A jel e Sgnor Cônt Pôrz?

Questa è una di quelle fole che mi raccontava mia zia Virginia nei tanti pomeriggi passati assieme ed un fondo di verità la storia deve averla perché lei stessa la sentì raccontare dalla figlia della diretta interessata, cioè da Margherita Camerini-Porzi che era sua collega ed ha insegnato anche a Castel Bolognese alle scuole medie.
Ma veniamo a presentare i protagonisti. La famiglia Camerini-Porzi discende dalla più vasta famiglia Camerini di Castel Bolognese. Il ramo è quello del Duca, ma per trovare antenati comuni occorre risalire a Domenico (n. 1678) dal quale attraverso il primogenito Paolo Astorre (n. 1711) si scende fino a Silvestro, mentre attraverso il quartogenito Bartolomeo (n. 1716) si scende al nipote Pasquale (n. 1798) ottavo figlio di Sante (n. 1762) e Maria Maddalena Visani. Pasquale sposò Maria Borzatta, si trasferì da Biancanigo nella parrocchia di Campiano e, per la precisione, nel fondo Caia. Così almeno annota il parroco nell’atto di battesimo del loro primo figlio, Paolo, nato il 20 ottobre 1828. Il loro ultimogenito Raffaele (1848) sposò la contessa Augusta Porzi, di nobiltà imolese d’origine forlivese e mutò il cognome in Camerini-Porzi, conservando anche il titolo nobiliare per sé ed i figli. Dalla coppia nacque Cesare nel 1878; questi, vasto proprietario terriero, era solito frequentare il mercato di Castel Bolognese ove una sua parola era Vangelo: mai concludere un affare agricolo senza averlo consultato. Per tutti i contadini della zona, che ne conoscevano solo il cognome storpiato in dialetto era e Cônt Pôrz; che suonava come il Conte Maiale ma di ciò nessuno si era mai chiesto il perché, né la sua vita ha mai dato adito a scandali, avendola condotta come marito e padre esemplare.
Succede che in un venerdì di mercato un gruppo di contadini si attarda per concludere un affare. Mezzogiorno era suonato da un pezzo dall’orologio della Torre Civica quando, finalmente, l’accordo fu trovato. Ma mancava l’illuminato parere del Cônt Pôrz al quale nessuno voleva rinunciare. La piazza tuttavia si era spopolata ed il Conte l’aveva già lasciata per far ritorno a casa, la villa di campagna presso il fondo Maccolina, tuttora esistente, sulla strada che un tempo conduceva al guado del fiume per giungere al Mulino Fantaguzzi poi a Cuffiano e che da qualche decennio è stata fatta proseguire fino a Villa Vezzano.
I contadini non si persero d’animo e decisero di andare fino alla Maccolina per chiedere parere al Conte. Là giunti, tuttavia, un imprevisto li sconvolse: bussato al portone apparve loro la Contessa, donna mai vista, e nobile, alla quale era sconvenevole rivolgersi con parole inadeguate al caso. Ma loro altro non erano se non contadini, poco istruiti e messi ora in soggezione da questa sorpresa: come si parlava ad una Contessa peraltro sconosciuta? Ne seguì un silenzio generale del quale la Contessa rimase non poco sorpresa e quindi richiese loro cosa volessero. A quel punto la voce del più ardito del gruppo si alzò e, in un sussiegoso e tremante parlare, a testa bassa, ne uscì la frase: “Sgnora Cuntessa Trôia, a jel e Sgnor Cônt Pôrz?” Quel Cuntessa Trôia non voleva assolutamente essere un epiteto offensivo, ma il risultato del fine ragionamento che se lui era e Cônt Pôrz; cioè il Conte Maiale, lei, femmina non poteva altro che essere la Cuntessa Trôia cioè la Contessa Maiala come uno più uno fa sempre due. L’intelligente donna capì l’innocente parlare di quell’uomo che di offenderla non aveva avuto alcuna intenzione e, con fare gentile rispose “Sé, u jè a ve ciam sobit” e di fretta, forse col sorriso sulle labbra, si eclissò nell’androne della villa.

Paolo Grandi

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Paolo Grandi, A jel e Sgnor Cônt Pôrz?, in http://www.castelbolognese.org

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