Rocco Altieri, scalpellino marmista

Nato a Castelluccio Valmaggiore (Foggia) il 21 ottobre 1911; Castel Bolognese 18 gennaio 2006

(a cura di Leonardo Altieri, in collaborazione con Angela, Zelia, Alberto Altieri)

Lo scalpellino e l’uomo

Per descrivere il mestiere di scalpellino-marmista di Rocco Altieri sono ottime le parole scritte da una giornalista come introduzione all’intervista pubblicata sulla rivista “Il Camino” nel 1996:
«È una rarità oggi conoscere bravi artigiani che con passione lavorano la pietra, per creare delle vere e proprie opere d’arte; quell’arte passata di colonnine, capitelli e foglie di acanto, che ormai viene apprezzata quasi esclusivamente attraverso i libri, i musei e le permanenze storiche che ancora oggi vivono in alcune case e città.
Rocco Altieri è un artigiano che scolpisce da decenni pietre e soprattutto marmi per il decoro e il restauro di elementi architettonici, altari, archi, capitelli, portali e caminetti ricchi di decorazioni.
Ancora oggi, a 84 anni, continua a lavorare il marmo, per soddisfare la sua grande passione che è quella di scolpire camini realizzati interamente a mano, abbelliti dai colori e dalle venature di marmi pregiati come il “bianco di Carrara”, il “rosa del Portogallo” e il “rosso di Francia” che lui stesso si è impegnato a cercare nelle diverse città d’Italia»
(Michela Cerutti, Camini scolpiti a mano, nella rivista “IL CAMINO”, n. 62, 1996, pp. 88-90)

E per descrivere l’uomo, ecco le parole all’inizio dell’Intervista a Radio Romagna 2001:
«La voce è pacata. Le parole rivelano un animo riservato e sereno. I ricordi prendono forma con equilibrio di giudizio e serietà. L’accento dell’antica terra Daunia non è stato cancellato del tutto dalla lunga permanenza in Romagna»

E la congiunzione uomo-artista-scalpellino sta nel commento finale della giornalista alla suddetta intervista:
«La natura gli offre i modelli: foglie e fiori germogliano e sbocciano per non appassire più, si trasformano in un canto al creato, in un grazie per quanto la terra ci offre. Umilmente, Rocco sa accostarsi all’essenza della vita, sa trarre dalla durezza della pietra la sua felicità interiore, per poi comunicarla generosamente a chi gli è vicino, la moglie, i 4 figli, i nipoti, gli amici e a chi, come me, ha avuto l’occasione e la fortuna di accostarsi al suo lavoro e ai suoi ricordi»
(Udina Folco Zambelli, Uno scalpello, una vita, nella rivista “Radio Romagna 2001, Anno XIV, n, 1 [62°], marzo 1992, pp. 26-28)

Rocco Altieri è stato uno scalpellino-marmista residente a Castel Bolognese per 60 anni, dal 1946 fino alla sua dipartita nel 2006.
Che scalpellino era? In certe aree del Nord Italia per “scalpellino” si intende una sorta di manovale addetto semplicemente a spaccare pietre con martello e scalpello, per es. allo scopo di costruire manti stradali. Ma in altre aree, soprattutto nel Sud Italia, per “scalpellino” si intende una sorta di artigiano con capacità artistiche, in grado di lavorare pietra e marmo con mazza e scalpello, creando fregi, volute, colonne tortili, archi di portali e finestre con scanalature, ecc. Uno scalpellino particolarmente bravo sapeva anche creare bassorilievi, con visi di madonne, angeli, uomini, scritture in rilievo, ecc.

