Quando c’erano la canapa ed i maceri

di Paolo Grandi

La canapa

La coltivazione e la lavorazione della canapa sono stati sempre fondamentali nell’economia agricola della nostra Regione, tanto che nella serie filatelica “Italia al Lavoro” emessa dalle Poste Italiane nell’ottobre del 1950 essa è rappresentata proprio dal lavoro della canapa. Anzi l’Italia era il secondo maggior produttore di canapa al mondo ed era soprattutto conosciuto per la produzione di fibre tessili, per secoli un’eccellenza italiana. Nel 1975, dopo la legge Cossiga contro gli stupefacenti, la canapa è completamente scomparsa dalla penisola.
Anche nel territorio di Castel Bolognese non mancava la coltura della canapa. Di solito si seminava nella capitagna di un campo, cioè quella striscia di terreno che stava in cima e in fondo ai campi dove le bestie con gli attrezzi manovravano durante la lavorazione e che alla fine venivano arati in senso verticale. Si trattava quindi di piccoli appezzamenti. La semina si faceva a mano in primavera e le piante si sviluppavano fino ad un’altezza di oltre due metri con gli steli molto consistenti, così fitti che era impossibile entrarci in mezzo. Durante la fioritura colpiva l’odore intenso, inebriante che emanavano. Inoltre nelle ore calde della giornata si sentiva un forte ed incessante ronzio di insetti.
La raccolta si faceva a fine estate. Con una falcetta si tagliavano le piante raso terra, si legavano in piccole mannelle e con il carro si portavano a casa nell’aia. Dalle piantine raccolte si prendevano i semi. Successivamente le mannelle di canapa si mettevano a macerare nell’acqua. Questa operazione era fondamentale per ottenere una buona stoppa, che era la materia prima principale estraibile da questa pianta. La canapa restava nell’acqua per 15-20 giorni, poi veniva messa ad asciugare.

I maceri

Non tutti i coltivatori avevano la possibilità di macerare le mannelle di canapa, e a Castel Bolognese non esistevano maceri pubblici; pertanto le grandi famiglie coloniche si accordavano per riempire i maceri privati che erano presenti, specialmente lungo il Canale dei Mulini. Ne ricordo uno, non eccessivamente grande, a ridosso dell’argine del canale, parallelo alla (allora) nuova Via De Gasperi, tra la proprietà dei fratelli Brunetti e l’attuale via Baldini. Qui la nostra maestra, Maria Drei che proprio abitava in via De Gasperi, ci portava durante l’orario scolastico per prendere i girini che poi vedevamo crescere in aula e, non potendo gestire le piccole rane, le riportavamo là nel loro ambiente naturale. Attorno vi cresceva anche dell’ottimo bambù che dava anche delle buone canne che la gente andava a tagliare per sostenere le piante rampicanti. Una di quelle canne arrivò anche in aula. La nostra maestra mai la adoperò, ma era per noi bambini un severo monito; casomai serviva per indicare punti, città e regioni sulla carta geografica. Un’altra bella serie di maceri era nelle “vasche di Biancanigo”, grandi buchi nel terreno, credo ricavati dal cavar terra per le fornaci e che oggi sono state trasformate nella zona residenziale compresa tra le vie Biancanigo, Marzari, De Gasperi e Massarenti. Infine ricordo due grandi maceri, paralleli sempre al Canale dei Mulini a Casalecchio, dopo la casa colonica del podere “Pilastri”. Durante la macerazione della canapa l’acqua doveva essere corrente. In alcuni si macerava anche stoffa e/o altra fibra per ottenere la carta ma va da sé che nel resto dell’anno questi specchi d’acqua erano veri e propri stagni. Molte sere d’estate col babbo, dopo cena, facevamo un giro in bicicletta (che, chissà perché, finiva sempre in stazione…) e se si passava lungo la Lughese dopo via Barignano iniziava a sentirsi l’acre odore dell’acqua stagnante e, subito dopo, un gracidare di rane e rospi a mo’ di vero e proprio concerto. Anche dietro la cantina “Bini”, sempre a ridosso del Canale, vi era una vasca (che si diceva abitata da una carpa gigante…) ma non ricordo che sia mai servita da macero.

