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"I Giapitê"
di Antonio Corbara
Quanta non ce ne sarebbe da dire sui pittori di ex-voto! anche perché, in tempi in cui la
salutare ventata dei Murri dei Lanzoni dei Bonaiuti, rendendo un prezioso e magari
malinteso servizio alla "realtà" del sentimento sacro, non aveva ancora
snebbiato le tante allucinazioni, certe smarrite manifestazioni di anime in pena trovavano
il loro equivalente nelle velleità di pittori, falliti forse, ma non perciò meno sinceri
nel "trarre" dal loro semplice istinto e buon senso di artisti tanto
inconsapevoli quanto credenti.
Lavvertimento serve di semplice cappello alla rimessa in carreggiata del nome
praticamente caduto di coloro che sul finire del secolo passato furono "i
pittori" per antonomasia di Castelbolognese, cioè due almeno dei Borghesi,
soprannominati "i Giapitê", e dei quali i pellegrinaggi sommati in tanti anni
da chi scrive salvano le figure di almeno Augusto e, più consistente, di Francesco. Ma se
il primo, al momento quasi evanescente, non lo leggiamo che, in data 1891, in una tabella
delloratorio della Fognana presso Tebano di Faenza, laltro pur nel cerchio
delle velleità più o meno sfogate di cui si diceva, mantiene tuttora una certa
consistenza. Le sue notizie a stampa si raccolgono intanto quasi solo nel noto libro del
Padre Serafino Gaddoni sulle chiese della Diocesi imolese (pagg. 61, 144) (1),
e sono notizie giustamente messe dal dotto in connessione con fatti deprimenti o negativi.
Attestano invero la presunzione del nostro di erigersi a rifacitore di roba, cioè di
quadri, altrui (vizio oggi tuttaltro che spento): sotto, beninteso, lo stimolo
inopportuno di parrochi committenti quanto incompetenti. Si tratta ad esempio di una pala
daltare di uno dei Cignani, Paolo, del sec. XVIII, già a Campiano, pieve di
Castelbolognese (dove è andata distrutta nel 1945), e di altre due con S. Martino e con
S. Lucia esistenti a Mazzolano di Riolo. La manomissione attesta in modo inconfondibile la
mania del nostro nel ricalcare, pesticciare, trasformare, e infine rovinare del tutto,
quanto poteva esserci di buono in quadri antichi; il che con tanta presunzione ed
insistenza, accompagnate da un colore incollato e indelebile, da impedire ogni speranza di
recupero. Ma per fortuna il Borghesi quando non disturba gli altri si limita ad operare
del suo: più o meno bene quando si picca dautore sacro e daltari: come nella
telina priva di data in San Silvestro presso Faenza (F. Borghesi Pinx...!), o nel Profeta
Elia, del 1882, al Carmine di Russi, o nel grande S. Antonio Abate, 1873, alla chiesa
della Serra. Meglio di certo fa quando, dimessi panni curiali e applicatosi con animo meno
complicato al suo modesto cavalletto, rientra nel seminato e dipinge per commissioni,
passategli o da area locale oppure da più ampia rete romagnola, per gli ex-voto dei
Santuari. La sua fama anzi dovette crescere, pensiamo proprio allombra di quello a
lui più vicino e consueto, lImmacolata in S. Francesco di Castelbolognese, quindi
in patria. Sussistono nella locale Collegiata, provenienti dal Santuario, e salvate in
extremis dal disastro bellico, varie tabelle e cartoni, pennellati con puntigliosa
diligenza e robustezza. Furono esposti localmente qualche anno fa. Curioso però notare
che tali opere fatte in paese non sono mai firmate da lui, così meticoloso invece nel
fissare la filiazione allorquando lopericciola emigra. Noi le distinguiamo benissimo
lo stesso dal loro fare caratteristico, dal colore sempre terso e chiaro, e nella
distribuzione elementare dei dati. Al gruppo ora citato dellImmacolata si lega una
immagine della stessa, oggi in possesso di D. Sandrino Pompignoli, cappellano
allOspedale; mentre una seconda serie spettante al culto (qui spento) del B.
Giuseppe Labre (una figura famosamente ritratta a Roma nel settecento dal Cavallucci e, in
età moderna, dal De Pisis in un quadro andato poi distrutto) labbiamo salvata
dallabbandono nella collegiata di S. Petronio.
Il punto di arrivo più lontano che sin qui conosco dei pellegrinaggi del
"Giapitê", non si può dire se coi suoi propri piedi, ovvero con
lintermezzo carreggiato dei quadri, lo si rintraccia a Predappio Alta, alla Maestà,
in un cartone del 1883 per la famiglia Giannelli, notabili del luogo. Quante altre sue
fatiche saranno andate perdute nello spoglio ormai generale, quanto inconsulto, dei tanti
Santuari via via "ripuliti" da massari delle Confraternite e da parroci, con
relativa dissipazione di tanta e tanta roba "vecchia", cioè storica, ed
inalienabile patrimonio nazionale, non è il caso di cercare. Sarà solo curioso
osservare, che nella massa cospicua di ex-voto rimasti (ed ora catalogati dalla
Soprintendenza) al Santuario della Salute nella vicina Solarolo, i "Giapitê" di
Castelbolognese non fanno comparsa: luniforme produzione del luogo, dopo
lavvio dal 1744 almeno, si accentra dopo la metà del secolo XIX su due o tre
anonime figure, fertilissime, nel cui territorio non era, evidentemente, permesso
sconfinare; così come viceversa.
testo tratto da "La Piè", n. 3, maggio-giugno 1965
(1) Scrive il Gaddoni sul restauro della pala del Cignani che il quadro fu
"malamente ritoccato da Francesco Borghesi di Castelbolognese, detto Giapitè, che
rovinò non poche opere d'arte nella vallata del Senio".
Sul S. Martino esistente nella chiesa di Mazzolano, che il Borghesi modificò, su
richiesta del pievano, in Sant'Antonio aggiungendo una fiaccola e un campanello, il
Gaddoni dice che il quadro "è stato deturpato dal Borghesi (Giapitè) di
Castelbolognese".

Ex-voto dipinto attribuito a Francesco Borghesi
(Museo Parrocchiale di Castel Bolognese)
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Ex-voto dipinto da Augusto Borghesi nel 1891
(proveniente dall'Oratorio della Fognana di Tebano) |
Immagini tratti da:
- Pier Paolo Sangiorgi (a cura di), La madonna di Castel Bolognese: storia, devozione,
cronaca, Castel Bolognese, Itaca, 1993
- Stefano Borghesi e Giuliano Castellari (a cura di), Il culto della B.V. della Fognana a
Tebano, Castel Bolognese, Grafica artigiana, 1994.
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