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MARIA
LANDI
Tratto dal libro "Un'infanzia nella bufera", 1995
Un mattino fummo scossi da un grande tremore e
da un botto tremendo. Un ordine infame aveva decretato la fine della torre civica, che
troneggiava in fondo alla piazza. Qual era il vantaggio che lesercito tedesco poteva
trarre da questo gesto ignobile ? Quale fastidio poteva dare la torre, ferita,
sbrecciata, ad un esercito male in arnese, in attesa soltanto che gli alleati varcassero
il fiume e li spedissero via, a gambe levate ? Quali fossero state le cause che
avevano decretato la morte della torre, ormai non importavano più. Non si poteva certo
rimetterla in piedi.
Guardando verso i monti, ora vi era un grande vuoto, una grande luce, un grande spazio
aperto fra due ali di case semidiroccate, un cumulo di macerie, come un tumulo funerario,
dove prima stava il simbolo gioioso del nostro paese.
La torre era sorta quasi contemporaneamente alla nascita di questo Castello. Era nata per
un atto damore e di difesa dei primi castellani, nei tempi bui del Basso Medioevo.
Dopo tanti secoli, dopo tanti progressi, in un periodo più buio dellantico
Medioevo, qualcuno ne aveva decretato la morte, insieme al suo Castello.
TRISTANO GRANDI
Tratto dal libro "Il servizio di pronto soccorso a Castelbolognese 1944-1945"
La mattina del 4 febbraio 1945 i guastatori tedeschi ci
avvertirono che, nel primo pomeriggio, avrebbero fatto saltare la Torre. Ci sembrava
impossibile che quello che era stato il simbolo del nostro Paese, quella Torre che fu
innalzata per difendere i cittadini dalle offese nemiche, perchè si ergeva al di sopra
delle mura e permetteva alle scolte di scrutare il vasto orizzonte e dare l'allarme in
caso di pericolo, dovesse essere abbattuta.
Ma la guerra nulla risparmia alle sue esigenze distruggitrici; i Tedeschi ne avevano
decretato la fine.
Nella mattinata ne minarono la base, poi avvertirono la popolazione affinchè fosse
evacuata la zona circostante considerata pericolosa. Vennero anche all'Ospedale ad
avvertirci, non perchè lo evacuassimo, ma perchè, uscendo, non ci esponessimo al
pericolo della caduta di macerie o di proiettili lanciati lontano dalla esplosione.
Considerai che, rimanendo sotto il pronao dell'Ospedale, sarei stato al sicuro e, nello
stesso tempo, avrei potuto vivere gli ultimi istanti dell'agonia della nostra amata Torre
dalla quale, in tempi normali, uscivano i tocchi del campanone che, la mattina, chiamava i
fanciulli alla scuola.
Dall'ingresso dell'Ospedale vedevo, di fronte, la Torre ergersi al di sopra dei resti
della Chiesa del Suffragio a un centinaio di metri di distanza.
Ero con un'altra persona la cui identità non ricordo. La Torre era, come sempre,
maestosa; aveva sfidato e resistito alle insidie dei secoli ed ai recenti bombardamenti
alleati; possibile che dovesse sparire?
Sì, anche quella volta i Tedeschi vollero dar prova della loro capacità distruttiva.
Un sordo boato si espanse nell'aria. Mi sembrò che la Torre si afflosciasse su se stessa,
poi si piegò. La sua cima, ancora illuminata dal sole, precipitava, dapprima con
lentezza, poi sempre più velocemente, inclinata verso la montagna, mentre dalla base un
immenso nuvolo di polvere saliva, quale onda immane, avvolgendo nel nulla i resti della
vetta che precipitavano con fragore. Tutto rimase nascosto alla nostra vista dall'immenso
polverone che si era innalzato. Quando quella cortina si dissolse, ci appervero i resti
del lato destro del Palazzo Mengoni e, dove erano la Torre ed il Suffragio, si notava un
alto cumulo di macerie che aveva ostruito la Piazza.

4 febbraio 1945, crollo della Torre
(ricostruzione inedita a cura di Lorenzo Presutti;
cliccare sull'immagine per ingrandire)
DOMENICO MINARDI
Castèl vècc
La Tor l'an i è piò
u' i amanca al fosci e i pisadùr
e teater u l'ha distròtt al bomb.
