Castellani nella banda del Passatore

Sulla vita e sulle imprese di Stefano Pelloni, “il Passatore”, molto è stato scritto e molto si è favoleggiato. Ancor oggi la sua popolarità è molto alta in Romagna. Del Passatore si è narrato tutto ed il contrario di tutto. C’è stato chi l’ha definito perverso e bestiale, ed altri che ne hanno cantato le gesta elevandolo al rango di un mito. La sua cortesia fu cantata anche da Giovanni Pascoli. Di certo non è errato dire che per più di due anni, dal 1849 al 1851, dominò i paesi delle Legazioni, cioè le province di Bologna, Forlì, Ravenna e Ferrara, sconfinando all’occasione anche nel Granducato di Toscana, tenendo in scacco sia il governo austriaco che quello pontificio. Ciò potrebbe sembrare inverosimile, ma nei fatti invase e saccheggiò sette cittadine, derubò un numero elevatissimo di persone, ne uccise almeno otto, diede l’assalto diverse volte alla diligenza dello Stato pontificio con tanto di scorta ed organizzò e diresse una banda di svariate decine di banditi.

Fra i componenti della banda del Passatore vi erano alcuni cittadini di Castel Bolognese: Giuseppe Zanelli, detto Cesarino, “giovinotto di 23-24 anni, piccolo di statura, imberbe, di occhi castagni chiari, di bel colorito e buona carnagione”; Domenico Sabbatani, detto Ghigno o Ghignone; Giuseppe Serantini, detto Falcone; Giacomo Drei, detto della Rosa. Essi presero parte alla invasione dei paesi di Consandolo (25-1-1850), Longiano (28-5-1850), Brisighella (7-2-1850) e Cotignola (18-1-1850). Il Drei aveva partecipato all’impresa contro la canonica di S. Andrea Dio la Guardia di Cesena, la sera del 5 gennaio 1850, usando gravi sevizie contro il parroco don Antonio Fusaroli.

Giuseppe Serantini, figlio di Luigi Giacomo, di anni 24 e Giacomo Drei, figlio di Sante, di anni 31, furono condannati a morte “a iudicio statario militari austriaco”, assieme Carlo Mercatelli fu Francesco di Fognano (o Limisano?) e furono fucilati a Castel Bolognese il primo maggio 1852 alle 2 del pomeriggio. Il giudizio statario era celebrato direttamente “sul posto” e quindi la procedura era sommaria.

Ecco la cronaca della fucilazione che Don Gamberini riporta nel suo diario (conservato nell’Archivio parrocchiale di San Petronio):

“Furono in quest’anno condannati alla fucilazione dal giudizio Statuario Militare Austriaco Carlo Mercatelli della Parrocchia di Limisano, Giacomo Drei del Giardino e Giuseppe Serantini d’anni 24 di questa Parrocchia, e fu eseguita la sentenza di morte di tutti e tre in una volta il giorno 1 maggio alle 2 ¼ pomeridiane nella fossa di questo Castello dirimpetto al vecchio Cimitero di Santa Croce dai Tedeschi.  Essi vennero qui tradotti dalle Carceri d’Imola accompagnati da tre PP. Cappuccini, dopo averli colà sacramentati, e confortati, e li assistettero fin all’ultimo.  Qui si fecero prima le Agonie nel Suffragio, nelle Monache, in San Francesco e qui in Parrocchia, ed appena eseguita la fucilazione andò il clero, e fatte le esequie accompagnò i tre cadaveri al Cimitero, ove furono sepolti”.

Non andò meglio a Giuseppe Zanelli, il Cesarino, che fu ucciso da una scarica dei gendarmi nel luglio 1853. Rimasto ferito in un primo scontro, fu caricato dai compagni su un cavallo e trasportato verso Marradi. Durante l’inseguimento fu nuovamente colpito, questa volta a morte.