La lavorazione della canapa

Per l’estrazione della stoppa dagli steli della canapa si usavano speciali attrezzi che si chiamavano mascelle, costituite da un banco di legno con dieci lamine sempre in legno unite insieme con un perno ad una estremità. Alternativamente la metà delle lamine erano fissate al banco, mentre le altre, unite da un manico, si alzavano ed abbassavano manualmente in modo che incastrandosi con quelle fisse rompevano gli steli della canapa. Da questa funzione, simile alla masticazione, questi attrezzi dovrebbero aver preso il loro nome. La canapa, una manciata alla volta, si passava sotto l’attrezzo; con una mano si alzavano ed abbassavano le mascelle e con l’altra la si faceva scorrere. Per frantumare completamente gli steli occorreva insistere con questa masticazione abbastanza a lungo. Successivamente si passava la fibra su dei grossi pettini in modo da liberarla completamente da residui legnosi ed allo stesso tempo affinarla. Ora la canapa era pronta per la filatura.

Al filareni ‘dla canva

Durante le lunghe serate invernali, le donne di casa fornite di rocca, fuso ed una bacinella d’acqua filavano. La rocca consisteva in una canna lunga circa due metri dove all’estremità si incastrava un grosso ciuffo di canapa. Il fuso era un legnetto tornito lungo circa 25 cm con pancia al centro e sottile alle estremità. Sedute davanti al tavolino con la bacinella dell’acqua accanto, la rocca appoggiata alla spalla cominciavano ad appiciare la stoppa. Appena creato un pezzetto di filo lo avvolgevano intorno al fuso e dandogli una spinta con le dita lo facevano girare appeso alla rocca. Iniziava così la filatura. Si dovevano fare contemporaneamente le seguenti azioni: far girare sempre il fuso dandogli spinte ogni pochi secondi e accompagnare la stoppa con le dita bagnandola con l’acqua così evitando il formarsi di nodi e ispessimenti nel filo. Finita la stoppa sulla rocca la filatrice la riempiva di nuovo, sostituiva il fuso con uno vuoto e ricominciava il lavoro. Alla fine le filatrici provvedevano a svuotare i fusi formando delle matasse, prendendo il capo del filo tra due dita, piegando in braccio ad angolo e avvolgendovi intorno il filo. Per formare una matassa occorreva il filo di più fusi pertanto era necessario fare un nodo per unire i fili. Questo nodo era fatto a regola d’arte e si notava appena. Gli usi che si facevano della canapa erano principalmente due. La tessitura, per realizzare lenzuola, tovaglie, asciugamani ma anche rozzi vestiti e la fabbricazione di cordami di varie dimensioni. Un po’ di stoppa veniva lasciata non filata e serviva a sigillare, in particolare i tubi per l’acqua, ma anche i contenitori in legno come botti e altro. Il telaio era presente in molte case coloniche, ospitato in una grande sala spesso vicina o sovrastante la stalla, oppure munita di passaggio della canna fumaria in maniera da tenerla un po’ riscaldata nell’inverno. Mani femminili sapienti vi operavano per la tessitura del “corredo” che poi altre mani abbellivano di grazia con i ricami.

Il funaio e le corde di canapa. Quando tutto era fatto in casa.

