Storia del polacco Giorgio, soldato nell’esercito tedesco

Giorgio nel 1949

Giorgio nel 1949 accanto alla sua auto, una Standard Light Flying 12 del 1938

I soldati tedeschi sono tristemente e generalmente noti a causa delle innumerevoli atrocità da loro commesse durante i lunghi mesi di occupazione del nostro territorio. Non mancarono, tuttavia, anche alcuni episodi di familiarizzazione e di solidarietà fra i civili e i soldati dell’esercito occupante. Si trattava generalmente di soldati semplici, che ben intuivano l’esito della guerra e che temevano di non poter più rivedere le loro famiglie. Molti di loro, prima di lasciare Castel Bolognese, avevano promesso di tornare a guerra finita, se fossero sopravvissuti, e non avevano mancato di mettere in guardia i castellani circa la ferocia dei tedeschi “vestiti di nero” (le SS) che sarebbero arrivati di lì a poco, con l’avvicinarsi della prima linea.
Nel libro “Un’infanzia nella bufera”, Maria Landi ricorda con affetto il soldato Willy, conosciuto mentre era sfollata nella villa Centonara, del quale non ha mai avuto più alcuna notizia; Anna Conti, invece, conserva ancora le fotografie di due soldati tedeschi diventati amici della sua famiglia: sul retro delle foto avevano scritto i loro nomi (Willy, solo omonimo del soldato appena citato, e Fritz) e i loro indirizzi (con grafia non troppo comprensibile, ndr), ma anche di loro non si seppe mai nulla.
Varie famiglie della zona del Borello, invece, furono protagoniste della storia (a lieto fine) di Giorgio il polacco. Un alone di mistero circonda la sua storia e rimane più di un dubbio sul suo vero ruolo. Era una spia alleata, come alcuni suppongono e come lui stesso lasciava intendere in qualche modo? Pare più probabile che fosse un soldato di origini polacche che faceva parte dell’esercito tedesco e che aveva deciso di unirsi agli alleati.
Le traversie passate da Giorgio prima di arrivare a Castel Bolognese non ci sono note; presumibilmente era nativo della parte di Polonia che subì l’invasione tedesca del 1939 e fu teatro di uno dei tanti crimini di guerra nazisti. E’ probabile che il nostro Giorgio, come molti altri, fosse stato incluso nella Deutsche Volksliste (ossia Lista del popolo tedesco), un’istituzione nazista ideata da Heinrich Himmler che serviva a “classificare” gli abitanti dei territori occupati dalla Germania in categorie più o meno desiderabili, che includevano le persone di origine tedesca o quelle che venivano considerate utili al Reich. L’essere iscritto in questa lista portava a godere alcuni privilegi nella Polonia occupata, ma per un uomo come Giorgio comportava anche l’arruolamento nell’esercito tedesco.
Nell’inverno 1944-1945 il nostro Giorgio, forse intuendo anche l’imminente disfatta nazista, in attesa di fuggire più lontano pensò di temporeggiare trovando riparo presso alcune case di campagna nella frazione Borello. Dapprima si rifugiò nella proprietà di Sante Bellosi e famiglia (i Carmona), sita in via Paoline Lesina. Dato che presso i Carmona erano alloggiati alcuni sfollati sulla cui discrezione non si poteva essere certi, pochi giorni dopo Francesco Bellosi (detto Cecoli) accompagnò Giorgio alla vicina casa di Giuseppe Costa (Pumpiga Znè), dove poteva stare più sicuro, dato che quella proprietà non era occupata da nessun tedesco. Giorgio appose sulla casa una scritta in tedesco, la cui traduzione era “Casa occupata da tre camerati”, per fingere così che oltre a lui fossero presenti altri soldati tedeschi, che avrebbe detto essere in giro di perlustrazione qualora si fosse presentato qualcuno a chiedere qualcosa.
