Personaggi singolari: Pûncì

Mi permettete una volta tanto di cambiare argomento? Perché poi il mio non è il pozzo di San Patrizio che non ha fondo e non si vuota mai: la fantasia vien meno e c’è il pericolo di ripetersi e il passato è definitivamente scolpito e immobile: non lo puoi tirare dove ti pare.
Dirò subito che occorre avere una certa età (adesso poi non esageriamo, bastano 34-36 anni e ricordarli per averli conosciuti di persona, altrimenti è un ricordo riflesso, cioè se n’è sentito parlare) per avere negli occhi la figura non tanto fisica quanto… come definirla? umana, psichica, intellettuale di Tac e Pûncì. Di dove vengano questi che sono dei nomignoli, dei soprannomi, vallo mo’ a pescare. Tac è personaggio della novellistica romagnola: semplicione, credulone, ma con un fondo di furbizia, ma Pûncì… però con il suo nome nessuno l’ha mai chiamato: era Pûncì e basta.
Pûncì si chiamava Antonio Visani, nato nel 1898 e morto l’8 Maggio del 1972. Aveva due sorelle: Pasquina nata nel 1910 e morta nel ‘71 e Maria, scorbutica (per non dire di peggio) come un nido di vespe che sia stato molestato, nata nel 1902 e morta nel ‘68.
Per parecchi anni dopo la guerra la dimora di Pûncì con le sorelle fu la baracca n° 66 situata nel lazzaretto (oggi non esiste più il lazzaretto, retaggio di un tempo in cui gli affetti da malattie contagiose venivano isolati lontano dalla popolazione; al suo posto c’è una bella palazzina […], lungo la Via Emilia, sul lato destro procedendo verso Imola) come non esistono più le baracche dove, dopo la seconda guerra mondiale e le distruzioni da essa causate nel nostro paese, trovarono alloggio numerose famiglie. Viso glabro (mi pare), oblungo con bazza molto pronunciata (noi romagnoli diremmo “cun ‘na sbosla ch’l’a ‘n finêva mai”), due strette fessure in profonde orbite dove erano incastonati occhietti vispi, mobilissimi, si direbbe quasi birichini come quelli di un bimbo. E in realtà Pûncì aveva l’animo di un bambino, capace di meravigliarsi di fronte a qualsiasi accadimento o personaggio non quotidiano. Quando parlava, le parole uscivano dalla sua bocca quasi incomprensibili, come se le sue corde vocali fossero sollecitate da un mantice sfiatato e per di più parlava nasale. Quando incontrava una ragazza, la guardava incantato, quasi estasiato e se passava qualcuno tendeva il dito esclamando “la bimba!”. Credo che l’acqua gli fosse particolarmente antipatica e si lavasse solo quando lo sorprendeva un acquazzone e non aveva modo di ripararsi. Non l’ho mai visto con l’ombrello e borbottava chissà quali improperi contro quell’acqua che gli infradiciava i vestiti (forse gli unici) e gli scorreva sulla pelle. Ricordo… Già l’inverno – di quale anno non so, so che era ministro del lavoro o dei lavori pubblici l’on. Zaccagnini, il parlamentare ravennate della D.C., rispettato e stimato da amici e avversari, scomparso prima dello sfascio del partito al quale con grande onestà intellettuale e dirittura politica aveva dedicato tutte le sue forze con una coerenza esemplare – declinava verso la primavera e l’aria fredda della notte si stemperava al pallido sole delle ore più calde. Ma quella mattina non sarebbe stato così: una nebbia gelida e piuttosto fitta insisteva sui campi e penetrava nelle ossa. Anche nel cantiere Fanfani operante in Via Alberazzo il freddo si faceva sentire e gli operai che vi lavoravano (?), fantasmi che si muovevano nell’aria caliginosa, frequentemente si appoggiavano al badile per soffiarsi sulle mani. Lo diciamo per i giovani che forse non ne hanno neppure sentito parlare: i cosiddetti cantieri Fanfani dal nome del loro, come dire, inventore, era un’istituzione mediante la quale in un periodo di altissima disoccupazione e di miseria nera, dietro l’impiego in lavori per la sistemazione di fossi, strade e quant’altro gli amministratori comunali ritenevano si potesse realizzare, ai disoccupati si assicurava un modesto compenso e un piatto caldo di minestra integrato da qualcosa messo a disposizione dall’Amministrazione comunale. Pur essendo già trascorsi diversi anni dalla loro istituzione, ancora funzionavano, perché c’era sempre qualcuno che non sarebbe riuscito mai a trovare un lavoro. Bene: in quel cantiere lavorava e forse era il più assiduo, anche Pûncì. Si era sparsa la notizia che sarebbe venuto il ministro a far visita al cantiere e più che al lavoro gli operai pensavano a commentare l’avvenimento. Di tanto in tanto interrompevano il chiacchierio e si buttavano, con frenesia quasi, sugli arnesi. Pûncì era in agitazione, tormentato dal desiderio e dalla curiosità di conoscere, o meglio di vedere di persona un ministro. Si muoveva nervosamente nel cantiere da uno all’altro dei lavoranti “Me a ‘l voj vdêr e’ minestar, a ‘l voj vdé”. “Mo se t’è vdiré: csa ‘crédet che seja un minèstar? L’è un s-ciân corn un êtar!”. “Ma no cl’è un minèstar!” e se ne andava borbottando “me a ‘l voj vdêr e’ minèstar”. Sulle 9 arrivò il ministro sbucando di tra la nebbia, con la sua vettura senza codazzo di motociclisti: lo seguiva una macchina con alcuni funzionari della prefettura. Sceso dalla vettura l’on. Zaccagnini venne informato del cocente desiderio di Pûncì e Zaccagnini gli si avvicinò egli disse “Pûncì, ecco e’ minèstar”. Pûncì lo guardò con una strana espressione sul volto, un’espressione di meraviglia, di delusione e nello stesso tempo di sconcerto nel vedere che “e’ minèstar” era un uomo come un altro, che addirittura gli parlava in romagnolo. Chissà come se l’era immaginato un ministro; sta di fatto che tale fu la sua commozione che svenne. L’on. Zaccagnini che era medico, subito intervenne, si accertò delle condizioni di Pûncì, lo fece caricare sulla sua vettura e lo portò all’Ospedale civile (allora funzionava il nostro ospedale). Naturalmente anche all’ospedale si meravigliarono e molto nel vedere che il ministro aveva accompagnato di persona Pûncì. il quale nel frattempo era rinvenuto e non finiva di guardare incredulo quell’uomo vestito come un altro uomo, che gli aveva detto “ecco e’ minèstar” e borbottava ansimando parole di meraviglia e di commozione. Penso che quell’incontro sia rimasto indelebile nella mente di Pûncì, come se un marchio di fuoco gli avesse impresso la sua impronta.

E Tac?“. Ne parleremo la prossima volta: promesso!

Emilio Gondoni

Testo tratto da: Linea Diretta, anno IV, n. 9, dicembre 1996.

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