Il lazzaretto di Castel Bolognese

di Paolo Grandi

Al di là dei facili commenti sulla situazione attuale rispetto all’epidemia del virus COVID-19 v’è da riferire che tutte le città erano munite di luoghi isolati e sorvegliati, lontani dai centri abitati, ove ricoverarvi le persone ammorbate ed evitare ulteriori contagi.

I prodromi

Nella prevenzione dai contagi non fece eccezione Castel Bolognese ove, tuttavia, il “lazzaretto” arriva tardi. D’altra parte non si segnalano in città eventi calamitosi gravissimi dovuti a malattie infettive epidemiche almeno fino al XIX e XX secolo, forse anche dovuti alla salubrità, sempre certificata, dell’acqua potabile, non contaminata dallo scarico dei liquami che, non dimentichiamo, non poteva avvenire tramite fognature in quanto esse mancheranno nel centro almeno fin verso la fine del XIX secolo.
Ma occorre, anche qui, partire dalla fondazione di Castel Bolognese. La Confraternita di Misericordia nacque in città verso la fine del XIV secolo, con lo scopo di reggere l’Ospedale de Castro Bolognesio o de Misericordia. Un secolo dopo, la floridezza economica della Confraternita spinse i Confratelli alla decisione di allargare l’opera dell’Ospedale anche ai malati di pestilenze o malattie contagiose, costruendo lontano dall’abitato un lazzaretto ed innalzandovi una chiesa dedicata ai santi Sebastiano e Rocco, da sempre venerati come patroni ed intercessori speciali nelle pestilenze, assai frequenti in quei tempi. Fu così costruita allo scopo, innanzitutto, la chiesa di San Sebastiano a circa 500 metri dalla Porta cittadina, in posizione isolata, ma dell’Ospedale per gli incurabili o del “lazzaretto” non si portò mai a termine la costruzione.

