Il carnevale dei tempi passati a Castel Bolognese

Una delle tante mascherate organizzate in Castelbolognese dal maggiore cav. Leonida Marzari. 1892-1900 (Fondo Pietro Costa, Bibl. Comunale di Castelbolognese)

“Sembra il carnevale di una volta!”: così si esprimono gli anziani e i vecchi castellani che, osservando il Carnevale di questi anni, ricordano con nostalgia i bei tempi della spensierata allegria che prendeva un po’ tutti nel vorticoso giro dei balli che furoreggiavano allora. E ciò che soprattutto lo fa apparire molto diverso da quello di oggi è l’attuale assenza di popolo dalle strade e piazze, è la mancanza del concorso collettivo ala formazione di un clima di festa che veniva a cessare solo il mercoledì di Carnevale, quel giorno che era comunemente chiamato “San Grugnô”, cioè il giorno dalla faccia ingrugnita per le tasche ormai vuote e per i residui degli strapazzi e delle sbornie.

Le feste di Carnevale si svolgevano dalla “Pasquetta” alle Ceneri, la prima domenica di Quaresima e una domenica di mezza Quaresima. Ne annunciavano l’inizio e le chiudevano il “concertino” formato da un gruppo di suonatori che “faceva” il corso eseguendo ballabili, seguito da un codazzo di ragazzi schiamazzanti che si disperdevano ogni tanto per gettarsi sui confetti, sulle castagne e sulle arance che venivano lanciati da buontemponi che affollavano i loggiati e la strada. Anche da noi si usava confezionare un grosso pupazzo con vecchi abiti femminili riempiti di paglia e che rappresentava la “segavecchia”. Veniva posto vicino ad una delle bancarelle che vendevano frutta secca, lupini e bracciatelli, poste ai quattro angoli della piazza e tenute dalla Pipèta, Zirolma, Varginona, Teresina d’la Buga.

I balli avevano luogo nella sala Garibaldi situata in fondo a destra del cortile del Palazzo Mengoni, chiamato il “cortile del frati”. Per disporre di maggior spazio, essendo la sala non molto vasta, si utizzava una parte della adiacente pescheria e del loggiato che veniva chiuso, alla meglio, con un assito provvisorio senza che un mezzo qualsiasi di riscaldamento attenuasse la rigidezza del clima invernale. L’orchestra era costituita da suonatori della banda che assumevano la gestione delle feste. Per l’occasione veniva cosiruito un palco di legno, un po’ alto, per ospitarvi i musici che suonavano, naturalmente, istrumenti a fiato. Il frastuono si può immaginare come si immagina l’esigenza del bere che gli stessi suonatori avevano a causa dello sforzo e del caldo, e le conseguenze delle libagioni. I balli si eseguivano intercalati: valzer, mazurka, polka, monferina, e fra di essi trascorrevano un intervallo di dieci minuti buoni. In questi intervalli si sceglieva la ballerina che era invitata alla danza prima dell’inizio di ogni ripresa e con essa si faceva, più volte, a braccetto, il giro della sala. La serata veniva chiusa, con un “galloppo”, nelle prime ore del mattino. Sempre molte le maschere per le quali non mancavano concorsi a premio.

Esistevano nel paese altri luoghi di carattere più popolare, chiamati “festini” o “quartirul”, costituiti da una camera, spesso disadorna, nella quale si entrava liberamente pagando un soldo ogni ballo. La sosta nei “festini” era di solito breve e si passava da un “festino” all’altro dopo pochi balli. Ne esistevano diversi e si ricordano quelli di Ligeri, di Pirat, di Castòr, di Stuvanè de foren. I suonatori erano tipi caratteristici del paese: Gigiò sunador, il figlio “Gumité”, Bartlì, “la Vernia”, Celso, tutti di modeste capacità che dovevano, spesso, sopportare le burle, a volte crudeli, di qualcuno. E si ballava tanto, ovunque, che per le donne esisteva il detto: “a la fèn de carnevel, l’as va a cà senza grimbiel” (alla fine del carnevale, torna a casa senza grembiale).

Uno dei motivi di maggior interesse del vecchio Carnevale era costituito dai carri allegorici dei quali fu, per molti anni negli ultimi decenni dell’ 800, animatore e realizzatore Leonida Marzari (1), garibaldino ed ex maggiore dell’esercito. Vi partecipavano giovani d’ambo i sessi che davano vita a belle allegorie quali “I calderai”, “Le Muse” ecc. e che si recavano anche nei paesi vicini. Dei “Calderai” ricordiamo alcune strofe di una canzone che era il richiamo del mestiere che rappresentavano:

“Noi siamo zingari calderai
che veniamo da Vicenza
siam venuti ad accomodare
le padelle di Sua Eccellenza.
Due botte noi gli diamo
le padelle accomodiamo
e per quelli che non senton
ci convien ancor gridar: i calderai”.

Va aggiunta in dialetto un’altra frase:

“Mè ai dirò sgnora padrona
che la sua padèla l’è poco bona”

per continuare col ritornello:

“due botte noi gli diamo, ecc”.

Un’altra ragione di allegria proveniva dai “mascheroni”, da uomini, cioè, che, vestiti nelle fogge più buffe, andavano per il paese e subendo scherzi di ogni genere. Usavano, fra l’altro, portare una canna con un lungo filo al quale era appeso un fico secco che i ragazzi dovevano prendere con la bocca, al volo. Erano sorte pure, poco prima della guerra 1915-18, società a scopo divertentistico dai nomi curiosi “Buton” e “Ginori”. Il conflitto sconvolse tutto. Dopo di esso nacque la società dei “Sempre giovani” che aveva perfino il suo inno scritto da Francesco Tosi, detto il “maestrino”, insegnante, e musicato dal noto maestro-compositore lughese Balilla Pratella.

Abbiamo descritto in breve come si svolgeva il Carnevale fra i due secoli, Il suo mutamento cominciò a verificarsi negli anni successivi il primo dopoguerra, quando ii fascismo con le sue leggi restrittive delle libertà, con le persecuzioni e gli atti di squadrismo rendeva difficile la vita dei cittadini. Le amicizie considerate sospette non si potevano coltivare, l’odio e la violenza demolivano sistematicamente il clima concorde di prima e le iniziative assumevano la sola insegna del littorio.

(1) Una lapide posta nel famedio del Cimitero lo ricorda ai posteri con la seguente    epigrafe: “Da San Martino a Porta Pia / da volontario diciannovenne / a maggiore dell’esercito / conobbe / tutti i campi di battaglia / fiero / dei galloni di caporale / datigli ad onore / da Giuseppe Garibaldi”.

Testo tratto da: Un paese di Romagna: Castelbolognese fra due battaglie: 1797-1945 / Pietro Costa. – Imola : Galeati, 1971.

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