Nascita, apprendistato e giovinezza

Rocco Altieri nasce a Castelluccio Valmaggiore, un paese in provincia di Foggia. Da Foggia si va verso le colline, in direzione del confine con la Campania. Prima di arrivare a Troia, cittadina con una bellissima cattedrale medioevale, si devia nella valle del torrente Celone. A differenza di altre zone interne della Puglia, quella vallata è particolarmente verde, con boschi soprattutto di faggi e si stende ai pedi del Monte Cornacchia, la vetta più alta della Puglia con i suoi 1552 metri. La valle è nota per una sua peculiarità: vi sono situati tre piccoli borghi. Castelluccio Valmaggiore è il primo.
Qui si parla il dialetto meridionale nella variante dauno-irpina (con alcuni influssi dell’antico greco). Ma negli altri due borghi della valle, Celle San Vito e Faeto, gli anziani parlano un dialetto di origine provenzale. La Provenza è una regione della Francia. Come si spiega questa stranezza? Alcuni secoli fa giunsero qui soldati mercenari provenienti appunto dalla Provenza con famiglie al seguito e si insediarono stabilmente in queste zone.
Castelluccio Valmaggiore era noto per la produzione di olio, ma soprattutto per la presenza di un affermato gruppo di scalpellini. Sopra il paese c’era “La Petrera”, una cava di pietra, da cui gli scalpellini estraevano la materia prima.
Fra gli scalpellini più apprezzati, all’inizio del ‘900, c’era Leonardo Altieri, padre di Rocco (di cui porta il nome il nipote residente a Castel Bolognese). Era appellato “Mastro” cioè maestro nel suo mestiere. Infatti, fu chiamato a lavorare ai restauri della antica cattedrale della vicina Troia.
Leonardo addestra il figlio Rocco al mestiere di scalpellino fin dall’infanzia. A 12 anni fa già parte del gruppo di scalpellini che lavorano al monumento ai caduti della guerra 1915-18, come prova una foto del 1924. Subito si dimostra non solo capace nel mestiere, ma anche sempre più appassionato.

Da giovane Rocco Altieri lavora molto nel suo paese. Per es. ai portali di un’elegante casa allora privata [era chiamata la casa di “Diadòre” (Teodoro)] e che qualche anno fa è stata restaurata dal Comune come sede per le attività socio-culturali.

Insieme, Leonardo e il figlio Rocco, si dedicano a molte opere. La più importante è l’arco del portale di entrata dell’allora municipio di Castelluccio V. Oggi l’edificio è sede di un piccolo albergo. Ma al centro dell’arco è scolpita tuttora la torre simbolo del paese. E in basso, alla base dei pilastri
dell’arcata, sono incisi i nomi degli autori.

Qualche anno fa l’attuale proprietario dell’edificio ha raccontato a Leonardo Altieri in visita a Castelluccio il seguente fatto: un giorno Rocco Altieri, già anziano, durante uno dei suoi ritorni al paese natio, si presentò all’albergo con martello e scalpello allo scopo di … cancellare il proprio nome alla base dell’arco (per modestia). Il proprietario si oppose, dicendosi orgoglioso di quei nomi di scalpellini scolpiti nel portale.

Nel 1942, quando è già apprezzato nel mestiere, Rocco Altieri viene chiamato per i restauri dell’anfiteatro romano di Lucera. Gli archeologi hanno dissotterrato l’anfiteatro e rimesso in piedi le due arcate di ingresso sorrette da quattro colonne con capitelli ionici. Ma negli scavi hanno ritrovato solo tre capitelli; occorre supplire per il quarto. Viene loro segnalato uno scalpellino del noto gruppo di Castelluccio Valmaggiore, Rocco, appunto, che scolpisce il capitello mancante, in una modalità, per così dire, con linee “sfumate”, affinché si distingua chiaramente dai capitelli originali.

Guerre, ritorno, emigrazione

Rocco ha potuto scolpire il capitello di Lucera, perché, fortunatamente, in quell’anno era provvisoriamente a casa dal servizio militare. Infatti, quello è un periodo di guerre. Il regime si imbarca in avventure coloniali in Africa. Così, dopo i 3 anni di servizio militare ordinario, nel 1935 Rocco è richiamato per la guerra in Etiopia. Viene mandato in Eritrea, dove resterà anche per vari mesi del 1936. Non deve però partecipare direttamente a scontri bellici, perché destinato al Genio militare, che si occupa di installazioni varie al servizio dell’esercito. In particolare, si occupa delle comunicazioni, che allora avvenivano ancora servendosi, oltre che di rudimentali ricetrasmittenti, pure di piccioni viaggiatori.

