Luoghi perduti di Castello: La Pòcca

Bimbi

Bimbi dentro alla piccola edicola rotonda che ospitava la fonte della Pocca (anni ’50?). Si ringrazia Lucio Borghesi per la fotografia

“Dmenga us và alla Pòcca!” – domenica si va alla Pocca! Era la frase magica per i castellani che volevano passare alcune ore di svago in allegria.

Questa amena località si trovava in territorio del comune di Faenza, ma a pochi passi da Biancanigo in un luogo ove era agevole attraversare il Senio. Qui, in un paesaggio un po’ selvaggio, dove le ultime propaggini dell’Appennino, ormai alte quanto un pugno, scendevano a picco nelle acque del Senio, si trovava in mezzo ad un fitto bosco, quasi inaccessibile da altre parti, la fonte della Pòcca. Il suo nome le derivava dal toponimo del podere che la conteneva, “la Pòcca”, di proprietà di Italo Marocchi. Era una fonte d’acqua solforosa, che spandeva anche tutt’intorno un intenso odore di uovo marcio. La fonte, circondata da un boschetto, era più bassa del terreno circostante e, per questo, spesso veniva ricoperta dalle alluvioni del Senio. Si scendevano alcuni scalini e, dentro un’edicola rotonda coperta da un tetto a semisfera, c’era la fontana dalla quale usciva uno zampillo di quest’acqua assai particolare, oserei dire termale. Pietro Costa riferisce nel suo libro “Castel Bolognese fra due battaglie” che nel 1857 il prof. Gaetano Sgarzi di Bologna eseguì opportune analisi sull’acqua della “Pòcca” per provarne il potere curativo. I risultati furono lusinghieri e lo stesso Sgarzi, nella sua relazione, oltre a tesserne l’elogio, auspicava “provvide cure del Magistrato e del Comune”. Il Costa tuttavia afferma che, all’infuori di un manifesto che reclamizzava le acque minerali di Castel Bolognese – marziali, solforose, salsoiodiche – non si fece nulla, o quasi. Ciononostante, la “Pòcca” fu sempre considerata dai castellani una fonte termale, facendone un luogo di riunione e di svago per le loro scampagnate domenicali. Essendo assai lungo raggiungere la fonte passando da Tebano, poiché occorre compiere un giro vizioso, gli affittuari del podere “Tigiam” di Biancanigo, di proprietà della Congregazione, che si trova quasi di fronte alla “Pòcca”, cioè la famiglia Conti, detti “I Dariì”, appoggiavano tra le rive del Senio alcune assi creando una passerella, che la sera veniva smantellata. In questa maniera si poteva raggiungere la “Pòcca”anche a piedi, con una breve passeggiata da Castello. I Conti erano una famiglia numerosa: oltre ad Andrea e sua moglie Maria Brunetti, c’erano ben dieci figli. Tutti nelle giornate di festa erano impegnati per far affluire gente alla “Pòcca”. Il capofamiglia, aiutato dai figli, allestiva nella mattina la passerella; la moglie, “La Dariìna”, teneva il deposito delle biciclette e vendeva i formaggi da lei confezionati nei giorni precedenti; spesso, sulla spianata nei pressi della fonte si allestivano il palco e la pista da ballo. Se non bastavano “Cetoni” con il violino oppure un organetto a rallegrare la festa, venivano invitate orchestrine, la banda di Castel Bolognese, i Canterini Romagnoli; anzi, stando ai ricordi di Romana Zannoni, alla “Pòcca” cantarono con successo sia quelli di Lugo, diretti dal maestro Francesco Balilla-Pratella, sia quelli di Forlì sotto la direzione del maestro Martuzzi. Era tutto un fervore attorno a quell’ameno luogo: “Bagiola” e “Ceschi”, i vetturini di Castello, caricavano in piazza le loro giardiniere tirate a lucido ed accompagnavano la gente alla passerella dei “Dariì”; i fornai castellani accorrevano là per vendere i “Brazadèll dla Cros” e i “Brazadèll sèza Cros”, ciambelle tonde che erano fatte con l’uovo, oltre a piadine, pizze salate, Kipfer ed ogni genere di conforto. Chi pertanto non era riuscito a preparare qualcosa per mangiare da portarsi con sé, poteva tranquillamente trovarla là: le giornate alla “Pòcca” infatti duravano per tante persone dalla mattina al tramonto.

