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Le rimembranze.
Questo elzeviro di
Francesco Serantini, tratto dal Giornale dellEmilia del 23 giugno 1949, ricorda in
molti passi "Le ricordanze", un elzeviro più famoso di questo e anch'esso
contenuto in questo sito. Vale la pena, però, leggerlo per conoscere altri aneddoti della
storia di Castel Bolognese e della sua torre civica.
Sono andato a Castello il lunedì di
pentecoste, che da anni non ci andavo più, ci sono stato tre ore e sono state tre ore di
accorata malinconia. Nessuno mi ha offerto un bicchiere di albana, anzi mi sbaglio: me lo
ha proferito il mio vecchio amico Carluccio che ha sei o sette denti doro, è pieno
di quattrini e fa lanarchico, ma poi, non so come, se nè scordato e fatto sta
che son rimasto con la sete. Ho visto Mario, lo speziale, che sta fuori ed era venuto
anche lui a ritrovare il nostro paese, quel caro paese che non è più quello: sbrecciato,
sbrendolato, tutto buchi e rattoppi e quei pochi, brutti.
Vorrei sapere che cosa hanno nella testa quelli che comandano in Comune: i portici erano
la caratteristica di Castello, cari portici che mi tocca chiudere gli occhi per rivedervi,
e sissignori che si è permessa la ricostruzione delle case sulla Via Emilia, che taglia a
mezzo il paese, case dico senza portico. I portici e le oche di Castello, che le ha
ricordate persino il Carducci.
E la torre, la torre che era in piazza e aveva non so mai quanti secoli e non cè
più perché i tedeschi ci misero sotto una carica di tritolo e buonanotte la torre.
Nicola liutaio ci ha fatta una passione. Essa era lingresso dellantico
castello:
"Li regenti di Bolognia mandarono misser Alberto dei Galuzzi cavaliere con
quattrocento lanze e multa fantaria e questo fue lanno 1381, il quale messer Alberto
feze acordo cum Franzisco de Manfridi in questo modo, che il Comune li debbi dare tre
millia fiorini doro et sexsanta al mese de prouixione in tempo de diex ani et una
caxa fornita et farlo citadin de Bolognia, misser Alberto furnì el dito castello per el
comune de Bolognia et sopra la torre maistra poxe la bandiera del comune de
Bolognia".
Dunque quella cara torre nel 1381 aveva spiegato al sole la bandiera del Comune bolognese
e certamente le lanze di messer Alberto dei Galluzzi lavevano salutata schierate in
ordinanza.
Diroccò nella piazza Bernardi e la riempì perché è una piazza larga quanto una mano.
Venti anni fa i soliti servi sciocchi cavarono il nome di Giovanni Bernardi e ci misero
Benito Mussolini il quale ebbe il giudizio di ordinare a quei sempliciotti di rimetterci
lantico nome che si meritava di starci se persino quella cattiva lingua di Benvenuto
discorrendo del Bernardi lo chiama "molto valentuomo per fa medaglie di quella sorte
che io facevo".
Giovanni era un maraviglioso intagliatore di cammei, di cristalli e di acciaio e fra molti
lavori fece una medaglia col ritratto di Clemente settimo e nel rovescio quando Giuseppe
si scopre ai fratelli; della quale bellissima opera il papa mediceo lo rimunerò con
lufficio di mazziere pontificio oltre a essere, insieme con Tomaso dAntonio
sopranominato Fagiuolo, stampatore della zecca pontificia.
Ne hai vedute di vicende, vecchia torre, in tanti anni che sei stata su e io delle volte
guardandoti pensavo che tu avresti seppellito anche me come gli altri castellani,
viceversa sei partita tu, ti abbiamo seppellita noi. Col tuo orologio tu scandivi le ore
delle nostre notti quando facevamo infinite volte il giro delle mura a discutere e a
contare i fatti; le discussioni andavano dalla politica alle donne alla filosofia e mai
che fossimo buoni di farle pacatamente, macchè, ci scaldavamo subito ed erano grida e
accenti concitati, senza un po di rispetto per i cristiani che dormivano. E quante
volte, Gianni che adesso riposi in terra, ti abbiamo fatto contare lassedio di Arta
dove eri chiuso e la notte, quanderi di sentinella, tiravi ai topi grossi come
gatti, per mangiarli e un sergente greco balzava fuori insonnolito e tu allora gridavi
pòlemos e quello masticava chissà quali bestemmie, finchè scoprì che pòlemos erano i
topi.
