|
| |
Il grido di Sandro Pertini
nei ricordi di Pietro Costa
A partire dal 1925 la dittatura fascista
compie una svolta radicale nella direzione totalitaria. Lapprovazione delle leggi
liberticide e listituzione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato
costituiscono una minaccia ed una sfida ad ogni forma di opposizione. La repressione del
dissenso assume laspetto di una persecuzione, che costringe lantifascismo
allazione clandestina e alimenta le file dellemigrazione politica.
Pietro Costa, venuto a Milano in cerca di lavoro, si trova al fianco di altri anarchici
impegnati nella propaganda e nella lotta contro il regime. Il suo apprendistato
antifascista risale ad alcuni anni prima: già nel 23 è stato licenziato dalla
Ferrovia per la condotta politica e per ladesione agli scioperi.
A Milano il gruppo anarchico è impegnato a dar vita al cosiddetto "soccorso
rosso", per la diffusione di opuscoli di propaganda e la distribuzione di denaro alle
vittime politiche e ai loro famigliari. E' unattività rischiosa, che si spinge fino
a Verona e alle località limitrofe e che è collegata con gli antifascisti italiani
emigrati in Svizzera. Giuseppe Peretti, un ferroviere residente a Bellinzona, cittadino
svizzero, mantiene i contatti tra le vittime politiche doltralpe e gli anarchici
italiani. A Milano il Peretti viene spesso ad incontrare Pietro Costa, che si nasconde
sotto il nome di Pietro Pasini, per la consegna del denaro raccolto allestero.
A lungo andare la polizia raccoglie alcuni indizi e si mette sulle tracce del gruppo
anarchico. La sera del 26 gennaio 1929 il Costa viene visto al Caffè "Gino" a
Porta Volta con due sconosciuti, tra i quali verrà poco dopo identificato Giuseppe
Peretti. La trama del "soccorso rosso" finisce ben presto sotto il controllo
della polizia. Nel corso degli interrogatori, che precedono il procedimento penale, gli
inquirenti vogliono conoscere a tutti i costi nomi e fatti dellorganizzazione
"sovversiva" e si procurano le prove sufficienti per trascinare gli imputati
davanti al Tribunale speciale, per il reato di "ricostituzione del partito
anarchico" (1).
Il giovane Costa deve affrontare una delle esperienze più difficili della sua vita, un
vero trauma che lo perseguiterà a lungo come un incubo. Messo a confronto con gli altri
imputati, di fronte alle prove schiaccianti e alla morsa stringente degli interrogatori,
gli diventa impossibile tenere nascosta la propria identità e fingere di ignorare i
compagni coinvolti nella medesima accusa. Ciò è sufficiente per esporlo alle critiche di
quanti, mossi da personale rancore, contribuiscono a diffondere uninterpretazione
distorta dei fatti. Ma sullantifascismo irriducibile, che Pietro Costa ha scontato
sulla propria pelle, non ci sono dubbi; lo stesso non può dirsi di alcuni suoi avversari,
che hanno atteso il passaggio della bufera per atteggiarsi a paladini delle libertà
riconquistate.
Più tardi, a Lecce, Pietro Costa condividerà il carcere con molti compagni comunisti, di
cui potrà ammirare il coraggio, lo spirito di sacrificio e di solidarietà. Sarà un
incontro fondamentale, che gli aprirà nuove prospettive di lotta contro il fascismo e che
gli farà abbracciare la stessa fede politica di Antonio Gramsci, allora languente nel
carcere di Turi.
Nuova esca si offrirà al rancore di avversari ed ex compagni. Ma Pietro Costa, si sa, è
sempre stato una persona scomoda a molti del suo paese, soprattutto a quanti non hanno mai
conosciuto confini tra mormorazione ed infamia.
Il 30 novembre 1929, Pietro Costa e gli altri anarchici, finiti nel carcere romano di
Regina Coeli, vengono trasferiti ai Palazzo di Giustizia (il cosiddetto
"Palazzaccio"), per essere giudicati dal Tribunale speciale. Presiede Antonino
Tringali Casanova, uno dei fedelissimi del regime, che diverrà ministro della Giustizia
nella repubblica di Salò.
Gli imputati vengono rinchiusi in camera di sicurezza, in attesa della conclusione di un
processo apertosi alle 9 di quella stessa mattina. Questo è il ricordo che Costa ci ha
tramandato: "... Si stava celebrando un processo contro un antifascista,
di cui non conoscevamo il nome. Dopo poco udimmo un grido: "Viva il socialismo,
seguito, fra uno scalpiccio sul pavimento di legno (erano i carabinieri che tentavano,
come di solito, di impedire al recluso di gridare), da un Abbasso il
fascismo... Un attimo dopo si spalancò la porta e ne uscì il condannato quasi
buttato tra le braccia del maresciallo dei carabinieri che comandava la nostra scorta.
Pertini, lo sapemmo dopo che era lui il condannato, fu accompagnato nella camera di
sicurezza in attesa che finissimo noi, per riportarci tutti a Regina Coeli..." (2).
