Ricordi castellani di Bruno Bolognini

Sono romagnolo e molto castellano, anche se nato in provincia di Reggio Emilia, vissuto a Ravenna per gli anni dello studio, poi a Milano per condurre una farmacia da sempre, ma il mio cuore è rimasto legato a Castel Bolognese perché di lì erano i miei genitori e i miei nonni, perché lì ho avuto gli amici più cari e sinceri, perché lì ho potuto esplicare la mia grande passione per il calcio, perché lì, dopo aver conosciuto tante simpatiche fanciulle, ho amato profondamente una splendida 16-17 enne, che solo la ingenuità dei miei diciotto-diciannove anni pensava che fosse per tutta la vita.
Amo Castel Bolognese perché, quando la Repubblichina di Salò chiamò alle armi il primo semestre del 1926 io (nato il 30 giugno 1926) mi rifugiai a Castello dove i miei nonni mi nascosero, ma non tanto da permettere al comando tedesco di obbligare al lavoro coatto tutti gli uomini del paese dai 15 ai 60 anni. Lì in quel triste periodo ho visto tappare con assi di legno i nostri bei portici, lì ho visto le prime case del paese trasformate in camminamenti perché ”loro” dovevano passare di casa in casa protetti senza pericolo di essere colpiti da qualche scheggia.
E lì tutte le mattine suonava l’adunata e gruppi di uomini e ragazzi uscivano dai rifugi muniti di badili, di asce, di seghe e di martelli per smantellare le case abbandonate della campagna per costruire trincee e fortificazioni nei campi.
Lì molte notti si riceveva il comando di andare (sotto i razzi) in prima linea a rinforzare qualche fortificazione.
E intanto piovevano le granate (solo la casa dei miei nonni in prima linea appena dietro l’ospedale ne contò una trentina).
E di notte i sonni erano interrotti dal ronzio del mitico Pippo, che scandagliava i cieli e controllava gli effetti delle granate. E fu da Castello che con un permesso speciale del capitano mi avviai (a piedi nel primo tratto, con mezzi di fortuna poi) verso Bologna per iscrivermi all’Università: e tutto questo a patto di comperare per la sua bella locale un bellissimo paio di scarpe.
E intanto gli americani, al di là del fiume Senio, attendevano il passare dell’inverno per poi partire all’attacco con i loro carri armati.
E l’attacco partì dal nord scavalcando e vanificando tutte le nostre fortificazioni e le nostre trincee.
E cosi venne il giorno della liberazione ed era bello vedere dalle feritoie delle cantine la gloriosa armata tedesca che lasciava il paese frettolosamente e con ogni mezzo comprese le carriole e le biciclette scassate…
Poi la vita cambiò, le amicizie si rinsaldarono dopo l’esperienza comune e cominciarono le passeggiate sotto i portici, le gite nei dintorni e tante partite col pallone. E fu un onore far parte della squadra locale in un periodo in cui negli allenamenti si fronteggiavano nomi famosi come il già notissimo ”Mundì” Fabbri.
Ed era bello ogni sabato, tornando dagli studi a Bologna, percorrere il lungo e alberato viale della stazione con la speranza di incontrare la fanciulla del cuore o pensare alla partita dell’indomani o andare incontro agli amici sulla piazza e intanto pregustare le delizie della buona cucina della nonna.
E alla fine di questo racconto come non ringraziare i tanti personaggi che hanno riempito le ore delle mie permanenze a Castel Bolognese dal sempre vicino Gigetto Renzi, al mitico Mamini detto Mami, ad Aldo Bosi a Sergio Zurlo, a Domenico a Zanelli a Goffredo, a Minardi e tanti altri di cui, per la mia tenera età non ricordo più i nomi.
Grazie Castel Bolognese che mi hai donato l‘affetto dei parenti, la stima e il conforto di tanti amici, la gioia del primo vero amore, la passione per il dio pallone e l’onore di considerarmi un vero paesano.

Testo scritto da Bruno Bolognini in occasione della mostra “Stramonio in Si bemolle. Ritratto della famiglia Bolognini, tra la Romagna e le Americhe, dal 1859 al secondo dopoguerra”, tenuta a Castel Bolognese dal 21 maggio al 14 giugno 2015 e letto la sera dell’inaugurazione.

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Bruno Bolognini (a destra) assieme agli amici castellani. Il primo a sinistra è Domenico Minardi

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