Il colera del 1855 in Romagna

L’epidemia scoppiata in questo anno costituisce per la nostra Regione uno degli avvenimenti più drammatici degli ultimi secoli. Documenti d’archivio, relazioni di medici, memorie di parroci portano alla luce una Romagna trascurata dai governi, ignorata dai cronisti, rifiutata dai primi fotografi, preoccupati di immortalare tutto ciò che rappresentava il decoro, lo status symbol di un benessere riservato a pochi privilegiati (1).
Quando il colera nel 1830-31 invase per la prima volta l’Europa (proveniente dall’India) non si sapeva praticamente nulla sulla sua origine; occorse attendere il 1854 perché Filippo Pacini (2) scoprisse nell’intestino delle vittime la presenza di milioni di batteri cui darà il nome di “vibrio Cholera” e solo nel 1882 il dott. Roberto Koch riuscì ad isolare e coltivare il “bacillo virgola” responsabile del morbo. Non essendo quindi conosciuto il processo di diffusione del colera, i metodi di prevenzione e di cura risultavano del tutto inconsistenti: il fantasma della peste aleggiava di nuovo tra la nostra gente. Nell’estate del 1835 il colera colpì Cesenatico, ma un efficiente cordone sanitario permise di circoscrivere e spegnere il focolaio al solo territorio di quel comune e ad alcune frazioni di quello di Cesena più vicine alla città marittima. Lo scampato pericolo venne festeggiato pubblicamente in tutta la Romagna ed anche a Castel Bolognese si organizzarono feste e cerimonie religiose con una spesa, non indifferente, di 22,46 scudi (3).
Lo spettro del colera si riaffacciò quasi vent’anni dopo: nel dicembre 1854 il morbo colpì Ravenna ed appunto per questo, l’Arciprete don Gamberini riferisce che: “essendosi manifestato il colera in Ravenna questa Magistratura ordinò un Triduo all’Immacolata Concezione in San Francesco, e perciò fu scoperta la S. Immagine la sera delli 26 dicembre, e si tenne scoperta fino alla sera delli 29 intervenendo ogni sera alle Litanie, e preci anche il Magistrato e Governatore, e Commissione di Sanità. L’ultima sera dopo le Litanie io dal Pulpito feci analogo discorso al popolo.” (4)
Ma nel febbraio 1855 “La notte dalli 23 ai 24 febbraio Francesca Dari d’anni 40 circa fu sorpresa da vomito, diarea, freddo all’estremità, spossatezza di forze con polsi piccoli, e mancanza di voce, e macchie livide al volto, ed estremità delle dita; dal che però si riebbe dopo le 24 ore lasciando nel medico dubbio di colera; il che fu confermato dai medesimi sintomi manifestati nella madre della suddetta la sera delli 27, che sempre più crebbero da cagionarle la morte la notte seguente: come pure il giorno 27 venne assalita dagli stessi sintomi una povera donna di Biancanigo detta Tavona, rimasta vittima di morte dopo 24 ore; il 1° marzo fu attaccata un’altra donna, che aveva prestati servigi all’ammalata predetta, e li 2 marzo fu attaccato il figlio della medesima, che morì la mattina dopo, e la donna servente morì la notte dalli 3 alli 4, nella qual mattina delli 4 morì pure un’infermiera, che serviva la moribonda, nella camera stessa, ove rimase attaccata dal morbo la notte dopo la morte dell’inferma senza potere essere soccorsa da alcuno. La stessa mattina delli 4 morì in compendio la giovane Francesca Guadagnino detta Fatò si dubito, attaccata dal morbo la sera antecedente: è certo però che manifestò lo stesso giorno 4 sintomi di colera una vecchia, che aveva essa pure prestati servigi alla Tavona, e trasportata al lazzaretto morì il giorno dopo 5 marzo. In questa circostanza il Magistrato ordinò che si cantassero le Litanie all’Immacolata Concezione ogni sera cominciando dal 28 febbraio, ordinò pure un triduo a San Sebastiano in questa Arcipretale cantando ogni sera le Litanie dei Santi colle preci della peste, e terminando colla benedizione del Santissimo Sacramento; e l’ultimo giorno 6 marzo feci cantare la messa votiva pro vivanda mortalitate. Allestì un piccolo lazzaretto nella camera delle croniche presso lo Spedale, e la mattina 4 marzo fui spedito in Imola per provvedere un medico, ed infermieri, come difatti venne il dott. Giulio Magistretti, e due uomini per infermieri al lazzaretto. Dopo queste provvidenze si ristabilì la calma negli animi esacerbati anche dalle false ciarle, che si seppellissero i cadaveri troppo presto, ed anco vivi, per cui poi disposi che si aspettasse 20 ore dopo la morte. Al lazzaretto fu posto per Cappellano un P. Cappuccino: alli 15 avvennero altri due casi in donne, l’una delle quali morì, e l’altra più giovane guarì.” (5)
Il focolaio non si protrasse presumibilmente oltre il mese di aprile, visto che don Gamberini riferisce che il mese di maggio e le feste di Pentecoste si celebrarono come al solito con l’afflusso di molto popolo. Tuttavia il focolaio covava ancora e scoppiò di nuovo a luglio. Così scrive don Gamberini: “Li 9 luglio vi fu nuovo caso di colera in una donna, che morì dopo le 40 ore; e fu fatto dal Magistrato un Triduo all’Immacolata Concezione i giorni 13, 14 e 15: e nell’ultimo giorno la sera fu fatta la processione colla Santa Immagine per la Via Emilia, e si andò fuori di ambedue le porte del paese. La mattina in questa Arcipretale feci esporre la Reliquia di San Petronio, e feci cantare la messa Pro Vivanda; la quale Reliquia insieme con quella di Santa Pudenziana la sera fu portata in processione con quest’ordine. Partì la processione, secondo il solito da questa Arcipretale dopo la Benedizione, colle Confraternite, e Clero, ed in fine io in piviale paonazzo portava la Reliquia di San Petronio, ed a sinistra mia un altro Sacerdote parimenti in piviale paonazzo portava quella di Santa Pudenziana. Giunti alla chiesa di San Francesco si proseguì la processione colla Santa Immagine della Concezione in mezzo alle due Reliquie, cantando le Litanie dei Santi. Si dissero le preci ai due capi della processione fuori delle porte, e poi in piazza, e si benedisse il popolo colla Santa Immagine, e quindi si tornò colle due Reliquie all’Arcipretale. Il giorno 14 luglio vi fu caso di colera in Pasqua Zappi vedova Brunetti di anni 50 circa, che portata al lazzaretto ivi morì il giorno 19:
Il giorno 27 fu attaccata di colera Orsola Gottarelli in Mingazzini d’anni 32 circa, e morì la notte dalli 28 ai 29.
Il giorno 28 presentò i sintomi colerosi Giovanni Borghesi di circa 40 anni, e la mattina fu portato al lazzaretto, ove guarì; come pure guarì un altro Zanelli Antonio in casa propria; ed un’altra donna celibe.
Il giorno 29 furono attaccate due donne Luigia Donneggiani vedova Villa, che morì in casa propria la sera delli 30 e l’altra Rosa Bornaccini vedova Morini, che morì al lazzaretto li 5 agosto.
Li 2 agosto morì di colera il 12 ore Domenico Gabrieli di S. Angelo in Vado Soldato di Linea al lazzaretto, d’anni 27.
Li 3 morì al lazzaretto Pietro Tabanelli di Antonio di Biancanigo d’anni 30 circa nubile.
Li 4 alle ore 10 ½ pomeridiane morì Don Luigi Borzatta d’anni 50 circa.
Li 6 morì Antonio Tabanelli di Biancanigo vedovo d’anni 54 circa al lazzaretto.
Li 7 morì al lazzaretto Maddalena Pirazzoli moglie di Domenico Minghetti d’anni 42 circa attaccata li 4.
Li 7 morì in casa propria Rosa Petroncini vedova Dal prato d’anni 65 circa presa da colera alle 7 circa di mattina, e morta alle 11 ½ della sera.” (6)
Finalmente lo zingaro maledetto lasciò la nostra città.
Complessivamente, riferisce il Pieri (7), nel nostro Comune, che contava 5.374 abitanti, vi furono 94 casi di colera con 54 morti: un indice di letalità del 57,44%. L’epidemia iniziò, secondo i dati citati dal Pieri, il 27 luglio e terminò l’8 ottobre. Quanto meno sull’inizio dell’epidemia, la cronaca di don Gamberini riferisce altre date. Nell’intera Romagna, il colera del 1855 mieté dodicimila morti.
Il colera si riaffacciò in Romagna nel 1865-67; in questo caso il morbo, importato probabilmente dall’Egitto, si diffuse ad Ancona per poi passare in Toscana e Lombardia; ne risultarono particolarmente colpite le regioni meridionali, mentre vi furono 4.080 vittime dell’Emilia e solo 135 in Romagna, di cui appena 7 a Castel Bolognese (8).