In casa si conservano molte sue foto africane, per es. sulla nave nel canale di Suez, in riva al fiume Taccazè, presso l’obelisco di Axum o sul monte Licanos in Eritrea.
Ma anche in Eritrea deve fare lo scalpellino per costruire monumenti funebri e lapidi ai militari italiani caduti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, viene richiamato addirittura due volte. Infatti, alla fine gli saranno riconosciuti ufficialmente ben 7 anni di servizio militare.
Durante uno di questi richiami viene destinato proprio a Castel Bolognese. Qui, nel tempo libero, cerca di mantenere vivo il mestiere di cui è appassionato. Ma a Castel Bolognese non ci sono artigiani scalpellini. Allora comincia a frequentare la bottega del cementista Secondo Magnani, a cui mostra come lavorare il marmo.

Questa esperienza a Castel Bolognese, in quel momento episodica, segnerà poi definitivamente la sua vita futura.

Quando, al termine del conflitto mondiale, può ritornare a Castelluccio Valmaggiore, quella comunità è in crisi. La cava “La Petrera” è chiusa. Già questo è un trauma: grazie alla Petrera, il paese ha selciati di pietra, vicoli e scalinate di pietra, portali, archi, decorazioni varie. Ora quel mondo è finito! Soprattutto, il lavoro degli scalpellini non è più richiesto a causa delle nuove tecnologie.
Il destino di tanti è l’emigrazione. Già il padre Leonardo Altieri era emigrato in gioventù, benché già sposato e con i due figli maggiori Antonio e Rocco, negli Stati Uniti, a Filadelfia, con suoi parenti e cognati (alcuni degli Altieri tuttora presenti a Filadelfia possono essere lontani parenti degli Altieri castellani; il cognome “Altieri” è molto diffuso negli USA). Poi era tornato e aveva avuto altri 3 figli: Giovanna (al momento, quasi centenaria, vive a Buenos Aires), Mario ed Evelina.
Castelluccio si svuota per l’emigrazione. Da oltre 3000 abitanti, si riduce a circa 1300.
Anche i figli di Leonardo Altieri fanno questa scelta: Antonio emigrerà, ma solo per pochi anni, in Germania; Mario e Giovanna in Argentina (l’America Latina attrarrà la maggioranza degli emigrati da Castelluccio); Evelina a Milano.
Rocco sceglie di spostarsi verso il Nord Italia. E sceglie Castel Bolognese, grazie ai contatti stabiliti durante la sua permanenza provvisoria da militare.
Lui è un cattolico impegnato, ma non chiuso alle nuove idee. Si convince, in particolare, agli ideali della Cooperazione, allora propagandati soprattutto dalle forze socialiste e comuniste. Con Secondo Magnani, l’amico muratore Checco Gentilini e altri, fondano una cooperativa di cementisti, marmisti e muratori.
Decide quindi di fermarsi a Castel Bolognese.
La tomba che nel cimitero di Biancanigo, nel muro sul fianco della chiesa, ricorda le vittime della famiglia Cristoferi nella strage di Villa Rossi è una delle sue prime opere.

Un’altra delle sue prime opere è la tomba con crocefisso e madonna in bassorilievo nel cimitero di Castel Bolognese, subito a sinistra dell’entrata principale.