Naturalmente, in queste giornate, anche l’acqua della fonte si pagava. Romana Zannoni ricordava alcuni prezzi: per un bicchiere d’acqua dieci soldi, per il deposito delle biciclette, quattro soldi.
Il ritrovo domenicale alla “Pòcca” è durato fino agli anni cinquanta; poi la “Pòcca” si è trasformata in una meta per una breve gita in bicicletta percorrendo tuttavia l’itinerario per Tebano, non essendo più agibile il passaggio del Senio da Biancanigo. Il luogo, solitario, si prestava anche per una “scappatella” con la “morosa” di turno oppure per una lunga meditazione, il tutto accompagnato da una sigaretta, per dare quel senso di trasgressione del proibito!

Una prima ferita mortale a quel posto d’incanto fu inferta dalla rovinosa piena del Senio che ne provocò l’esondazione il 4 novembre 1966. Grazie ad alcuni volontari la fonte fu liberata dal fango e venne ripristinato il riflusso dell’acqua, ma la fine era vicina. Lo sbancamento della collina soprastante per trarne terra per il fondo dell’autostrada mise la parola fine alla “Pòcca” che, raggiungibile sempre con maggior difficoltà a causa delle frane, è poi stata cancellata dall’incuria, dalle piene del Senio e dai proprietari del terreno che mal gradivano il passaggio delle persone là dirette, nel loro cortile e sulla loro proprietà. Uno degli ultimi, forse l’ultimo conservatore della fonte della”Pòcca” è stato Nicola Marzocchi il quale, ricordava suo figlio Gaetano, con diligenza l’andava a liberare dal fango dopo ogni piena del fiume in quanto riteneva che quell’acqua dal sapore così sgradevole gli fosse di aiuto per i suoi acciacchi.

Oggi, della “Pòcca” e del suo bosco non rimane quasi più nulla (1).

Paolo Grandi

(1) Dopo tanti anni di abbandono, nel 2009 pareva avvicinarsi il recupero del sito della Pocca. Questo era quanto si leggeva a pag. 116 della Relazione Illustrativa del PSCA (Piano Strutturale Comunale Associato):
Riqualificazione dell’ex cava Falcona (Id n. 11)
Per l’area della cava “Falcona”, il Comune di Faenza ha recepito le indicazioni previste dall’aggiornamento del PIAE provinciale (adottato con atto di C.P. n. 69 del 15/07/2008) che ne prevede il recupero e la valorizzazione. Le linee guida progettuali e di indirizzo sullo stato finale dell’area prevedono che, dal parco fluviale di Biancanigo, a Castel Bolognese, percorrendo l’argine sinistro del fiume fino a Tebano, si arrivi al sito geologico, denominato “la zona di Tebano”, attraversando il Senio con una passerella ciclabile. Ai piedi del sito si farà il possibile per riaprire, anche per usi ricreativi, la storica sorgente sulfurea della Pucca. L’attraversamento dell’ex area di cava, con il suggestivo panorama del costone sabbioso, dominato da un residuo di antico bosco, consentirà di raggiungere la strada di Tebano e, quindi, la città di Faenza.

(nota a cura di Andrea Soglia aggiornata nel 2016 e pubblicata nel 2011 su gentile segnalazione di Daniele Bernabei)

La piccola edicola rotonda che ospitava la fonte della Pocca, così come si presentava nel 2011 (foto di Daniele Bernabei)


Le gite alla Pocca sono anche protagoniste di un articolo del Corriere Padano del 25 maggio 1928. L’autore Michele Campana dà un ampio resoconto di una festa di primavera tenuta alla Pocca.

La Pocca nel suo pieno splendore ispirò nel 1888 una poesia giovanile del castellano Cosimo Virgili (1867-1934), il quale provava anche a dare una spiegazione all’origine del nome della fonte. La poesia fu pubblicata su Il Resto del Carlino il 10 gennaio 1890 e, successivamente, in una raccolta intitolata “Le rime giovanili” edita nel 1932 e curata dallo stesso Cosimo Virgili. 100 anni esatti dopo sarà Domenico Minardi a dedicarle una poesia (pubblicata su La Torre del maggio 1988): una poesia nostalgica in memoria di un luogo magico oramai perduto.
Qui di seguito si riportano l’articolo e le poesia

Andrea Soglia

Una gita alla Pocca degli anziani assistiti nell'Ospizio Cronici (1930 c.)