Sandro Pertini, mal sopportando lesilio in Francia, è entrato in Italia con un
passaporto falso nel marzo del 1929. Viene arrestato a Pisa in seguito alla denuncia di un
delatore, che lo ha riconosciuto in un incontro con Ernesto Rossi. Il 30 novembre
successivo compare davanti al Tribunale speciale; dopo di lui, in quella stessa mattina,
devono essere processati gli anarchici identificati a Milano. Sono presenti in aula molti
giornalisti, tra i quali gli inviati speciali dei quotidiani svizzeri, perché tra gli
imputati figura il cittadino elvetico Giuseppe Peretti. E' una buona occasione per
provocare i giudici, gridando unaccusa contro lodiato regime, tanto più che
la condanna, pronunciata da un tribunale di partito, è scontata. Quando il presidente
comincia a leggere la sentenza, Pertini, facendo appello a tutto il suo coraggio e
cogliendo di sorpresa i carcerieri, lancia quel duplice grido, che giunge fino agli
orecchi degli altri imputati chiusi in camera di sicurezza. "Tringali Casanova era
pallido rammenta Pertini il pubblico ministero mi guardava con una faccia
che se fosse stato un coltello mi avrebbe ammazzato, soprattutto perché sapeva che
cerano degli stranieri fra il pubblico, quei giornalisti svizzeri che prendevano
nota sui loro taccuini" (3).
Sandro Pertini viene condannato a dieci anni e nove mesi di reclusione per
"menomazione del prestigio nazionale allestero e attività sovversiva".
Gli altri imputati, processati subito dopo e condannati per "ricostituzione del
partito anarchico", vengono ricondotti in camera di sicurezza. "Pertini che era
seduto in un angolo sulla panca murale ricorda Pietro Costa si alzò e,
ribassato il bavero del cappotto, disse: Ecco dieci anni digeriti. Ci
raccontò poi lepisodio della fuga di Turati da Milano e del viaggio in motoscafo,
del guasto al motore in alto mare, sotto una pioggia battente e dellarrivo nel
porticciolo còrso...
Con Pertini ci rivedemmo dopo circa un mese nella sala di transito del carcere, dove
eravamo ammucchiati con tanti altri detenuti comuni in attesa di partire per
la nostra destinazione; Pertini per Santo Stefano ed io per Lecce. Ci fecero salire sul
treno diretto a Caserta e chiusi ognuno nel proprio abitacolo del vagone cellulare.
Durante il viaggio ci scambiavamo saluti e frasi di... circostanza. Ad una di queste:
sursum corda!, Pertini replicò: Su su per la corda, come
traduceva Farinacci..." (4).
Due anni di carcere scontati a Lecce non furono mai barattati da Pietro Costa, con una
domanda di grazia. La madre, Maria Pasini, si era interessata alla sua scarcerazione con
laiuto di una parente monaca a Fognano. Ma Costa rifiutò di compiere quel passo,
per espiare fino in fondo, come diceva, ciò di cui era stato accusato.
Come sovversivo schedato non ebbe vita facile per tutta la durata del regime. Ritornò in
carcere il 19 giugno 1943, quando fu arrestato a Castelbolognese e trasferito a Ravenna,
dove rimase fino al 23 agosto successivo.
In quello stesso mese arrivava la libertà anche a Sandro Pertini, dopo la lunga
reclusione, che aveva avuto inizio dall"ergastolo" di Santo Stefano.
Nel luglio 1978 Sandro Pertini viene eletto alla più alta carica dello Stato. La stampa
si diffonde nella biografia del neopresidente e ne rievoca lesemplare milizia
politica. Pietro Costa ne conserva un ricordo personale e allo storico Paolo Spriano,
autore di un profilo del coraggioso antifascista (5), invia il racconto
scritto di quel processo, ormai lontano nel tempo, ma sempre impresso nella memoria. E'
una testimonianza interessante, che Spriano fa conoscere al Presidente della Repubblica.
La risposta del Quirinale non si fa attendere a lungo, con parole di viva gratitudine che
Pertini scrive di suo pugno a Pietro Costa (6). E' un messaggio
spontaneo, dettato dal ricordo indelebile di unesperienza che il presente ha reso
ancor più significativa.
Il ricordo di quel duplice grido era ritornato alla mente di Sandro Pertini, quando gli
era stata annunciata lelezione alla presidenza della Repubblica.
E' il primo pomeriggio di sabato 8 luglio 1978: a due giornalisti che sono riusciti, non
senza difficoltà, a raggiungerlo, Pertini dice soddisfatto: "Davanti al Tribunale
speciale che mi condannava al carcere, ho gridato: Viva il socialismo! Abbasso il
fascismo! (7).
Il ricordo diventa un commento, che sottolinea il significato più vero di quella
elezione. Si apre una pagina nuova nella storia della Repubblica, si avverano le parole,
quasi profetiche, scritte da Piero Gobetti ad un amico nel lontano 25: "Esiste
in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e
non cederà... Anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di
domani... La loro rettilinea protesta salva i quadri dellItalia politica
futura".
Stefano Borghesi

1) Vedi: Commissione istruttoria presso il
Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Sentenza nel procedimento penale a carico di
Costa P., Peretti G., Cimoso G., Rognoni A., Biscardo U., ecc., Istituto Storico della
Resistenza - Ravenna.
2) Lettera di P. Costa a P. Spriano - Luglio 1978. Carteggio P. Costa. Bibl. Com. di
Castelbolognese.
3) R. Uboldi, Il cittadino Sandro Pertini, Rizzoli, Milano, 1982, p. 97.
4) Lettera di P. Costa, cit.
5) P. Spriano, Sandro Pertini un socialista scomodo, in "LUnità", 7
luglio 1978,
6) Carteggio P. Costa. Bibl. Com. di Castelbolognese.
7) R. Uboldi, op. cit., p. 97.
testo tratto da "La Torre", n. 4, settembre 1982
indietro
|