T'la vèia còva i'ha fat un merciapì,
Bascìanita de Gob un fa piò al cas
Neo d'Clodio un fêra piò i cavêl
i bruzèi in biastèma long e fiòm.
I Bagiùla i'ha finì al zardiniri,
Ceschi l'è sparì cun e landò
i burdèl i s'è invciè, i zuven i è vnù so,
ma in zuga piò a l'ombra dla su tor!
Se fos pusèbel fe averë un sogn,
avrèb truvë Castêl quand che babèn
aspitèma l'influêza par la crema
la Dmènga par cumprë n'a caramèla
Nadël al meliranz in t'la calzeta
Carnuvël prin' baruslëz la faza:
e la voia la voia ed tot gni cösa
e la speranza d'arrivë un dè!
Ma... l'è un sogn ca l'ho da tnì par me!!
Castello vecchio. La Torre non c'è più/ mancano la
fossa e i vespasiani,/ il teatro l'hanno distrutto le bombe./ Sulla via cupa hanno fatto
un marciapiede,/ Bascìanita del Gobbo non fabbrica più le bare,/ Neo di Clodio non ferra
più i cavalli/ e i birrocciai non bestemmiano lungo il fiume./ I Bagiòla hanno cessato
con le giardiniere,/ Ceschi è scomparso con i landò./ I bimbi sono diventati vecchi e i
nuovi sono cresciuti,/ ma non giocano più all'ombra della loro torre./ Se fosse possibile
fare avverare un sogno,/ vorrei ritrovare Castello quando bambino,/ aspettavo l'influenza
per mangiare la crema,/ la Domenica per comprare una caramella,/ Natale per le arance
nella calzetta,/ Carnevale per dipingersi la faccia./ E... la gran voglia di tutte le
cose/ e la speranza di poterci arrivare un giorno./ Ma...è un sogno che devo tenere per
me!
CARLO
PIRAZZINI
LA TOR D'CASTEL
Dop ch'jèt fat una bastèja,
par suldé e cavalerèja,
la roca, e palaz pretori,
quâlca cà, un uratori
a atorn'atorna, in se d'fura,
al port, al fòsa e al mura;
ui manchéva incora un quèl,
a fel guinté un ver Castèl:
una tor par mèt'in vèta
i suldé a f'é da vedèta.
E fò acsè che in dò e dò quatar,
te mèl tarsènt nuvânta quatar,
e fò tolt la decisiô,
d'tiré sò, sta custruziô.
Trènt'èn dop, i l'alzè 'cora,
pâr fé in mod che da là sora,
us'avdès se da là fura
i tintès, d'saltê al mura,
intré detr'a e paes
a fé sol dal bròt'impres.
Té mèl sèt zent utântasi,
par f'é un lavor ciumpì,
i mité al mâ te portafòi
a mètar sò un bèl arlòi,
cul campân e, e mutôr
da suné tot quant agl'ôr.
Acsè finì, l'era guèt
una perla d'monumèt
e pri zitadé d'Castél,
aprezé cum'è un giujèl.
L'èra èlta, forta e drèta,
finida be' fen'in sla vèta;
l'era fata d'na struttura,
cugn'era gnìt c'ai fès paura;
l'as salvè dai fèt piò bròt,
intempéri e târamot,
e pareva che la gès:
"Sol al bomb a mal finès!"
INFATTI
De quarânta zech, che brot invéran
cun Castèl te mèz dl'inféran,
e dè di quàtar ed fabrer
la mâ vigliaca de stranier
de tedesch, in ritirata
ormai prosum a la sfata,
vers agl'ot ed la maténa
ui fasè scupiè na ména,
e che grand bèl monumèt
l'è crule' in t'un mumèt.
Mò ac se sor'i là distròta,
sot'a tèra, la jè tòta;
al su radis al viv incora,
ed de fur'a n'al ved l'ora
al cheica da sot'a l'asfêlt,
par turné ancor'in êlt,
cun sperâza e tânta stèma,
d'turné grânda cum'è prèma.