Frequenta attivamente la parrocchia. Ha ormai 35 anni: è il momento di formarsi una famiglia, cosa che gli è stata fino ad allora impedita soprattutto dal servizio militare per gli eventi bellici.
Conosce, sia in parrocchia sia nella casa dove va a pensione, Domenica Favucci, detta “Ghina”, che lui poi chiamerà affettuosamente “Ghinuccia”. Lei ha quasi 12 anni meno di lui. Ma la differenza di età non si nota molto perché Rocco ha un aspetto giovanile. Si sposano nel 1947.
In quel periodo e per anni arriveranno dal Sud Italia molti immigrati. Non di rado vengono definiti con appellativi sprezzanti. Rocco riuscirà ad evitare questi appellativi: lui innanzitutto è biondo (molti in Puglia sono biondi, perché là fu consistente la presenza in passato dei Normanni; così i figli
di Rocco talvolta scherzosamente dicevano di essere di origine … “vichinga”). Poi non parla in dialetto meridionale, ma si esprime in un buon italiano. E farà di tutto perché i figli possano studiare, se possibile fino all’Università.
Purtroppo, la cooperativa va presto in crisi. Rocco è talmente deluso da questa esperienza che decide di rinunciare anche alla possibilità di diventare formalmente un artigiano, cioè un piccolo imprenditore autonomo. Cerca e trova facilmente, date le sue capacità, un lavoro come operaio marmista a Bologna. E tale resterà fino alla pensione, anche se con saltuarie attività autonome, in particolare nelle tombe e lapidi di marmo del cimitero di Castel Bolognese.
Frattanto, dal matrimonio con Domenica Favucci nascono 4 figli: Leonardo, Angela, Zelia, Alberto (tutti e 4 ora residenti a Castel Bolognese). La nonna materna Angela (“Angiulina”) Zanelli vive con loro e contribuisce alla cura dei nipotini. Rocco la chiama, affettuosamente e rispettosamente, “mamma Angela”.
La separazione dai fratelli, soprattutto dai due emigrati in Argentina a cui è molto affezionato, lo addolora. Ma ormai i legami costruiti a Castel Bolognese sono forti. Poi arriva il boom economico in Italia e la situazione sociale migliora nettamente.
La famiglia vive, durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza dei figli, nel “palazzo dei Piulè” (soprannome della famiglia proprietaria), in via Roma all’angolo con via Marconi, di fronte al prato della Filippina, che sarà l’arena dei giochi dei bambini.

Indagine su un portale nel Palazzo della Mercanzia di Bologna

Sapevamo che Rocco Altieri, poco dopo l’inizio del suo lavoro a Bologna, aveva scolpito un portale nel Palazzo della Mercanzia. I bombardamenti durante la guerra avevano distrutto una parete del palazzo. Rocco fu chiamato a ricostruire il portale di quella parete.
Il Palazzo della Mercanzia di Bologna, del XIV secolo, anche detto Loggia dei Mercanti o Palazzo del Carrobbio, si affaccia sull’omonima piazza. Da oltre duecento anni è sede della Camera di Commercio. È un bell’edificio con due grandi arcate sul davanti, di stile gotico. Lo si può vedere dalle due torri guardando verso sud, alla confluenza di via Castiglione e via S. Stefano.

Si riporta qui di seguito la relazione sull’indagine svolta dal figlio di Rocco, Leonardo, dopo la scomparsa del padre, allo scopo di individuare il portale rifatto:

