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Vita da Notaio: Babone Ramberti e Michele
Caglia
di Paolo Grandi
Lavere certezza dei rapporti
giuridici è da sempre stata una necessità di qualsiasi società evoluta ed organizzata.
Difficile quindi conoscere quanto sia antica larte notarile, cioè quella attività
svolta da particolari persone appositamente nominate dalle Autorità per certificare
ineluttabilmente la verità su fatti, su atti, su persone. Agli scribi, che sappiamo
essere esistiti ai tempi di Babilonia, nellEgitto delle piramidi, nella Giudea di
Gesù Cristo, successero i romani Notarii, che tradotto diventa amanuensi,
segretari, i quali, assieme ai cugini poveri, i Tabularii che poi diventeranno i
Cancellieri, sopravvivono tuttora nella storia giuridica di questo nostro Paese.
Mi sono imbattuto, nelle mie ricerche storiche, in tante figure di notai, ma nessuno mi ha
lasciato un immagine di sé talmente viva come i castellani Babone Ramberti e Michele
Caglia. Nessuna affinità, nessun destino li avvicina, nemmeno il tempo può fare questo
miracolo, poiché il primo ha operato agli albori del quindicesimo secolo, il secondo
nella prima metà del diciottesimo. Eppure è come se adesso li avessi qui, davanti a me,
nel mio studio. Del primo ho reperito numerosissimi atti presso larchivio di Stato
di Faenza. In un periodo in cui pochissime persone sapevano leggere e scrivere, occorreva
ricorrere molto spesso al notaio, che era piuttosto uno scrivano pubblico, per soddisfare
il famoso adagio carta canta, villan dorme, non solo per tutti gli atti che ancor
oggi necessitano della sua presenza, ma anche per cose che a noi uomini sulla soglia del
ventunesimo secolo fanno un poco sorridere. E il caso di un riconoscimento di debito
per la compravendita dun bue fatto da Manfredo Mini di Castelnuovo in favore di
Tonino dal Borgo di Castel Bolognese (che comunque varrebbe oggi come un pacchetto di
cambiali firmate per lacquisto dun trattore) o per sancire la pace tra le
famiglie di Petronio Torta rettore di S. Andrea di Ossano, Fabrizio Rossi e Bersano della
Calbana tutti di Castel Bolognese con la famiglia Contoli di Aguzzano già abitante a
Campiano rogando latto nella chiesa di San Francesco davanti allaltare della
Madonna. Curioso il caso di Domenico da Casale abitante a Biancanigo che era debitore
insoluto di Guerra della Pideura e perciò era in carcere; con un rogito stilato presso la
finestra della prigione, Giovanni Pallantieri promette di accollarsi il debito.
Per gli atti più importanti, testamenti, compravendite, la sacralità del testo e della
forma è la stessa dei notai di oggi; cambia solo la lingua, poiché Babone Ramberti
adoperava un latino che farebbe rabbrividire uno studente del Ginnasio con una stirata
sufficienza e inorridirebbe il povero Cicerone. Il nostro Babone non aveva un ufficio e,
come tanti sensali dun tempo, occorreva cercarlo in piazza. Dobbiamo perciò
immaginarlo correre a destra e a manca per stendere atti ove veniva chiamato, specialmente
nei giorni di mercato quando i contadini venivano in città per acquisti. Senza una sede
(e questo è il tratto distintivo tra il notaio, libero professionista, ed il Cancelliere
che invece sedeva presso il cancello dellUfficio Pubblico cui era addetto) tutti i
posti erano buoni per rogare: le scale del Palazzo Pretorio, i portici della via Emilia,
ma, soprattutto, la farmacia di Giovanni Battista Pallantieri, o la drapperia di Giovanni
Pallantieri che si trovavano sulla via Emilia, luna di fronte allaltra, la
prima allincirca ove oggi cè la ferramenta Soglia, la seconda grossomodo
allaltezza della salumeria Conti, che diventavano così improvvisati studi notarili
offrendo, soprattutto nei mesi invernali, un poco di riparo e di calore al nostro notaio
ed ai suoi clienti.
Diversa è la vicenda di Michele Caglia: questi nel 1705 fu carcerato per debiti a Imola e
nellanno successivo venne ammesso al miserabile ed obbrobrioso beneficio della
cessione de Beni collobligo di portare il Cappel Verde (donde il detto essere
al verde di colui che si trova senza un quattrino), e con tutte le Marche
dignominia prescritte dalle leggi. Egli tuttavia, in barba alla sospensione
comminatagli, ricominciò a rogare atti senza autorizzazione spargendo voce
desser stato abilitato da Mons. Prefetto degli Archivi, con grave danno della
pubblica fede. La Comunità di Castel Bolognese doppo aver escluso a mezzo del
Podestà il d° Caglia dallOffizio di Procuratore, gli hà fatto intendere dal suo
Secretario che esibisca le facoltà e privilegij con i quali presentemente roga. Il
notaio rispose di rogare con li prvilegij ad esso concessi nellatto che fù
creato Notaro, e pertanto il Governo Comunale fu costretto a ricorrere al Senato
Bolognese affinché questi, con pubblici proclami, sospendesse al Caglia lesercizio
del notariato. Laffare fu poi trattato a Roma dalla Sacra Congregazione degli
Archivi, ma non ne conosciamo lesito che, senza dubbio, sarà stato sfavorevole al
nostro notaio indebitato.
Non sappiamo quali fossero le tariffe dei notai dun tempo ma, se rapportate a quelle
attuali un suo intervento doveva costar caro anche nel settecento; dunque, il buon Caglia
deve aver dilapidato un bel patrimonio, forse al gioco, prima di essere oppresso dai
debiti, costringendolo allesecuzione forzata sui beni rimastigli. Certo non doveva
essere un bel vedere incontrarlo per la piazza col berretto dellignominia in testa,
lui stimato notaio che, comunque, conservò la fiducia dei castellani che ripresero a
chiamarlo per rogare i loro atti.
Queste due brevi storie, dun laborioso notaio medievale e di un altro più
sfortunato collega delletà moderna, non vogliono essere una lezione morale, ma
soltanto uno spaccato di vita, piuttosto inedito, del nostro Castello.
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