L’imbuto? Basta la parola!

di Paolo Grandi

Tino Scotti, noto attore teatrale del secolo scorso, era conosciuto in televisione per i suoi “caroselli” ove reclamizzava un confetto miracoloso per la stitichezza dicendo “(…), basta la parola!”. E sembrerebbe proprio lei, la parola, il filo conduttore di questa curiosa storia che la dice lunga sulla frammentazione dei dialetti e sull’intendersi tra romagnoli e bolognesi.
Mio babbo raccontava spesso questa storiella anche ai bambini per far capir loro come l’italiano fosse l’unica lingua corretta per intendersi in ogni dove in Italia. Ma erano tempi in cui non era ancora giunta l’immigrazione dal Sud Italia, il dialetto era aborrito, superato e comunque da abbandonare a prescindere, pur se era ancora la lingua parlata correntemente almeno nelle nostre campagne.
Bene, mio nonno Pompeo, gestore del Ristorante della Stazione, benché si chiamasse Grandi di cognome era alto poco più di un metro e mezzo; una famiglia che abitava al di là della Stazione in via Lughese (di cui ora non ricordo il cognome) aveva come soprannome “J umarì” ed erano tutti alti quasi due metri… Da costoro nonno si riforniva del vino da pasto e qui cascò l’asino, anzi l’imbuto. Tutti conoscono l’imbuto che s’adopera in famiglia per il travaso del vino dalle bottiglie, ma un tempo, ed anche un poco oggi, per travasare il vino dalle botti alle damigiane si adoperava un grande imbuto, con un diametro di oltre 50 centimetri, quasi sempre di rame. In dialetto romagnolo l’imbuto piccolo è “e pidariól” e l’imbuto grande “la pidria”. Ma il mio nonno era bolognese e non abbandonò mai il dialetto della sua città natale ed in quel dialetto “la pidria” è l’imbuto piccolo “e pidariól” quello grande. Destinati a non intendersi, mio nonno si recò da “J umarì” a comprar del vino e, come si fa sempre, lo si assaggia spillandolo dalla botte. “Sgnor Pompeo purtim e pidariól” disse il contadino nell’atto di riempirgli il bicchiere; forse interdetto da quella richiesta (perché l’imbuto grande per riempire la piccola bocca del bicchiere?), nonno vide lì a fianco il bell’imbuto di rame grande e glielo portò. “No la pidria, e pidariól” urlò l’uomo che a stento ormai tratteneva il vino nella cannula; “Mo quest l’è al pidariól a Bulaggna! Tal a là la pidria!” indicando il piccolo imbuto.
Il tutto si risolse con il vino in terra, il bicchiere vuoto ed una grande risata tra i due che così scoprirono le differenze tra i due dialetti, rinsaldando un’amicizia che durò per il resto della vita.

La famiglia Grandi davanti al caffè della stazione nel 1935. Da sinistra Tristano Grandi, la madre Teresa Bitelli, il padre Pompeo e la sorella Virginia.

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Paolo Grandi, L’imbuto? Basta la parola!, in http://www.castelbolognese.org

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