Il lazzaretto

Come riferisce don Gamberini, durante il colera del 1855 pare non esistesse un lazzaretto, ma si isolò parte dell’Ospedale quasi costituendo un reparto di “malattie infettive” ante litteram. O forse venne allestita un struttura provvisoria, successivamente eliminata ad epidemia conclusasi.
Il colera tornò a colpire l’Italia ancora nel 1884 e nel 1893 ma in zone circoscritte, specie del meridione o nelle grandi città.
Il 15 gennaio 1885 fu emanata la cosiddetta “legge per Napoli” che segnava un punto di svolta nella politica governativa dell’Italia unita. Essa infatti con la destinazione di cospicui finanziamenti imponeva norme igienico-sanitarie pubbliche e private che le municipalità dovevano far osservare a tutti i cittadini. Prioritario era un sistema fognario, l’edificazione di nuovi quartieri, la costruzione di nuove strade e piazze e risanare i luridi “bassi” e i tuguri. Probabilmente per dare corso ai dettati di queste norme si pensò di costruire anche a Castel Bolognese un lazzaretto che, tuttavia, vide la luce nel nuovo secolo. Solo nell’aprile del 1911 fu approvato il progetto presentato dall’ing. Marino Ferri per la costruzione del lazzaretto sito a nord-ovest dell’abitato, lungo la via Emilia (9). L’opera fu collaudata nel mese di dicembre del 1915 (ma altra fonte parla del 21 marzo 1916) (10). Tale progetto, tuttavia, prevedeva la costruzione di due fabbricati identici da destinarsi l’uno ad infermeria e l’altro ai servizi. L’amministrazione comunale, spinta dal dilagare di un’altra epidemia di colera (che tuttavia non raggiunse Castel Bolognese), per accorciare i tempi di realizzazione ordinò di costruire solo il fabbricato ad uso infermeria, acquistando una tenda da adibire ai servizi.
Fra gli anni ‘20 e ‘30, nei pressi del lazzaretto, su un terreno donato dall’avvocato Francesco Gottarelli, aveva trovato sede anche il campo sportivo “Tullio Bolognini”, poi trasferitosi in via Lughese dove è rimasto fino agli anni 2000 (11).
Con delibera del Commissario Prefettizio del 1942 il fabbricato denominato “ex-lazzaretto” e l’annesso terreno furono affittati alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio), con la possibilità di apportare liberamente tutte le modifiche e migliorie ritenute necessarie. L’intenzione era di ricavare dall’ex lazzaretto una colonia elioterapica. I lavori rimasero inevitabilmente incompiuti e il passaggio del fronte danneggiò quello che era stato già costruito (12).