«Nell’intervista di papà a Radio 2001 Romagna si dice che “al piano terra del bolognese Palazzo della Mercanzia un fregio per un portale, ispirato all’arte gotica, è una delle sue prime opere nella nostra regione.
Poi papà, di mano sua, cancella la parola “gotica” e scrive di suo pugno sotto, facendo proprio una nota come nei libri [lui con la quinta elementare; mentre alcuni laureandi non sanno fare le note]: (1) nel testo e nota (1) a fondo pagina: «Portale con fregio a festoni stile “1400”, sala del pubblico – portineria».
Ho telefonato alla Camera di Commercio (il palazzo è suo). Dopo vari passaggi, sono arrivato alla dott.ssa Valentina Perrone (pugliese come Rocco e quindi particolarmente disponibile).
Il primo problema era: individuare la sala dove papà ha lavorato.
In internet sono descritte varie sale del palazzo, ma nessuna viene chiamata “sala del pubblico”.
Papà ci aveva detto che si trattava di un portale distrutto dalla guerra.
La Perrone mi ha detto che avrebbe fatto un po’ di indagini e poi mi avrebbe richiamato.
Mi richiama e mi dice che un tempo nella sala al piano terra, a fianco proprio della portineria, c’era l’anagrafe della Camera di Commercio (ora trasferita) e quindi la sala era aperta e frequentata dal pubblico. Quindi ciò combina con la descrizione di papà: “sala vicina alla portineria e con pubblico presente”.
Ora viene chiamata “Sala del Gonfalone” perché in fondo alla sala c’è un antico gonfalone.
La Perrone mi dà poi un appuntamento per vedere sul campo.
La sala del Gonfalone è al piano terra, a sinistra, a fianco della portineria.
Bella sala antica, con una grande vetrata in fondo. E il Gonfalone su un cavalletto. Ci sono ben 3 portali di pietra. Uno grande, dove si entra, e due più piccoli a Dx e a Sx.
Il secondo problema è allora: qual è il portale di papà?
La Perrone mi spiega che durante la guerra la parete crollata era quella di sinistra (guardando dalla porta). Quindi quasi sicuramente il portale di papà è quello di sinistra. Non solo: l’ornamento in alto sopra questo portale è proprio “a festoni” (come dice papà), mentre quello del portale grande non è esattamente “a festoni”.
Infine, terza prova, mi pare di ricordare che papà dicesse che quel portale che ha fatto è una copia esatta di quello di fronte. E quello di fronte (a Dx guardando) è identico all’altro. Quindi papà ha copiato il fregio del portale sopravvissuto [come aveva fatto per il capitello dell’arco di entrata dell’anfiteatro romano di Lucera].
Conclusione:
il fregio scolpito da papà è quello sopra il portale a Sx (entrando) della sala del Gonfalone del Palazzo della Mercanzia.
Terzo problema: papà ha fatto solo il fregio o tutto il portale?
L’articolo sulla rivista dice: “un fregio per un portale…”. Ma la nota autografa di papà dice: “portale con fregio a festoni…”. Quindi propenderei per dire che papà ha fatto tutto, portale e fregio.
Quarto problema (meno importante): quando è avvenuto il lavoro di papà?
In internet c’è scritto che i restauri avvennero nel 1949. Ma non credo che papà lavorasse già a Bologna quell’anno. Quando costituirono la cooperativa a Castello? Papà lavorò al portale prima della costituzione della cooperativa o dopo il suo fallimento? Io propenderei per il dopo. Ma non ne sono certo: papà avrebbe potuto subito, appena arrivato dalla Puglia, lavorare a Bologna e dopo fare la cooperativa a Castello e tornare a Bologna di nuovo dopo. Oppure nel 1949 la cooperativa era già stata chiusa?
Se ha lavorato a Bologna solo dopo la chiusura della cooperativa, con la Perrone abbiamo convenuto che le cose potrebbero essere andate così: nel 1949 hanno restaurato il palazzo sotto l’aspetto architettonico, poi i particolari (come il portale, gli affreschi, le tappezzerie) potrebbero averli fatti (molto probabilmente) più tardi.

Aggiornamento 2 dicembre 2018
Lavorando per sgomberare roba varia lasciata nella loro cantina da mamma e papà, compare una scatola da scarpe con dentro vecchi oggetti. Stiamo per buttarla, ma poi, per fortuna, mi sono portato a casa la scatola. Sotto alcuni oggetti ho trovato i disegni che papà aveva fatto per i fregi del portale del Palazzo della Mercanzia, disegni relativi al fregio in alto sopra la porta.
Ci sono le scritte di papà che confermano (insieme alle bozze dei disegni) che il “suo” portale è proprio quello che avevamo individuato, con vari ragionamenti, insieme alla dott.ssa Perrone.
C’è anche scritto da papà l’anno in cui lo scolpì: 1950!»

Dalla Certosa di Bologna … al Monte delle Formiche

A Bologna Rocco Altieri fu dipendente di varie ditte. Molto lavoro era dedicato a opere che di artistico avevano poco, come pavimenti e scale di marmo, rivestimenti, ecc.
Invece le sue doti di scalpellino si potevano manifestare di più nella costruzione di tombe o lapidi di marmo, soprattutto nel cimitero della Certosa di Bologna. Qui, a seconda delle committenze, poteva scolpire vasi da fiori di marmo o portalampade, o incidere o scolpire in basso-rilievo i nomi e le
dediche. Talvolta capitava, ed era una grossa soddisfazione per lui, che gli chiedessero di fare figure in basso-rilevo, soprattutto volti di madonne, angeli o crocifissi.
Nel tempo libero da Bologna, faceva anche interventi nel cimitero di Castel Bolognese (e i figli Leonardo e Alberto, ragazzini, gli facevano da aiutanti, tirando il carretto con i marmi dal “palazzo dei Piulè” fino al cimitero, passandogli gli attrezzi, ecc.).

