Elenco e notizie delle vittime (dai giornali dell’epoca)

L’elenco delle vittime

Incrociando i vari dati pubblicati dai quotidiani consultati, ecco l’elenco delle vittime perite nel disastro di Castel Bolognese. L’elenco è stato integrato con il nome della quattordicesima vittima, riportato nel volume “Un diretto dal Sud: il caso del disastro ferroviario di Castel Bolognese”, scritto da Daniele Pompignoli (ultimo aggiornamento 8/1/2015)

Alberto Di Nella, 30 anni, da Paglieta (Chieti), emigrante, in possesso di passaporto per la Francia
Alfio Morolli, 26 anni, elettricista, abitante a Rimini in via Pascoli 106
Giuseppe Pasquale, 34 anni, da Lama dei Peligni (Chieti), emigrante, in possesso di passaporto per la Francia
Luigi Mozzocconi, 20 anni, perito chimico, da Montefiore dell’Aso (Ascoli Piceno).
Domenico Di Tizio, anni 23, da Miglianico (Chieti), effettivo del 40° reggimento fanteria Bologna; è stato identificato dal suo comandante, ten. col. Bolletta.
Anna Maria Ventura in Cafarelli, 21 anni, abitante a Roccamorice (Pescara).
Donato Di Marino, 31 anni, da Gessopalena (Chieti), emigrante.
Fioravante Romualdi, 40 anni, da Atri (Teramo), emigrante, in possesso di passaporto per la Germania
Alfredo Ciro, 21 anni, nato a Reggio Calabria e abitante a Padova in via Guerrini 75, marinaio (morto all’ospedale di Faenza).
Domenico De Rosa, 47 anni, da Panni (Foggia), emigrante.
Rocco Gesualdi, 37 anni, da Panni (Foggia), emigrante.
Giuseppe Caporale, 56 anni, da Notaresco (Teramo), emigrante (morto all’ospedale di Faenza).
Gian Carlo Càsoli, 19 anni, operaio meccanico da Collecchio di Parma. La sua salma fu l’ultima ad essere identificata, e rimase molte ore nell’obitorio dell’ospedale di Castel Bolognese. Capelli castano scuri, con lunghe basette; indossava un abito verde scuro rigato e una maglia color grigio chiaro, scarpe marrone. Nelle sue tasche solo due biglietti, uno da Parma a Macerata e uno da Macerata a Parma.
Antonio Di Matteo, 37 anni, da Roccamorice (Pescara). Ricoverato all’ospedale di Faenza, morì il 16 marzo successivo per sopravvenute complicazioni polmonari. Della sua morte riferì soltanto il quotidiano “L’Avanti!”.


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Da La Stampa, 9 marzo 1962

[…] C’e una cassettina posata sul pavimento, nella caserma dei carabinieri di Castel Bolognese. E’ colma di fazzoletti, annodati per le cocche, ogni involtino reca i documenti dei passeggeri e gli oggetti “di loro pertinenza”, come precisa l’inventario steso dai carabinieri. “Una mostrina bianca con filetto rosa e distintivo del 40° reggimento fanteria, appartenente a militare sconosciuto. Taccuino con annotazioni varie, numero di matricola del fucile e della baionetta in consegna, orologio da polso privo di lancette, biglietto seconda classe, pacchetto di sigarette Nazionali con filtro”. Il titolare del povero fagottino verrà poi identificato dal suo colonnello: è il soldato Domenico, Di Tizio, di Miglianico, in provincia di Chieti, in viaggio di ritorno dalla licenza. Ecco qui un passaporto per la Repubblica Federale tedesca, tutto spiegazzato. Appartiene a Domenico De Rosa, foggiano, nato nel 1915, coniugato. Nella prima pagina il documento lo qualifica “contadino”, ma poco più avanti c’è una annotazione della Questura di Foggia: “La qualifica di De Rosa Domenico è di manovale, non più di contadino”. Entro quest’altro fazzoletto sdruscito si annoda la vita di Giuseppe Pasquale, di Lana del Peligni (Chieti), di anni 32. C’è il biglietto per Parigi, il passaporto, 30 franchi di carta, 163 franchi di metallo, 2640 lire italiane, un orologio “in metallo giallo con cinturino pure in metallo giallo” — la prudente analisi del verbalizzante si limita a constatare i fatti —, due chiavi per valigia, una scatola di cerini, diciotto sigarette Nazionali semplici. Ora si apre la porta: sono parenti di viaggiatori «D 152», venuti a frugare tra .i fagottini. Cercano se non vi sia quello di qualche loro congiunto. “Vengo da Teramo, ieri sera partì mio figlio. Era su quel treno”. L’uomo parla tutto d’un fiato. Ha il cappotto nero, i capelli ondulati, completamente bianchi, l’occhio mite e sgomento. “Come si chiama?”. “Di Lelli Mario”. Il brigadiere, consulta l’inventario. “Anni?”. “Ventiquattro”. Il brigadiere esce, va in un’altra stanza, ritorna dal vecchio: “Che abito vestiva?” L’uomo è pallido, ora, più bianco dei suoi capelli bianchi. Nella lista, suo figlio non figura. Ma tra i morti ci sono persone non ancora identificate. Chi sarà mai quel cadavere che il verbale così descrive: “Civile sconosciuto, età 25-30 anni, basette lunghe, vestito marrone rigato, maglia grigia, scarpe gommate, oggetti di pertinenza, lire 400, due penne biro”? E’ una questione di righe sull’abito, di penne biro nel taschino. Il vecchio si affloscia sbigottito sulla panca. Parliamo con due scampati abruzzesi, Fìoravante Madonna, muratore, e Angelo Maria Tornesi, carpentiere, cognati di Giuseppe Pasquale e di Alberto Di Nella, morti entrambi nella prima vettura. Viaggiavano in loro compagnia e anche con altri abruzzesi, di paesi vicini. Destinazione Parigi. Non la Parigi di Place Pigalle o di Montparnasse. Un’altra Parigi, dove in bàtiments che sembrano caserme migliaia di italiani alloggiano, intenti a fabbricare belle case, con piscina e giardino, nei quartièri residenziali di Orly. Dice Fioravante Madonna: «Mio cognato Pasquale aveva incominciato proprio quest’inverno a fabbricarsi la sua casetta, al paese. Erano dieci anni che andava a Parigi. Era stato lui, anzi, a chiamare anche me. Noi siamo dì Lama dei Peligni, hai presente? Sì, proprio sotto il Corno della Maiella. Prima del terremoto, Lama aveva cinquemila abitanti; dopo venne la distruzione della guerra, e si ridusse a metà. Adesso saremo in millecinquecento. Ma appena il sole comincia a scaldare, via tutti. Chi va in Francia, chi in Belgio, chi in Olanda, chi ancora più lontano, in Caledonia, in Australia, in Canada. Ce n’è dappertutto. A casa restano donne e vecchi». Lama, dunque, ha avuto prima un terremoto, poi, per nove mesi, tedeschi e alleati che si sparavano entro le sue mu ra (erano tagliate dalla linea fortificata Ortona-Guardiagrele) e infine, ultimo pensierino dei tedeschi, mine sotto ogni casa. Con i “danni di guerra”, con un decennio di questa Parigi, fatta di cazzuole, di carriole e di nostalgia, Giuseppe Pasquale incominciava dunque a mettere un mattone sopra l’altro per casa sua. […]