Com’era e dov’era

In mancanza di altre notizie non posso che appellarmi ai ricordi di bambino. Il lazzaretto sorgeva sulla via Emilia, verso Imola, prima dell’incrocio con la via Alberazzo, proprio di fronte al gommista Bellini. L’edificio era già fatiscente nei miei ricordi e si scorgevano alte mura che lo delimitavano dai quattro lati. Un cancello dava sulla strada consolare. Non ricordo nulla dell’interno se non vegetazione che, forse ricopriva i resti delle costruzioni. Negli anni ’70, con la rinascita industriale di Castel Bolognese, l’area fu probabilmente alienata e vi nacque un opificio, se non ricordo male la ditta “Dall’Aglio Umberto” che, secondo quanto ricordo, produceva infissi metallici. Esaurita quella attività, forse verso la fine degli anni ‘70, l’intero capannone, che affacciato sulla strada aveva anche l’abitazione del proprietario, fu acquistata dalla famiglia Sanapo, proveniente da Faenza, che adibì il capannone a deposito di Parmigiano Reggiano e formaggi, ne aprì una rivendita verso la via Emilia e continuò il commercio ambulante dei latticini e formaggi nei mercati della zona, munita di un autofurgone. Tuttora, l’area dove insisteva il lazzaretto appartiene alla famiglia Sanapo.

Un’altra epidemia da paura: la spagnola del 1918

Anche questa “influenzona” terrorizzò l’Italia che stava uscendo vincitrice, ma stremata, dalla Grande Guerra. Così scrive don Garavini nelle memorie parrocchiali:
“Verso la fine della guerra, un po’ in conseguenza delle privazioni causate dal periodo critico e forse anche importata dalle truppe combattenti di così varie nazioni, in breve si diffuse nella nostra regione un’influenza epidemica della “la Spagnola”. In molti casi era mortale; anzi i decessi avvenivano anche improvvisamente: certe persone si afflosciavano a terra e morivano in un baleno. Il morbo colpiva indistintamente tutte le età. Ne fu vittima anche una ventiduenne Figlia della Carità, addetta al servizio del nostro ospedale, morta il 16 ottobre 1918. Si chiamava suor Luisa al secolo Gentile Tramandoni. Per ordine dell’autorità sanitaria si presero subito rigorose misure profilattiche per circoscrivere l’epidemia e debellarla. Nelle chiese si dovevano spesso disinfettare il pavimento, i banchi e specialmente le grate dei confessionali con irrorazioni di creolina e lisoformio. Dopo qualche mese il morbo che in parecchi casi si mostrava anche in forma leggera, fortunatamente scomparve sollevando un po’ gli animi di tutti”. (13)
Vari soldati castellani, stremati dalle fatiche delle trincee, contrassero il morbo. Almeno due di loro, come risulta dal volume Castellani oltre il Piave, morirono: Giuseppe Morini, deceduto il 23 ottobre 1918 a Bologna, e Domenico Lanzoni, spirato il 14 novembre 1918. Più fortunato fu il futuro scrittore di successo Francesco Serantini che riuscì a guarire pur essendo stato prossimo alla morte (14).
Da due luttini conservati nell’archivio di Andrea Soglia emergono, infine, le storie drammatiche di due ragazze castellane uccise dalla “Spagnola”.
Maria Bassi, di 24 anni, morì il 30 novembre 1918 ad Imola, colpita da epidemica influenza: solo 9 giorni prima, in piena salute, si era sposata con il riolese Giovanni Sandri.
Carolina Santandrea in Sangiorgi, madre di quattro bimbi, si spense a Rimini il 26 aprile 1919 all’età di 37 anni. Da 8 mesi si era trasferita con la famigliola in una villetta sul mare. Nemmeno la salubre aria delle zone costiere poté aiutarla nella lotta contro l’influenza polmonare. La sua salma fu trasportata e tumulata a Castel Bolognese.

