Dal forno Farolfi o “d’La Muzôna” al forno Marchi, una storia lunga oltre 170 anni

di Andrea Soglia

Trì padlôn d’brazadèla dla Muzôna, una ghiba d’zucarên d’Gnazi ch’un i ingì dla Marassi e dò infilêd d’brazadèl da la cros.
(Ubaldo Galli, L’abarandlêda)
Tre padelloni di ciambella de La Muzôna, una civèa di zuccherini di Gnazi con i confettini delle Marasse e due infilzate di bracciatelli della croce.
(Ubaldo Galli, Un’arrandellata)

Il 17 novembre 2018 è una data in qualche modo storica per Castel Bolognese. In quel giorno infatti ha cessato l’attività il forno Marchi e, salvo che non subentri un nuovo gestore, si può dire che si sia definitivamente interrotta una storia durata oltre 170 anni, proseguita anche durante i lunghi mesi della sosta del fronte a Castel Bolognese e caratterizzata da due dinastie di fornai: i Farolfi e i Marchi.
Giovanni Farolfi (1806-1874), che chiameremo senior e che era soprannominato Ticlina, nel 1843 esercitava la professione di muratore e viveva in via Gattamarcia. Tre anni dopo, però, risulta già essere fornaio: non sappiamo dove fosse ubicato il suo forno e nemmeno se avesse rilevato l’attività da un’altra persona, ma possiamo affermare con certezza che fra il 1843 e il 1846 iniziò la storia che andiamo brevemente a raccontare.
Giovanni senior era sposato con Orsola Pirazzoli e aveva 5 figli, fra i quali due maschi Antonio (1838-1882) e Giuseppe (1846-1917) che fin da piccoli aiuteranno il padre nel lavoro e gli subentreranno poi nell’attività.
Nel 1874 il forno Farolfi risulta essere ubicato nel Borgo, allora denominato San Carlo. E’ ipotizzabile che fosse già collocato nella grande casa Dal Prato-Sangiorgi, che faceva angolo fra il viale poi intitolato a Umberto I e la via Emilia, dove attualmente sorge l’edificio che ospita il Museo Civico e il Centro Sociale. Ad ogni modo il forno (ed anche l’alloggio della famiglia Farolfi) ad inizio ‘900 si trovava effettivamente nella casa Dal Prato, come testimoniano anche alcune fotografie che mostrano l’inizio di quello che ancora oggi chiamiamo il Borgo e una sorta di tenda con la scritta “Forno” collocata nell’arco che dava inizio al porticato.
Alla morte di Antonio, rimase solo Giuseppe, detto Zuantello, a condurre il forno. Negli anni a seguire verrà affiancato da due dei suoi figli, Giovanni junior (1881-1948) e Domenico (1891-1974) che diventerà notissimo col soprannome di “La Muzôna” e il forno Farolfi verrà chiamato universalmente il “forno d’La Muzôna”.
Alla morte del padre i due fratelli Farolfi proseguirono l’attività e ben presto decideranno di trasferirla lungo il Corso Garibaldi, oggi via Emilia interna, nell’edificio dove il forno è rimasto fino al 2018. Una cartolina degli anni ’20 e alcune pubblicità del 1928 confermano l’avvenuto trasferimento del forno.
Durante i lunghi mesi della sosta del fronte a Castel Bolognese, il forno Farolfi fu l’unico in grado di funzionare, anche perchè ubicato in posizione meno esposta (anche se certamente mai al sicuro) ai tiri di granata rispetto agli altri forni del paese. Della situazione del forno si trovano alcuni riferimenti nei verbali della Consulta Comunale, che di fatto era elemento di governo e che si era costituita a fine 1944 con lo scopo di provvedere alle necessità di Castel Bolognese. Nella seduta del 16 febbraio 1945 Tommaso Morini informava che Domenico Farolfi (fra l’altro rimasto vedovo nell’estate precedente) intendeva abbandonare la gestione tecnica e la direzione del forno, mantenuta fino a quel momento, esprimendo la volontà di cedere la gestione direttamente alla Consulta e la direzione al fratello Domenico mantenendo i due operai in organico fino a quel momento, fra cui, a quanto consta dalle testimonianze orali dei figli, vi era Raimondo Fabbri, che era proprietario del forno sito nel torrione dell’Ospedale. La Consulta Comunale assunse la gestione del forno dal 17 febbraio 1945 “fino al ritorno della vita normale del paese”. La gestione, nei primi 15 giorni, si rivelò soddisfacente e ci fu modo di ribassare il prezzo di cottura del pane. Paolo Borghesi, anche lui fornaio, che aveva dovuto sospendere l’attività, così ricordava nel 1984-85: “Tante erano le difficoltà quotidiane da superare. Una era la cottura del pane. Nel forno di mio cugino, chiamato “della Muzona”, sulla via Emilia, cuocevano il pane; i partigiani [sic!] avevano organizzato il servizio: occorreva cuocerlo a turno. Assegnavano ai cittadini il giorno in cui potevano cuocere il pane, che essi, però, dovevano preparare a casa.”
Tornato il paese alla tanto sospirata normalità, il forno “d’La Muzôna” rientrò in pieno possesso dei fratelli Farolfi. Una volta deceduto Giovanni, Domenico proseguì l’attività fino al 18 dicembre 1950 quando cedette la licenza ad Antonio Poletti di Celso, continuando molto probabilmente a seguire la vita del forno da molto vicino. Il Poletti passò poi la mano il 28 marzo 1956 quando subentrò Lino Biffi fu Giovanni. Appena un anno dopo il Biffi cessò l’attività, e dal 2 aprile 1957 titolare della licenza divenne Olindo Marchi (1914-1989) assieme ai fratelli Alberto (1917-1995) e Giovanni (1929-2008).
E’ Franco Marchi, figlio di Alberto, a raccontarci l’avvio del forno Marchi.
I fratelli Marchi lavoravano a mezzadria il podere Zarlam. Il contratto sarebbe scaduto qualche mese più avanti e quindi nella primavera del 1957 solo Alberto potè occuparsi del’avvio dell’attività. Franco Marchi ricorda perfettamente che proprio Domenico Farolfi “La Muzôna” li assistette negli inizi, insegnando loro moltissime cose, compresa la preparazione del classico bracciatello castellano “e brazadèl dla cros”. Verso il mese di settembre arrivarono anche Olindo e Giovanni e quindi il forno Marchi entrò nel pieno dell’attività e anche i giovani figli dei tre fratelli, nel loro piccolo, davano una mano nella conduzione dell’attività. Franco Marchi, ad esempio, prima di andare a scuola consegnava il pane ai vari negozi che si rifornivano dal forno, servendosi della bicicletta.
Franco ricorda anche che i contadini castellani, seguendo un’usanza radicata da anni e che si è perduta oramai da alcuni decenni, portavano al forno la farina per far fare il pane. In cambio di 1 quintale di farina il contadino riceveva 1 quintale di pane, e il guadagno del fornaio stava nei chilogrammi in più di pane (circa 20) che si ottenevano dalla farina ricevuta una volta impastata con l’acqua. Col passare degli anni poi il forno cominciò a chiedere anche 5 lire al chilogrammo per la lavorazione della farina ed infine si passò a 10 lire.
Nel 1960 Alberto Marchi trovò impiego in ferrovia ed uscì dall’azienda. Rimasero così Olindo e Giovanni e le rispettive famiglie.
Nel 1981 l’ultimo significativo cambiamento, con il passaggio della titolarità del forno a Marino Marchi, figlio di Giovanni e la prosecuzione dell’attività con la collaborazione fondamentale della moglie Caterina e per un certo periodo del fratello Loris prima e del figlio Fabio poi.
La lunga storia si è interrotta bruscamente il 22 ottobre 2018 con la prematura ed improvvisa scomparsa di Marino Marchi. La rivendita del pane attiva da diversi anni in via De Gasperi è stata immediatamente chiusa, mentre il forno ha riaperto solo per qualche settimana fino al fatidico 17 novembre 2018, giorno in cui il forno Marchi ha abbassato definitivamente la serranda, privando il paese di una presenza importante.
E con la scomparsa di Marino e la successiva chiusura del forno sono scomparsi anche certi antichi sapori e saperi e segreti che venivano da tempi molto lontani. E anche la castellana tradizione del brazadèl dla cros ha subito un duro colpo, essendo rimasto soltanto il forno Pini a portarla avanti.
Nell’imminenza della chiusura, approfittando della disponibilità della signora Caterina, che ringraziamo sentitamente, siamo andati a scattare alcune fotografie sia al laboratorio sia al negozio, in modo da avere almeno qualche immagine a ricordo di questa attività storica. Ad esse affianchiamo la documentazione più antica raccolta negli archivi e alcune belle fotografie messe a disposizione da Ornella Cavini (che pure ringraziamo per la gentilissima collaborazione), che ritraggono anche alcune fasi della preparazione dei bracciatelli.

