla cui soglia caddero le due vittime

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