Giorgio si conquistò ben presto l’amicizia della famiglia Costa, instaurando un ottimo rapporto anche con il giovane Sergio Costa, che ricorda che Giorgio sapeva molte lingue e aveva imparato bene anche il dialetto romagnolo, che parlava quando giocava a carte con lui. Il polacco raccontava anche di far parte di un corpo speciale (erano 16 in tutto il fronte) e di aver bisogno di raccogliere il maggior numero di informazioni possibili sui tedeschi. Per fare questo era continuamente impegnato in missioni di perlustrazione e ciò lo portò ben presto a stringere amicizia anche con la famiglia di Umberto Soglia, che viveva nella vicina “Cà d’Cantò”, sita in via Casone.
Sergio Costa ricorda che Giorgio rimase presso di loro 17 giorni circa; per un analogo periodo di tempo, come racconta Carlo Soglia, frequentò anche la “Cà d’Cantò”. E’ probabile che ciò sia avvenuto in contemporanea anche se, a quanto pare, Giorgio dormiva sempre presso i Pumpiga.
Fu proprio mentre si trovava al Borello che in quella zona cadde un aereo militare alleato. Il fatto avvenne il 4 gennaio 1945 e ciò ci permette di datare abbastanza precisamente anche la fuga di Giorgio. Sergio Costa ricorda benissimo l’immagine dell’aereo in fase di caduta, dato che aveva quasi sfiorato la sua casa; egli vide che alla coda dell’aereo era rimasto impigliato il paracadute a cui era appeso il pilota, la cui sorte era segnata. L’aereo si schiantò al suolo poche centinaia di metri più a est, nel podere Lesina. Giorgio fu fra i primi ad accorrere sul luogo del disastro, si occupò del recupero dei resti del pilota che seppellì lungo la via Paoline Lesina, nei pressi della casa Galdini. Egli si premurò anche di conservare la piastrina dello sventurato pilota.
Durante la permanenza al Borello Giorgio era riuscito a disegnare una dettagliata piantina con le posizioni delle “katiusce” tedesche che aveva potuto vedere e inoltre, essendo comunque rimasto in divisa da graduato, aiutò le famiglie della zona nei rapporti con i tedeschi. Carlo Soglia ricorda che il polacco non ebbe difficoltà a mandare via vari soldati semplici che si aggiravano presso la “Cà d’Cantò”. La copertura trovata, comunque, non poteva reggere troppo a lungo e Giorgio, dato che era annunciato l’arrivo delle SS a sostituire il corpo armato di stanza nel comando sito poco lontano, si rese conto che sarebbe stato facilmente individuato come disertore o spia e quindi decise di passare la linea del fronte.
Il modo lo aveva già studiato, anche su indicazione di Francesco Bellosi, che gli aveva spiegato come raggiungere “e pass ‘d lungaia”, ossia una passerella che consentiva di attraversare il fiume Senio in parrocchia Casanola, a metà strada fra Castel Bolognese e Solarolo. Maria Baroncini, moglie di Giuseppe Costa, ricavò da un lenzuolo bianco una specie di mantellina che Giorgio avrebbe utilizzato per mimetizzarsi alla meglio nel paesaggio innevato. Dopo essersi fatto dire l’ordine del giorno, e essersi procurato, grazie a Giuseppe Costa, un bastone, partì verso il fiume. Il tentativo fallì: il fiume Senio era in piena e la passerella era praticamente sommersa. Giorgio si infradiciò fino al midollo e fece retromarcia, tornando dai Pumpiga. Quando arrivò, ricorda Sergio Costa, egli batteva letteralmente i denti dal freddo e si fece preparare un thè. Era ancora bagnato quando, da una finestra, per non farsi vedere in quelle condizioni, gridò a squarciagola attirando l’attenzione dei tedeschi del comando, che stavano smobilitando, e intimando loro di restituire immediatamente i documenti che avevano sequestrato a Sandrino Plazzi e Giannino Guerrini.
Il nascondiglio oramai era troppo insicuro per Giorgio, e occorreva subito tentare un altro modo di varcare la linea del fronte. La sera successiva decise di passare nuovamente all’azione. Si presentò quindi alla “Cà d’Cantò” e arrivò giusto in tempo per scacciare altri soldati tedeschi che erano intenzionati a razziare viveri e altri beni che i Soglia tanto faticosamente avevano cercato di salvare. La moglie di Umberto Soglia, Luigia Pirazzini (detta Gigina), che, come i Costa, si era anche lei affezionata a Giorgio, gli diede un lenzuolo e qualcosa da mangiare.
