Le due bimbe che persero la mamma

“E’ assurdo in una sciagura stabilire una scala della commozione, ma quando la tragedia tocca da vicino i bambini, sembra ancora più inumana: forse per questo tutti s’interessavano delle due piccole abruzzesi rimaste senza nessuno, raccolte amorosamente, deposte in un lettino dell’ospedale di Castelbolognese. Per ore si è affannosamente cercato un padre o una madre. Delle due bimbe — una di un anno e mezzo l’altra di otto mesi — s’ignorava il nome e questo rendeva vana la ricerca dei genitori.

Il racconto di un ferroviere (1), che fra i primi aveva partecipato all’opera di soccorso, diede la prima e purtroppo dolorosa indicazione: correndo lungo i vagoni contorti egli aveva scorto una povera donna orribilmente ferita: una lamiera o forse la stessa rotaia divelta, presso cui la poveretta giaceva, le aveva squarciato l’addome. La donna stava morendo, si lamentava fievolmente: il ferroviere s’era pietosamente chinato, le aveva sistemato una coperta sotto il capo, quasi per renderle meno dura la fatica di morire, ed era stato allora che aveva udito la donna mormorare: “fatemi vedere le mie bambine”.

La madre delle due bimbe veniva poi identificata per la ventiduenne Anna Maria Venturo, della provincia di Chieti: con le due figlie e il marito Salvatore Caffarelli, rimasto ferito e ricoverato all’ospedale di Imola, la giovane donna andava versa il nord: ma povera famiglia d’Abruzzo delle tante che ogni notte risalgono la penisola verso la Svizzera, la Germania, il Belgio, stipata con le loro gonfie valigie di cartone, nel lunghissimo “treno della speranza”, verso una vita migliore ma spesso soltanto ingrata: scorrendo lo elenco dei feriti Si scopre che almeno una decina sono di Malloppello, il triste paese che ebbe il maggior numero di morti nella sciagura di Marcinelle.

I Caffarelli con le loro bimbe stavano tutti e quattro vicini in uno scompartimento, uniti — credevano — nella stessa sorte e ignari che lo stesso attimo li avrebbe invece divisi per sempre. I tre superstiti — dopo la amorevole opera di identificazione delle due sorelline – si sono ritrovati nel pomeriggio, quando il padre ha ottenuto che le bimbe fossero trasferite dall’ospedale di Castelbolognese nella clinica di Imola, ove si trova ricoverato”.

Testo e immagine tratti da Il Resto del Carlino del 9 marzo 1962.

(1) In realtà il soccorritore era Romano Scardovi, che abitava a pochi metri dalla stazione ferroviaria di Castel Bolognese.

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