Una gita alla Pocca degli anziani assistiti nell’Ospizio Cronici (1930 c.)

I “Trebbi” dei canterini romagnoli
La fontana miracolosa della Pòcca

Non capita davvero tutti i giorni quel che è capitato a me nella terza domenica di questo maggio profumato. Arrivai al bosco della Pòcca, in quel di Castelbolognese e lo trovai già rigurgitante di una folla lieta, dai vivaci colori, fra un movimento vivido e pittoresco, sotto le grandi fronde di querci e di frassini. Echeggiavano le vecchie canzoni di Romagna. Riempivano il bosco di quella loro dolce malinconia, che ha un sapore tutto speciale, nostro, italico e pànico, pieno di salute spirituale. Una fila di amici mi portava, su, su, lentamente verso uno dei punti più alti del bosco siccome in una processione, che si snodasse, fra canti, per un antichissimo rito. La mèta era una fontana miracolosa: una di quelle fontane, che esistono soltanto in Romagna; e sarebbe forse detto meglio che sono possibili soltanto in Romagna.

In un anfratto, tutto verde di una verzura selvaggia, fra rovi e milzadelle, sotto un alto sperone di roccia rossigna, un pompiere di Castelbolognese, sorveglia l’affluire di questa processione, verso un rubinetto, nascosto fra le selci ed i licheni; e regola il porgere di caratteristici bicchieri di maiolica, donati in questo giorno dalla Ceramica d’Imola. Il pompiere, tutto serio e conscio della importante missione che in questo giorno compie, quasi sacerdote del rito, accosta volta volta l’occhieggiante vaso ceramico al rubinetto: lo riempie e lo presenta spumeggiante ed odoroso ad uno degli assetati.

Oh! meraviglia delle meraviglie! La fontana miracolosa del bosco della Pòcca mesce frizzante albana! Non è a dire che non manchino gli adoratori. — Un altro bicchiere! — grida la voce di un assetato. Ed il pompiere pronto accosta il bicchiere al rubinetto e lo riempie nuovamente. Ma questa volta il cliente ha una smorfia di dispetto. La fontana non ha più dato il vino generoso di Romagna, sibbene acqua limpida e fresca. Alla delusione del bevitore risponde il sorriso di uno dei presenti. — L’acqua — egli dice — serve soltanto per risciacquare i bicchieri. Ed ecco che il pompiere si ricurva verso la fontana e ne spilla un altro di quel generoso. Così dalle ore 9 della mattina fino al tramonto, quella fontana straordinaria ha continuato a versare ininterrottamente un bicchier di vino ed uno di acqua, per dissetare col primo un qualche migliaio di gitanti e per risciacquare con l’altro più migliaia di bicchieri.

Il miracolo era dovuto alla generosità del Contessi, Commissario di Castelbolognese, che aveva fatto seppellire, a metà costa dell’anfratto due grandi botti di albana e due botti di acqua; ed era dovuto poi ad un geniale ordegno del liutaio Utili per cui si aveva, a volta a volta, o acqua o vino dalla cannella che scendeva da queste botti.

Non basta. Ad un certo momento, quando il bere albana poteva dar noia a stomaco vuoto. ecco che ai miei orecchi risuona una voce amorosa che dice: — Per ber meglio bisogna avere… un buon letto nello stomaco! Mi volto e scorgo dinanzi a me proprio sotto i miei occhi ed all’altezza delle mie dita un vasto involto con tanto salame e prosciutto e con tanta mortadella che sarebbero bastati a sfamare una compagnia di soldati. Accanto a questo involto è pronto un mucchietto di quelle gustose e croccanti ciambelline che sono una specialità di Castelbolognese.

Chi porge tutta questa grazia di Dio è il vivace ed allegro castrino Muccinelli Tomaso, che, ancora a nome del Contessi, mi prega di prendere, di mangiare, di non far complimenti che sarebbero superflui. Poi da un suo tascapane, che sembra un inesauribile magazzino di viveri, tira fuori anche un colombaccio arrostito e dal suo petto, pieno di solazzevoli motti, tira fuori tanto spirito, quanto basta a farci sganasciare dalle risa. I motti riguardano specialmente quel povero volatile arrosto che diventa a volte il volatile dello sposo e a volte il volatile del vescovo, offerto con disinvoltura e con brio ad un’infinità di belle ragazze che mi stanno intorno.