Memoria funebre distribuita in occasione del primo anniversario della morte di Maria Sandri. 

Memoria funebre distribuita in occasione della trigesima della morte di Carolina Santandrea. 

 

Note

(1) Così PIERI D.: Lo zingaro maledetto – Colera e società nella Romagna dell’ottocento, Bologna 1985.
(2) Medico pistoiese (Pistoia 1812 – Firenze 1883) formatosi presso la Scuola medico-chirurgica cittadina, fece studi di istologia e ricerche sulla patologia del colera; vide e disegnò per primo il vibrione, nel 1854 anche se non venne preso in considerazione dalla comunità scientifica del tempo. Lo stesso vibrione venne nuovamente descritto nel 1884 da Robert Koch come l’agente patogeno del colera. Attualmente la nomenclatura binomia del bacillo del colera è Vibrio cholerae, Pacini 1854.
Fu docente di Anatomia all’Università di Pisa dal 1844 al 1846. Dal 1847 fu professore di anatomia e istologia all’Istituto di Studi Superiori di Firenze.
(3) Archivio di Stato di Ravenna, titolo XXV, rubrica 4, busta 1359.
(4) Stato della parrocchia e sue vicende dell’arciprete Tommaso Gamberini, ms, in: Archivio Parrocchiale di San Petronio di Castel Bolognese, cartone 3, busta 5, fasc. 3 , c. 20v.
(5) Stato della parrocchia e sue vicende dell’arciprete Tommaso Gamberini, ms, in: Archivio Parrocchiale di San Petronio di Castel Bolognese, cartone 3, busta 5, fasc. 3, c. 22v.
(6) Stato della parrocchia e sue vicende dell’arciprete Tommaso Gamberini, ms, in: Archivio Parrocchiale di San Petronio di Castel Bolognese, cartone 3, busta 5, fasc. 3, c. 23r, 23v, 24r.
(7) PIERI D.: Lo zingaro maledetto – Colera e società nella Romagna dell’ottocento, Bologna 1985, pag. 158.
(8) Archivio di Stato di Ravenna, titolo XVI, rubrica 4.
(9) NONNI E.: Gli edifici raccontano in: AA.VV.: Castel Bolognese un paese che cambia, Castel Bolognese, 1985, pag. 49.
(10) NONNI E.: Gli edifici raccontano in: AA.VV.: Castel Bolognese un paese che cambia, Castel Bolognese, 1985, pag. 44.
(11) BAMBI E., Calcio castellano, Castel Bolognese, 1974
(12) Archivio storico comunale di Castel Bolognese, Deliberazioni podestarili, registro 6 (1941-1945)
(13) Stato della parrocchia e sue vicende dell’arciprete Tommaso Gamberini, ms, in: Archivio Parrocchiale di San Petronio di Castel Bolognese, cartone 3, busta 5, fasc. 4, c. 55bis r, 55bis v.
(14) NATALONI A., SOGLIA A., Castellani oltre il Piave: la memoria e il ricordo, Faenza, 2006

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