La banda del Passatore a Castel Bolognese trovava alloggio presso la famiglia di Giuseppe Silvestrini del fondo Nardina, il quale ricettava gli ori e la refurtiva della banda; nella casa di Francesco e Mariano Montevecchi, detti Innocentone, mercanti di bestiame; presso la famiglia dei fratelli Fichi; in casa di Giuseppe Bacchilega, detto Delogazzo di Borello.

Un’altra curiosità che lega il Passatore a Castel Bolognese è stata recentemente raccontata a Sette Sere da Giovanna Carroli, custode del Mulino di Scodellino dal 1938 al 1998. Racconta Giovanna che a metà ‘800 a fare il mugnaio era il capo della Guardia Civica di Castello. Di notte perlustrava la strade per difendere la popolazione dai briganti. La guardia andava dicendo che se avesse incontrato il Passatore lo avrebbe ucciso. La voce arrivò alle orecchie del famoso brigante. Un giorno l’uomo si sposò nella chiesa di San Petronio e lasciò un suo amico fidato a guardia del Mulino. Questi vide più volte il Passatore aggirarsi nelle campagne circostanti e lo riferì al mugnaio. Saputo il fatto, questi si trasferì a Firenze e non fece più ritorno a Castel Bolognese.

Il Passatore, nato a Boncellino il 24 agosto 1824, fu ucciso in uno scontro a fuoco con i papalini il 23 marzo 1851. Il suo cadavere fu messo su un birroccio e portato in giro in tutta la Romagna, perchè tutti lo vedessero. A Castel Bolognese il carro sostò sulla via Emilia di fronte all’attuale sede della Banca di Romagna. Alla scena assistette Oliva Diversi, la nonna dello scrittore castellano Francesco Serantini, che del Passatore fu il più famoso storico (si veda a tal proposito il volume “Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di Romagna”, pubblicato a Faenza nel 1929). Serantini evocò con documentata verità ma anche con paterna indulgenza, vita, imprese e morte di Stefano Pelloni, a lui legato per sempre e che quasi sicuramente aveva imparato a conoscere fin da bambino, grazie ai racconti di nonna Oliva.

Morto il Passatore, il resto della banda agiva diretta da Giuseppe Afflitti, detto Lazzarino. Il 10 ottobre 1854 la banda del Lazzarino tentò un colpo a Castel Bolognese entrando nell’abitazione del possidente Francesco Gottarelli e appropriandosi di 423 scudi. Il garzone del Gottarelli, Giovanni Mingazzini, riuscì, inosservato, ad avvertire i gendarmi castellani i quali costrinsero la banda a fuggire. Nello scontro rimasero però feriti i gendarmi Giuseppe Stornini e Francesco Casadio, mentre il Gottarelli, rimasto pure gravemente ferito, morì pochi giorni dopo.

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L’immagine forse più fedele di Stefano Pelloni, tracciata dal prof. Silvio Gordini di Russi (Museo del Risorgimento, Faenza)

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Giuseppe Afflitti detto “il Lazzarino”

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Lauretana Pelloni, sorella del Passatore 

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L'”impresa” più famosa del Passatore avvenne a Forlimpopoli il 25 gennaio 1851, quando egli assaltò il teatro con la sua banda. All’inizio del secondo atto, all’apertura del sipario, anzichè gli attori il pubblico vide comparire il Passatore con tutta la sua banda. Gli spettatori furono tutti rapinati e tenuti sequestrati per oltre tre ore; alcuni di essi furono accompagnati nelle proprie case e furono “usati” come lasciapassare per entrare nelle case di varie altre persone, case che furono tutte “ripulite”.
Fra le famiglie rapinate vi fu anche quella di Pellegrino Artusi; una sorella dell’Artusi, per lo spavento, si rifugiò sul tetto della casa e a seguito dell’accaduto impazzì.

Bibliografia:

  • Le Cronache Castellane, Oddo Diversi

Altre notizie sono state tratte dal sito http://www.cesenainbolgia.it/ e dal Sette Sere del 10/01/2004;
le prime 3 immagini sono tratte dal sito http://www.piadinaonline.com e l’ultima dal sito http://www.adriashop.it

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