I canterini delle tre camerate di Lugo, Forlì e di Imola gareggiano dai vari punti del bosco a chi innalza più alta la canzone. Per tutto è una giocondità sana e vivace: per tutto è uno scambiarsi di risi e di gridi; per tutto è un festeggiare la primavera, non solo coi canti della regione, ma colle saporite merende, consumate a gruppi sull’erba e sotto le vaste fronde degli alberi secolari.

Pare che la Romagna intelligente e gaudiosa si sia data convegno a questo rito primaverile, che rinnova le lontane tradizioni dei “trebbi” o delle “maggiolate”. Ecco che ci viene incontro la faccia ridente di Balilla Pratella. Egli è un po’ la divinità del rito: divinità piena di sottile e sapiente giocondità che conosce tutte le ebbrezze di questa vita all’aperto in mezzo alla natura ed all’acre odore del boschi, che sa anche tutte le bellezze di questi nostri canti paesani e di queste nostre tradizioni regionali; lui che, insieme col buon Spallicci le ha volute rievocare, ed anzi rivivere, per la salute degli spiriti e dei corpi di nostra gente. Il Pratella, insieme colla sua gentile e premurosa signora, colle due graziose figliole, è festeggiato da un continuo corteggio di amici.

Vi troviamo lo scultore Domenico Rambelli di Faenza, il pittore Ugonia di Brisighella, il liutaio Nicola da Castelbolognese, il Fabbri Giuseppe poeta futurista, il filosofo faentino Valli Evangelista, il critico Cavalli, il musico Martuzzi, il Baracca di Lugo; né mancano numerosi amatori di musica, come l’avvocato Savini, Achille Fabbri, Cotignoli, il geometra Liverani, i fratelli Bucci, i fratelli Bagnaresi, il Laghi segretario politico del Fascio di Brisighella, il decurione Gulmanelli di Faenza, Mazzotti, e poi Tarabusi che dirige la camerata di Imola, il buon Montanari che dirige la camerata di Lugo… Ma come è possibile continuare a far nomi in questa folla vibrante che ondeggia, si sposta, turbina con una voglia soltanto di divertirsi ed accumulare aria buona e poesia?

A volte la moltitudine assume, su per i    pendii del bosco, l’aspetto vivace di certi quadri del Signorini, tutti pieni di vivacità, con sprazzi di colori alti, dati dalle tinte dei vestiti e dei cappelli femminili.
Si dura a cantare, a bere, a mangiare ed a ridere fino a che il sole da una frastagliata nuvolaglia rossa, manda di sgembo i suoi ultimi raggi ad incendiare le fronde del bosco come in una solenne e fantastica luminaria di festa.

Il rombo delle automobili, che portano via di quassù i gitanti, si sperdono nelle lontananze. Le canzoni delle comitive, che ridiscendono lente verso la pianura romagnola, si perdono nell’aria Su, nelle più alte vette delle quercie e dei frassini, i rusignuoli amorosi si scambiano i loro primi sospiri.
Ognuno di questi rusignuoli attende in silenzio il suo turno; poi comincia con tre note basse, che sono tre scoppi di flauto nei tasti cupi; poi dopo un attimo di ansia, squilla nell’aria quel dolcissimo acciottolio di tintinnio, che sale fino alle stelle. Abbandono il bosco, per ultimo, con rimpianto.

Filo anch’io verso l’operosa e ridente Castelbolognese, dove la bottega del liutaio Nicola mi offre tutte le meraviglie di quella difficile e nobile arte di cavar suoni dalle corde e dal legno. E Nicola con ospitalità da gran signore com’è, mi condisce un’altra bottiglia di albana coi dolcissimi accordi di una sua arcichitarra da cui sa trarre melodie così belle che ricordano gli accordi della cetra. Per le piazze di Castelbolognese, davanti ai caffè sotto i porticati, nelle case ospitali di molti amici, continuano fino a notte le canzoni dei canterini di Romagna. Fanno a gara coi rusignuoli del bosco

Michele Campana


Romagna

(sul colle detto dei Renazzi presso Castelbolognese)
– La Pocca –

Tra i pioppi sussurranti a piè del monte
Quì la fanciulla trae pallida ed egra,
Ove mormora a lei nettareo fonte
Che la rosea salute almo rintegra;

Quì l’onda pura da perpetua polla
Di ferro e zolfo satura, zampilla,
E a ber l’assenzio salutar, la folla
Quì già s’aduna al primo sol che brilla;