Poteva capitare che alla ditta per cui lavorava giungessero commesse più consistenti e, per Rocco, più interessanti.
Lavorò a un altare nella chiesa di Ozzano (e il parroco gli chiese con insistenza di scolpire la sua firma nel fregio dell’altare che aveva fatto). Poi in un’antica chiesa di Bobbio (provincia di Piacenza). Poi nella chiesa di Gambettola. E a Bondeno, a Modena, a Porretta Terme, ecc.
L’esperienza più avventurosa (per la sua famiglia e soprattutto per i figli allora piccoli) furono i restauri al Santuario del Monte delle Formiche, sopra Bologna, al confine fra i comuni di Monterenzio e Pianoro.
Da secoli, ai primi di settembre, nugoli di formiche volanti vanno a morire in cima al monte. Qui c’è un santuario dedicato alla Madonna, che fu restaurato verso la fine degli anni ‘50. Rocco Altieri fu incaricato di lavorare all’altare. Il luogo era difficile da raggiungere, così fu proposto all’intera famiglia del marmista di traferirsi in una vecchia e decrepita casa di contadini verso la cima del monte, per la durata dei lavori.
Quell’avventura è ricostruita, in modo fantasioso, dal figlio Leonardo nel racconto “Spedizione al Monte delle Formiche” dentro il libro “Sotto le mura di KastelPracem”.

La pensione non lo ferma: camini e acquasantiere

Quando va in pensione non solo non cessa di lavorare con mazza e scalpello, ma è finalmente libero di creare opere vincolate solo alla sua creatività e capacità.
Prima di tutto acquasantiere per le chiese dei due paesi a cui è legato affettivamente.
A Castel Bolognese le 4 acquasantiere alle entrate di San Francesco sono opera sua; così pure il viso della Madonna con acquasantiera in San Petronio, all’entrata della cappella dedicata alla grotta di Lourdes.

A Castelluccio Valmaggiore dona l’acquasantiera della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista e quella della cappella ricostruita dedicata a San Rocco.

Ma, in questa fase della sua vita, è soprattutto la creazione di camini in marmo la sua opera principale, che gli richiederà sia l’impegno a cercare marmi particolarmente belli e idonei ai suoi progetti sia anni di lavoro. Userà infatti sia il marmo “Bianco di Carrara, sia il “Rosso di Francia”, sia il “Rosa del Portogallo”. Ogni camino avrà linee e decorazioni diverse: non solo foglie di acanto, ma rami di quercia, semi-colonnine, vasi e rami di fiori, ecc.

I camini più raffinati saranno alla fine 6, per la propria casa e per quella dei 4 figli, ognuno diverso dall’altro per linee e decorazioni: ben tre in marmo rosso di Francia, uno in bianco di Carrara, uno in rosa del Portogallo, uno in rosa del Portogallo con ornati in bianco di Carrara.
Notevoli anche due raffinatissime colonnine tortili da affiancare ai camini: una in rosa del Portogallo con relativo capitello, una in rosso di Francia con capitello in onice. E un ampio vaso in marmo di Surino, scolpito da giovane ma la cui decorazione aveva poi completato già avanti negli anni. E inoltre: portaceneri, portafoto, piccoli cofanetti portagioie, vasi di varie forme, ecc.

Quanto ai fratelli, manterrà una continua corrispondenza con loro. Mario e Giovanna verranno a trovarlo dall’Argentina. Quando qualche figlio comincia a viaggiare in aereo, lui commenta così: “Io non prenderò mai un aereo”. Ma un giorno, a metà degli anni ’80, il figlio maggiore viene chiamato d’urgenza: “Prenotami al più presto un volo per Buenos Aires, per me e per la mamma!”. Il fratello Mario era in fin di vita. Rocco lo assiste nei suoi ultimi giorni, laggiù a Buenos Aires.

Cesserà di immaginare nuovi lavori nel gennaio del 2006!

Portaritratto, pestelli, portaceneri, portapenne, vasi, in marmi vari

 

Bassorilievi in marmo “bianco di Carrara” su fondo “rosso di Francia”

 

Riproduzione degli articoli contenenti le interviste a Rocco Altieri

1) Michela Cerutti, Camini scolpiti a mano, nella rivista “IL CAMINO”, n. 62, 1996, pp. 88-90

2) Udina Folco Zambelli, Uno scalpello, una vita, nella rivista “Radio Romagna 2001, Anno XIV, n, 1 [62°], marzo 1992, pp. 26-28)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.