Fotografie e documenti storici

L’inizio del Borgo negli anni ’30 circa. Il forno Farolfi si è già trasferito ma è rimasta ancora l’insegna del forno che mostra l’esatta ubicazione dell’attività (si ringrazia Valentino Donati per la fotografia).

Particolare della foto precedente.

Il forno alla fine degli anni ’20 da poco trasferito lungo la via Emilia. Sulla facciata dell’edificio la scritta “Forno moderno” ben presto scomparsa. Nell’edificio attiguo si nota la “Casa del Fascio” (collezione Pier Paolo Sangiorgi).

Particolare della scritta.

Panettieri attivi a Castel Bolognese nel 1889. Fra essi Giuseppe Farolfi (da Annuario d’Italia amministrativo-commerciale).

Panettieri attivi nel 1933 a Castel Bolognese. Rimasti soltanto 3, fra essi vi è Domenico Farolfi (da Annuario generale d’Italia).

La famiglia Marchi quando viveva ancora nel fondo Zarlam. Da sinistra, in alto: Olindo, Giovanni e Alfredo Marchi. Da sinistra, in basso, il piccolo Franco Marchi col padre Alberto e una cugina della mamma (Biblioteca comunale di Castel Bolognese, Fondo Pietro Costa).

La preparazione dei bracciatelli (foto di Ornella Cavini, marzo 2014)

Prodotti dolciari del forno Marchi

Torta (foto di Andrea Soglia, novembre 2018).

Il forno Marchi

(ove non specificato le fotografie sono di Andrea Soglia)

Brioches, bomboloni, pasticceria mignon e pizze.

Il laboratorio del forno (novembre 2018)

(ove non specificato le fotografie sono di Andrea Soglia)

Fonti documentarie:
-Archivio della Parrocchia di San Petronio, Stati delle anime (1843,1846,1903)
-Biblioteca comunale di Castel Bolognese, fondo Fortunata Santandrea, registri contabili della farmacia Tassinari
-Archivio storico comunale di Castel Bolognese, titolo XI, anni 1950-1960

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Andrea Soglia, Dal forno Farolfi o “d’La Muzôna” al forno Marchi, una storia lunga oltre 170 anni, in http://www.castelbolognese.org

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