Aurelio Lolli, cent’anni di vita e di anarchia

Il “grande vecchio” dei libertari castellani.
Una testimonianza carica di umanità e saggezza che attraversa tutto il Novecento.
La critica del militarismo, i ricordi della vecchia Castello, la fedeltà all’idea.

Aurelio Lolli

Castel Bolognese. Manca un anno al nuovo millennio, ma l’opinione pubblica non si scuote più di tanto. Cento anni fa, pur ignorando quanto sarebbe accaduto, si guardava all’avvenire con maggiore ottimismo e si riponeva molta fiducia nel nuovo secolo. Nascevano “i ragazzi del ‘99” che, dopo avere visto le stragi del 1917, avrebbero vissuto le tragedie più grandi del ‘900.
A Castel Bolognese ne sopravvive uno, Aurelio Lolli, che il 10 agosto prossimo compirà 100 anni (1). Vive solo, assistito da persone amiche o addette ai servizi domiciliari. Ormai non esce più di casa anche se ha sempre desiderato godersi qualche bella giornata di sole. Da buon anarchico ama la libertà tanto da rifiutare in modo categorico di essere accolto in una casa di riposo. La sua grande abitazione comprende l’ex negozio sulla via Emilia interna (ora sede del partito della Rifondazione Comunista), dove ha svolto la professione di macellaio ereditata dal padre, e il caseggiato che si affaccia sulla via Rondanini, attualmente sede della Biblioteca Libertaria (2).
Aurelio rievoca il passato alternando episodiche amnesie a descrizioni dettagliate che ancora lo coinvolgono emotivamente. I ricordi della prima giovinezza risvegliano gli affetti famigliari, le immagini dei genitori e dei quattro fratelli che non sono più. “La mia – egli dichiara – era una famiglia molto unita. In ogni famiglia sono custoditi i valori più importanti. I genitori dovrebbero separarsi solo se non vanno d’accordo in modo assoluto. Mia madre era una donna molto brava; lavorava in casa, e in bottega quando il babbo andava a Castel San Pietro a comprare gli agnelli. Ma era anche fortunata, perché noi figli eravamo uno più buono dell’altro e aiutavamo i genitori”.
Aurelio viene a contatto con gli anarchici quando, giovanissimo, frequenta l’osteria di Piràt immortalata da Francesco Serantini insieme con i suoi numerosi avventori: gli anarchici di Castello che avevano quasi tutti la barba (quella di Cavallazzi era spampanata sul petto), portavano cappelli neri a larga tesa e cravatta nera a farfalla a differenza dei socialisti che frequentavano l’osteria di Badone e si distinguevano per la cravatta rossa. Conosce Armando Borghi, colonna del movimento anarchico internazionale, sempre legato al natio Castello e alla sua gente.
All’età di diciassette anni si trova alle prese con la chiamata alla leva condivisa con “i ragazzi del ‘99”. Il fronte di guerra italiano è in fibrillazione. Aurelio, concluso il Car ad Alessandria, intuisce di essere spedito al fronte e prende la decisione di scappare. I famigliari consapevoli dei pericoli a cui va incontro nella sua posizione di disertore, lo persuadono a ripresentarsi. Il condono sperato gli viene accordato solo dopo avere scontato alcuni mesi di carcere a Casale Monferrato, ai quali segue la destinazione in Albania.
Dalla prima alla seconda guerra mondiale, passando per il ventennio fascista, Aurelio ne vede di tutti i colori, conosce opportunisti e voltagabbana, ma in ogni evenienza rimane sempre fedele alla sua idea anarchica senza farsi coinvolgere nella violenza. Tra gli avvenimenti di quegli anni, che sono risultati i più demoniaci del nostro secolo, sembra essere stato maggiormente segnato dall’esperienza della Grande Guerra, perché questa ha calpestato il fiore tenero della sua giovinezza e gli ha strappato Gianita, il fratello maggiore caduto al fronte. In Albania ormai ci lasciava la pelle per essersi beccato la malaria e poi la spagnola, non certo per fatti d’arme perché i superiori, forse intuendo che non aveva la stoffa del soldato, lo occuparono prevalentemente nel servizio di cucina facendogli fare il macellaio come a Castello.
Il militarismo del nostro secolo, nelle argute rievocazioni di questo mite anarchico, appare insieme buffo e crudele. Aurelio descrive come egli stesso lo abbia subìto con un’efficacia che non si riscontra comunemente in un autodidatta. Ha conseguito solo la licenza elementare, ma tiene a precisare: “Ho studiato per conto mio ed ho letto ‘I Miserabili’ e i ‘Promessi Sposi’, che sono i romanzi più belli in assoluto”. Egli stesso si è cimentato nella stesura di un romanzo, ove ha trattato le sue idee di giustizia e libertà, e lo ha affidato alla custodia della Biblioteca Comunale di Castello. Il titolo, “L’infinito”, non allude ad esiti metafisici del suo percorso: “Il romanzo l’ho intitolato così solo perché credevo di non finirlo mai”. D’altra parte l’anarchico castellano non ha mai avuto alcun ripensamento della sua concezione laica della vita. Il prete è rispettato perché si tiene rispettosamente lontano; solo nel passato ce ne fu uno che frequentava la sua casa: “Era un mio cugino di Riolo, che aveva indossato l’abito talare. Si fermava da noi a Castello, si cambiava d’abito, attaccava al cavallo i finimenti più buoni e insieme con mio fratello andava a visitare i casini di Faenza”.
Ad un castellano verace giunto alla soglia dei cento anni, è inevitabile chiedere quale sia la cosa più bella che ricordi del vecchio Castello: “La torre – risponde senza esitazione – perché era veramente caratteristica: avrebbero dovuto ricostruirla nel dopoguerra”, poi, non senza ingenuità, aggiunge: “Forse ci sarebbero voluti troppi soldi e sarebbe stato necessario il contributo di altre nazioni”. Cerchiamo allora di rinfrescargli la memoria del potere d’acquisto della moneta, domandandogli quanto chiedeva ai clienti nel dopoguerra per una bistecca, che tra non molto pagheremo in euro: “Con cento lire risponde – si poteva acquistare una buona bistecca… Di euro ho sentito parlare, ma non so che cosa voglia dire… E’ forse una moneta nuova? Non mi meraviglio, è successo tante altre volte che abbiano cambiato la moneta”. Dopo alcuni istanti di assenza, con lo sguardo rivolto alla finestra che dà sul cortile, riprende la parola: “Anarchico è il pensiero, verso l’anarchia va la storia. Credo che questa frase l’abbia scritta Giovanni Bovio. Lo citavano tutti gli anarchici di allora”.
Oggi, alle soglie del Duemila, ha ancora senso quella frase? “Io la dico ancora”, ribatte l’indomito centenario.

Stefano Borghesi

Testo tratto da Sette Sere del 16 gennaio 1999.

(1) Aurelio Lolli è morto il 30 maggio 1999, a poco più di due mesi dal centesimo compleanno.
(2) Dal novembre del 2006 la Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” si è trasferita nei locali siti in via Emilia Interna 93/95, dove, all’epoca in cui fu scritto questo articolo, si trovavano la Sede del PRC e l’abitazione di Aurelio Lolli.
(note a cura di Andrea Soglia, aprile 2010)

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