Il nuovo piano di fuga, simile al precedente, prevedeva l’attraversamento del Senio più a monte, dove il corso d’acqua era più stretto: Giorgio si diresse quindi verso la zona del “taglio del fiume”, in parrocchia Campiano, ma oramai sfinito da una forte febbre, dovette rifugiarsi in una casa vuota dove era riuscito ad arrivare. Egli si addormentò e riposò per molte ore, finché non si svegliò trovandosi a fianco due soldati tedeschi che lo presero prigioniero e decisero di portarlo al loro comando. Durante il tragitto, però, iniziò un violento bombardamento. I due soldati, impauriti, indicarono a Giorgio come raggiungere il comando e fuggirono a gambe levate. Anche Giorgio scappò, e approfittò della libertà così fortunosamente ritrovata per dirigersi di nuovo verso il fiume: si nascose in un cespuglio e utilizzò il lenzuolo bianco per mimetizzarsi nel paesaggio innevato. La posizione raggiunta costituiva un osservatorio privilegiato e Giorgio ebbe modo di osservare delle staffette che attraversavano il fiume e così, appena ci fu l’occasione, riuscì anche lui a raggiungere la sponda opposta. Ben presto finì in mano agli Alleati e Giorgio, dopo un periodo di cure, potè molto probabilmente aggregarsi al 2° Corpo Polacco del generale Anders.
L’ultima parte della storia e il lieto fine furono raccontati dallo stesso Giorgio a guerra finita. Egli tornò alcune volte a Castel Bolognese per ringraziare coloro che lo avevano tanto aiutato. Un primo passaggio lo fece poco dopo la fine della guerra, per occuparsi del recupero della salma del pilota da lui sepolta qualche mese prima. Agli amici castellani fece avere anche alcune sue fotografie. Quelle inviate alla “Gigina”, conservate gelosamente da Francesco Soglia, sono datate 1949, e lo ritraggono nel giardino della sua abitazione e a fianco della sua automobile. La marca inglese del veicolo, che abbiamo identificato essere Standard Light Flying 12 del 1938,  la targa “BCJ 453” e la sua disposizione nella fotografia, ci permettono di ipotizzare che Giorgio si fosse trasferito in Inghilterra, cosa che, fra l’altro, aveva fatto la maggior parte dei componenti del 2° Corpo Polacco.
I contatti con lui si persero moltissimi anni fa. Chissà che la pubblicazione online della sua avventurosa storia non consenta di scoprire qualche dettaglio in più (come il cognome e il suo vero nome, Georg in tedesco oppure Jerzy o Jurek in polacco) o di avere sue notizie più recenti.

Testo basato sulle testimonianze orali di Carlo e Francesco Soglia (figli di Umberto e Luigia Pirazzini), di Sergio Costa (figlio di Giuseppe e Maria Baroncini) e di Fiorenzo Bellosi (figlio di Sante).
Si ringraziano Francesco Soglia e Anna Conti per le fotografie.

Altra immagine di Giorgio risalente al 1949

Altra immagine di Giorgio risalente al 1949

Il soldato Willy, originario di Botenheim, circondario di Heilbronn

Il soldato Willy, amico della famiglia di Anna Conti

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Particolare del retro della fotografia, con i dati del soldato Willy

Il soldato Fritz

Il soldato Fritz, originario della zona di Dresda, , amico della famiglia di Anna Conti

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Retro della fotografia, con i dati del soldato Fritz

Sitografia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Deutsche_Volksliste

Pagina pubblicata il 6 gennaio 2014, aggiornata il 10 febbraio 2014 e il 6 gennaio 2018

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia, Storia del polacco Giorgio, soldato nell’esercito tedesco, in http://www.castelbolognese.org

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