Talora, a mezzanotte alluna alle due qualcuno faceva: "però una piadina fritta
nel grasso non ci starebbe mica male, che ne dite?" e allora si andava a casa a
arraffare di nascosto delle bottiglie e finiva che allalba avevamo gli occhi lustri
e parlavamo tutti in una volta e taluno misurava di sghembo la strada e i più schietti
accompagnavano a casa quelli che non sapevano andarci con le gambe. Una volta Angiolino,
che adesso fa il medico, si sbronzò e siccome aveva la sbornia malinconica così piangeva
come un vitello e dava la colpa al pane fresco di Gnazi, che lo aveva ubriacato. Gnazi
faceva il fornaio e da lui andavamo sulle tre, quando i garzoni facevano la prima sfornata
delle ciambelline dolci da un soldo, che sua moglie metteva su una faccia interita e lui
rideva, a vederci diluviare, con quella sua bocca di fauno. Era andato in Grecia nel
novantasei a battersi coi garibaldini di Ricciotti, lui, Gianni, Palitèna, Silvestrini e
Capra. Capra e Silvestrini non erano tornati, erano rimasti sottoterra a Domokos con
Antonio Fratti; Gianni aveva aperto un Caffè che si chiamava il Caffè della guerra e
alla prima figlia aveva messo il nome Arta, in memoria dei topi che sera mangiato
laggiù, poi sua moglie gli aveva scodellato due gemelli che erano Romolo e Remo.
E Masino? Masino era un bel tipo di speziale, gli mancava una gamba, aveva la dentiera, un
occhio di vetro e un garzonetto semplice, sicchè penso di giocargli un tiro: un
pomeriggio lo chiamò nel retro, dove cera un letto per quando la farmacia era di
turno, e disse: "mi butto giù unora perché non mi sento in essere" e il
garzone lo aiutò a togliersi la gamba di legno: "portami due bicchieri con
lacqua" e il garzone gli portò i due bicchieri e Masino in uno ci fece cadere
i denti, nellaltro locchio di vetro, il garzona guardava in tralice tra
sorpreso e impensierito: "adesso stendimi questo asciugamani sul petto, così, bravo,
e poi pian piano, con garbo, sfilami la testa...". Il ragazzotto fece un salto come
se lo avesse morsicato la tarantola e schizzò via esterrefatto.
E la calata del sole, le ragazze sciamano vestite di colore, da Badone i bevitori
inzuppano i bracciatelli nellalbana dolce, vecchie giostre girano sul prato della
Filippina, Mario si danna con un nipote di tre anni che vuole montare sui cavalli e
pretende che il nonno salga anche lui ma lui si vergogna di farsi vedere a cavallo di una
giostra; ormai leveranno la tombola, se mi fermo stasera a sentire la Banda tornerai
ancora sul podio per me, vecchio maestro che dirigevi col berretto calato sugli occhi e
cominciavi sempre con "poeta e contadino" di Supèe.
Il bamboccio strilla come una aquila: dallo a me, Mario, monteremo tutti e due sulla
pariglia di legno, non aver paura lo terrò ben stretto e non mi cascherà. Andremo su
questi ippogrifi fin nella luna dove incontrerò tutti quelli che non ho visto oggi e la
mia giovinezza fiorita e mi passerà la sete e la malinconia: tanto, qui senza la torre
non saprei ritrovare le stelle dellOrsa che, ricordi, ci scintillavano sopra.

Il "caffè della guerra" del Mas-cì
(Giovanni Tosi) in una vignetta del 1929. Castel Bolognese era anche chiamato "la
piccola Parigi". Da notare anche la Torre e la sua scaletta di accesso.
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