I vigili del fuoco trasportano sulla barella il cadavere di un viaggiatore estratto dai rottami di una carrozza

I bagagli dei passeggeri recuperati dal treno (Archivio Pier Paolo Sangiorgi)

 


Da L’Unità, 9 marzo 1962, cronache della Romagna

Il riminese morto a Castelbolognese si recava a Milano per partecipare a un concorso indetto dalle FF.SS.

Fra le vittime del disastro ferroviario di Castelbolognese estratte durante l’opera di soccorso dal groviglio di binari divelti, di rottami di ferro e di lamiere delle vetture, è stato rintracciato anche un riminese, un giovane di 26 anni. Si tratta di Alfio Morolli, abitante a Rimini in via Pascoli 106, con la moglie, la figlia di un anno e mezzo ed i genitori.
Alfio Morolli aveva preso il diretto Lecce-Milano alle ore 0,54 alla stazione di Rimini per recarsi a Milano, dove doveva sostenere gli esami per un concorso indetto dalle Ferrovie dello Stato. Aveva preferito viaggiare durante la notte per non perdere una giornata dl lavoro, e così si è trovato sul treno della morte. Neanche un’ora dopo, all’ingresso della stazione di Castelbolognese, il giovane Morolli doveva trovare la morte a causa del tragico deragliamento del treno.
Egli, nei giorni scorsi, si era recato a Torino per le stesse ragioni per cui era partito nelle prime ore di giovedì per la capitale lombarda. Da una città all’altra, partecipando al concorso indetto dalle FF.SS., inseguiva la speranza di migliorare la situazione economica della propria famiglia o, per lo meno, di migliorare la condizione in cui si trovava lavorando presso una ditta appaltatrice che eseguiva lavori per le Ferrovie dello Stato.
Prima di partire aveva detto in casa che si sentiva sicuro di superare gli esami e raggiungere la sistemazione tanto desiderata presso le FF.SS. Invece, all’1,55 dello stesso giorno, Alfio Morolli doveva dire addio definitivamente a tutte le sue speranze di una vita migliore con la famiglia. Deve essere morto con questo pensiero in testa, come numerosi altri viaqgiatori periti nel disastro, povera gente anch’essi alla ricerca di una migliore condizione di vita e di lavoro.
Alfio Morolli a Rimini era molto conosciuto e stimato. Veniva da una famiglia comunista (suo padre è stato amministratore della sezione del PCI “Di Vittorio”) ed era iscritto al partito. Il padre, comunemente chiamato “Montanari”, ha partecipato attivamente alla lotta antifascista.


Dal Corriere della Sera del 9 marzo 1962

[…] Una delle vittime del disastro è il perito chimico Luigi Mazzocconi, di ventun anni, che era alle dipendenze dello stabilimento Montecatini di Rho. Il giovane, residente a Montefiore dell’Aso di Ascoli Piceno, tornava a Rho dopo una settimana di ferie. La famiglia Mazzocconi era stata colpita qualche anno addietro da un’altra sciagura per la morte di Mario Mazzocconi, padre di Luigi, che era perito in un incidente stradale nei pressi del paese. In famiglia erano rimasti la madre Lucia e cinque figli. L’anno scorso Luigi Mazzocconi si era diplomato perito chimico presso l’istituto industriale di Fermo e aveva poi trovato lavoro presso lo stabilimento di Rho.

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