Per la fabbricazione delle corde, l’altro uso che si faceva della canapa, ci si avvaleva di un professionista del settore, il funaio. Questo artigiano aveva sempre una propria bottega in paese, ma quando qualche famiglia colonica constatava che le funi, le corde utilizzate per guidare gli animali da tiro e le altre corde utilizzate per il lavoro erano logore e andavano sostituite, lo si invitava e per alcuni giorni si trasferiva armi e bagagli in campagna.
Appena arrivato, per prima cosa, egli montava l’impianto per il lavoro. Occupava uno spazio della lunghezza di circa 30-40 metri. Di solito veniva piazzato nell’aia o in un vialetto che fosse sufficientemente lungo. L’attrezzatura consisteva principalmente in una macchina con un grande volano a cui erano collegati, con degli ingranaggi, quattro o più gancetti. La ruota volano, azionata manualmente per mezzo di un manico, faceva girare contemporaneamente tutti i ganci. C’erano inoltre dei sostegni, distanti tra loro circa quattro metri, che servivano a sostenere le corde durante la lavorazione. Il funaio fissava i fili ai ganci, poi prendeva poi un legnetto cilindrico leggermente affusolato in cima con delle scannellature intorno, che serviva a contenere i fili. La persona incaricata cominciava a girare la ruota. Mentre il funaio passando i fili dentro le scannellature del legnetto iniziava a camminare all’indietro. I fili girando si avvolgevano tra loro formando una unica uniforme cordicella. Arrivato a ritroso in fondo al percorso il funaio aveva realizzato il primo pezzo di spago. Si ripeteva questa operazione fino a che non si era preparata una sufficiente quantità di spago per realizzare tutto il cordame che era necessario. Il compito della persona addetta alla ruota non era difficile: bastava ascoltare le indicazioni del funaio sulla velocità da imprimere alla macchina, e spesso questo era il lavoro per ragazzi e bambini.
Nella seconda fase della lavorazione le corde aumentavano di spessore in modo esponenziale. Si mettevano nei ganci quattro corde che erano composte da quattro fili, procedendo con lo stesso metodo, si formavano funicelle da sedici fili complessivi. Mettendo ancora insieme più o meno di queste funicelle si costruivano funi delle diverse dimensioni occorrenti per le varie attività dei contadini.

Funaio (o cordaio) castellano in azione nel prato della Filippina prima (e non poco) della Guerra. Si nota la grande ruota usata per attorcigliare i singoli capi che poi formavano la corda. A destra una porzione dell’edificio che fino a poco tempo fa ospitava la pasticceria biologica. Sullo sfondo viale Roma all’incirca nella zona dove adesso inizia la via Contoli. Quest’angolo di paese è praticamente irriconoscibile. (Biblioteca comunale Luigi Dal Pane, Fondo Pietro Costa, Fotografie, Positivo n. 380)

Cosa rimane

Nulla di tutta questa parte della civiltà contadina rimane oggi; di questa lavorazione autarchica, che ha soddisfatto per centinaia d’anni la nostra popolazione tutto è stato cancellato. Rimangono ancora nei musei gli attrezzi per sminuzzare la canapa, quelli del cordaio per il suo lavoro, i telai sui quali generazioni di donne hanno intessuto quel filato, gli attrezzi per la filatura, ma il sapere umano è andato disperso.
Ricordo che una decina d’anni fa fu organizzata da un gruppo di persone una riunione volta a pubblicizzare la coltivazione della canapa ed a farla rinascere sul nostro territorio; all’uopo affittarono (credo) il terreno del “Crociaro di sotto” di Biancanigo che coltivarono a canapa per un anno, con scarsissimo successo. Così l’esperimento non fu ripetuto.
I maceri, a loro volta, sono scomparsi. Quelli più vicini al centro inglobati nel boom edilizio di Castel Bolognese degli anni ‘60 e ’70; quelli in campagna, sacrificati per più redditizie coltivazioni di pesche, viti e kiwi.

Per riferimenti sulla coltivazione e la lavorazione della canapa: http://www.boscodiogigia.it/2017/04/25/quando-la-canapa-italiana-era-la-migliore-del-mondo/

Contributo originale per “La storia di Castel Bolognese”.
Per citare questo articolo:
Paolo Grandi, Quando c’erano la canapa ed i maceri, in http://www.castelbolognese.org

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