Ma a l’alto io miro. Ed or che l’ora prima
Fa già intorno tremar la nova luce,
Di questo monte su l’aurea cima
Me desir di serene aure conduce;

E già dai boschi frondeggianti e i rivi
di cui sì lietamente è il colle adorno,
Dai dolci a dritta e a manca ameni clivi
Che a colorir già surse il nuovo giorno,

Da l’ampia a me dinanzi aperta valle
Cui, qual tremula al sole argentea riga,
Scendendo al mar per sinuoso calle
Il patrio Senio, altor di messi, irriga

Onde la valle di pampinee vigne
E di raggianti al sol còlti s’abbella
E una gente che pia l’aratro strigne
Come fiera l’acciar, patria l’appella,

Dal vicin borgo ove l’età mia verde
Già scorsi e pria d’Italia il nome appresi,
Dal biancheggiar presso e lontan tra ‘l verde
Di note ville e d’incliti paesi,

Dal lungi azzurreggiante adriaco mare
Cui glauca e sottil nebbia avvolge e vela,
E or forse il solca tra memorie amare
E fide spemi solitaria vela

D’onde alcun fra’ miei monti – in vaga lista
Ondeggiante e cerulea sfumanti –
Al cuor pace ed oblio cerca e racquista,
Com’io fra quell’estreme onde stellanti,

Dal glauco mar de l’essere cosperso
D’un’amorosa ed infinita calma,
Da l’immensa armonia dell’universo
Un canto lieto echeggia a me ne l’alma:

E’ la Romagna che tra le ruine
Dei vecchi feudi surti ai nostri danni
Rammemorando le virtù latine
Sotterra ancora vescovi e tiranni;

E’ la Romagna che serenamente
Nè proposti magnanimi tenace,
Vigilando ed amando erge la mente
A l’opre industri di feconda pace;

E’ la Romagna che per l’aure intanto
Dai campi, dai villaggi e le città
Leva sonoro e trionfale il canto
De la giustizia e de la libertà

Castelbolognese – Agosto 1888

Cosimo Virgili

NOTA:
ROMAGNA, sul colle dei Renacci, presso C. B. (Resto del Carlino, 10 gennaio 1890) LA POCCA – Fonte antichissima d’acqua solfurea al più del monte Renacci a due km da Castelbolognese. D’estate ogni mattina vi trae dal paese e dal contado gran folla. Pocca, non pucca, dal latino: poculum: nappo, bicchiere.


Vecchia Pocca

Un’ansa del fiume più larga di qualche metro al centro, era la piscina; il piazzale in terra battuta sul greto, la “balera” anni ‘30; una folta abetaia, rifugio delle coppiette, una fontana di acqua solforosa, l’attrazione termale … e alla Domenica le giardiniere trainate da ansanti ronzini guidate superbamente da “Ceschi e Bagiòla”… e una interminabile fila di biciclette; Albana, bracciatelli dalla croce, gazzoze e cece a volontà cante romagnole, miagolio di organetti, e tanta tanta allegria “Questa era la “Pocca”!

Veccia Pòcca

Da raghèzz andèma a be’ a la Pòcca:
u’ si andéva in caròza o in biciclèta,
l’acqua fresca sulfuròsa drènt’in bòca
l’era un grand ristOr par nò in bulèta.

In bulèta, ma vent ‘ènn e d’al burdèli
una voia d’canté e’d fé l’amòr,
fé l’amòr a e cant d’al raganèli
zènza scòrer mai, zènza fé’armòr!

Quand c’a’t’guerd o bèla funtanèna
u’m ven t’la mènt un mond c’un tòrna piò:
a l’eva in ‘t’la mènt c’létra matèna,
e l’aqua a’n fòt piO bòn ‘d’mandéla zò!

Vecchia Pocca

Da ragazzi andavamo a bere alla Pocca:
ci si andava in carrozza o in bicicletta;
l’acqua fresca solforosa dentro la bocca,
era un grande ristoro per noi in bolletta.

In bolletta ma avevamo vent’anni e delle ragazze,
una voglia di cantare e di fare all’amore,
di fare all’amore al canto delle rane
senza parlare, senza far rumore.

Quanto ti guardo o bella fontanina,
mi sovviene il ricordo di un mondo che non può tornare:
l’avevo in mente l’altra mattina
e mi venne il groppo in gola.

Domenico Minardi

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