La Torre di Castel Bolognese. Dopo aver fatto una bastia,/ per i soldati e la cavalleria,/ la rocca, il
palazzo pretorio,/ qualche casa, un oratorio/ e attorno sullesterno,/ le porte, i
fossati e le mura,/ ci mancava ancora un qualcosa/ per farlo diventare un vero castello:/
una torre perché ci stessero in cima/ i soldati a fare la guardia.// Fu così che in due
e due quattro nel milletrecentonovantaquattro,/ fu presa la decisione/ di erigere la
costruzione.// Trentanni dopo lalzarono ancora/ perché dalla sua cima/ si
vedesse se dallesterno/ tentassero di saltare le mura,/ entrare dentro al paese/ e
compiere delle brutte imprese.// Nel millesettecentottantasei,/ per fare un lavoro
compiuto/ sobbarcandosi la spesa relativa/ applicarono alla torre lorologio/ con le
campane e il motore/ per farle suonare tutte le ore./ Così finita, era diventata/ una
perla di monumento/ che dai cittadini di Castello/ era apprezzata come un gioiello.// Era
alta, forte e dritta/ finita bene fino alla cima/ era fatta di una struttura/ che non
cera niente che le facesse paura;/ si era salvata dagli eventi più brutti/
intemperie e terremoti,/ e sembrava che dicesse:/ Solo le bombe mi possono finire.//
INFATTI// Nel quarantacinque, in quel brutto inverno/ con Castello in mezzo
allinferno// il giorno quattro di febbraio,/ la mano vigliacca dello straniero/ del
tedesco in ritirata,/ ormai prossimo alla disfatta/ verso le otto del mattino/ fece
scoppiare una grossa mina/ e quel gran bel monumento/ crollò in un momento.// Ma anche se
sopra è stata distrutta,/ sotto terra cè ancora tutta;/ le sue radici vivono
ancora/ e di venir fuori non vedono lora,/ e spingono da sotto lasfalto/ per
tornare ancora in alto/ con speranza e tanta stima/ di farla tornare grande come prima.
E PASS DAL CADEN
Cun puch mìtar d'difarèza,
a mitê strê, fra Joml'e Fêza,
sla via Emilia uj'è un paes
denuminê: CastèlBulgnes.
L'è e nô che ui dasè,
i bulgnis, quat ch'il fundé.
Dov cus ved pasènd adès,
un paes cl'armasta imprès,
l'era zirca ot-zent èn fà,
sol campâgna seza cà.
U'jera sol e pur cunfe'
fra imulis e fajnte',
fat da do caden slà strê,
una gareta e un suldê
a badê e stê atèt
che i ledar e i brighèt,
i passes da e pòst ed blòc
e nò paghê gnac un bajòc,
ed che dazi ubligatori,
par intrê in te teritôri.
E fò quèl che par tent èn,
il ciamè: E pass dal cadèn.
Quat che par intrê a Castèl
us smitè d'paghê e balzèl,
d'cal cadèn d'travers dal strê,
i nà fat una gulpê,
i gl'à purtedi sò in cumô
atravers dé gunfalô.
Il Passo delle Catene. Con pochi metri di differenza,/ a metà strada fra Imola e Faenza,/ sulla via
Emilia cè un paese/ denominato: Castel Bolognese./ Questo è il nome che gli fu
dato/ dai bolognesi quando lo fondarono./ Dove si vede, passando adesso,/ un paese che
rimane impresso,/ cera circa ottocento anni fa/ solo campagna e neanche una casa./
Cera solo il puro confine/ fra imolesi e faentini/ fatto da due catene poste sulla
strada,/ una garitta e un soldato/ che guardava e stava attento/ che i ladri e i briganti/
non passassero da quel posto di blocco/ senza neanche pagare un soldo/ di quel dazio
obbligatorio/ per entrare nel territorio./ Fu per quello che per tanti anni/ lo
chiamarono: il Passo delle Catene.// Quando per entrare a Castello/ si cessò di pagare
quel balzello/ di quelle catene che erano in mezzo alla strada/ ne hanno fatto una
bracciata/ le hanno portate su in Comune/ e le hanno messe di traverso sul gonfalone.

PASSO DELLE CATENE, dove i Bolognesi fondarono
Castel Bolognese (disegno del prof. Fausto Ferlini)
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