Smeriglio Fabbri, il “lettore di nuvole”

Smeriglio Fabbri il giorno del suo 101° compleanno

Tanti a Castel Bolognese avranno conosciuto Smeriglio Fabbri, che nel nostro paese ha trascorso gli ultimi 50 della sua lunghissima vita. Era nato a Lozzole, frazione di Palazzuolo sul Senio, il 13 febbraio 1906 ed è morto il 21 luglio 2008, alla veneranda età di 102 anni e 5 mesi.
Nel 1932 aveva sposato Rosa Tronconi (morta nel 2003 a 88 anni), che gli ha dato sei figli: Rino, Giancarlo, Remo, Flora, Maria e Carla (morta prematuramente a 28 anni nel 1970).
Smeriglio ha passato la prima metà della sua vita tra i monti dell’alta valle del Senio, facendo fin da piccolo i mestieri più umili, in quanto la sua famiglia era molto povera. Da giovane guardiano di animali, poi taglialegna, carbonaio e infine contadino.
Ha vissuto periodi molto difficili ma ha avuto sempre fiducia nel futuro, fedele al motto che “domani è un altro giorno” ed è rimasto sempre legato ai suoi monti, che ha continuato a frequentare anche dopo aver compiuto i 100 anni e dove coltivava un orto, si dilettava a potare alcuni alberi da frutto piantati da lui stesso decenni prima, oppure, più semplicemente, si fermava a guardare il cielo disteso in un prato a “leggere le nuvole”.
Era uno degli ultimi testimoni della dura vita della montagna tosco-romagnola e amava raccontare i fatti del suo passato, incantando spesso chi lo stava ascoltando.
Ai giovani di oggi questi racconti potrebbero senz’altro sembrare favole e invece erano la realtà del nostro Appennino fino a pochi decenni fa.
Nel 1998 fu a lungo intervistato e tutto quello che raccontò fu trascritto e pubblicato sul Bollettino CAI Faenza (n. 2 maggio-agosto 1998 e n. 1 gennaio-aprile 1999) a cura di Franco Conti con la collaborazione di Giovanni Bisi, Viviana e Mauro Renzi, Ines Tagliaferri.
I testi sono stati ripubblicati, con alcune piccole variazioni e/o integrazioni, sul web col il titolo “Il Vallone delle Fogare” e noi vi proponiamo quest’ultima versione corredandola di fotografie di Smeriglio durante le feste “centenarie” di compleanno e delle fotografie, scattate da Franco Conti, pubblicate sul Bollettino CAI Faenza.
Ringraziamo Flora Fabbri per il numeroso materiale messo a disposizione per questa pagina.

(introduzione a cura di Andrea Soglia)

Smeriglio al Centro Sociale di Castel Bolognese in occasione del centesimo compleanno. Nella foto compaiono alcuni esponenti dei sindacati e la figlia Flora

Lo Smeriglio delle Fogare

La “scoperta” dei Valloni delle Fogare, per la maggior parte degli escursionisti, è abbastanza recente. Solo da pochi anni questo percorso è stato inserito nella carta dei sentieri del Cai, ed insieme a Lozzole, posto sul classico sentiero 505, è diventata una meta tradizionale non solo per gli escursionisti del faentino, ma anche per quelli del ravennate, del forlivese, della Toscana e di molte altre provincie.
Si trovano qualche chilometro sopra Marradi, dopo Fantino, alla destra della strada statale; da qui parte una vecchia mulattiera che, passa per Lozzole e scollina verso Palazzuolo, il comune cui appartiene questo territorio, compreso un breve tratto della strada statale 302. Della mulattiera ormai restano poche tracce cancellate da decenni di abbandono e dal lavoro delle ruspe che hanno aperto una più comoda carrabile; resistono ancora alcuni tratti di acciottolato e di muretto costruito a secco.
Sono poche le persone che conoscono bene Lozzole ed i Valloni. Una, in particolare. Noi, per saperne di più l’abbiamo cercata: è nata e cresciuta qui e ancora oggi trascorre lungo tempo tra queste montagne.
Parliamo di Smeriglio Fabbri. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di farci descrivere come era Lozzole cinquanta e più anni fa, e come vivevano le persone che abitavano in queste case. Man mano che il suo racconto si dipana come una matassa e s’immerge nei ricordi del passato, è apparsa più sfumata la triste visione delle case abbandonate e diroccate, dei campi incolti, dei rovi che crescono tra le macerie delle mulattiere devastate. Ritornano la vita, le voci nei campi e le musiche nelle aie. Immaginiamo la ragazza di nome Rosina che dall’alto di un crinale sventola il fazzoletto per farsi notare dal giovane contadino che sale il sentiero verso Lozzole.

Smeriglio nel 1998 (foto di Franco Conti)

Smeriglio è un fiume in piena, inarrestabile, che descrive con un linguaggio colorito, figurato, lo scorrere della vita delle persone che hanno lavorato, gioito, sofferto nei Valloni, a Lozzole, a Campergozzole. Ci racconta che i boschi erano coltivati e i campi ben tenuti; che ogni festa era l’occasione per incontrarsi e soprattutto per i giovani, di ballare, divertirsi, conoscersi; che nella prima domenica di maggio, con la “Festa dei Fiori” la chiesa e il prato antistante si affollavano di persone ben vestite, allegre e vocianti; che ai funerali tutti i parrocchiani si raccoglievano dietro il feretro fino al cimitero, che si trova, ancora adesso, nella collina sopra Lozzole, dalla parte di Prevaligo.
Ci racconta tutto questo mentre siamo seduti attorno ad un tavolo, nel cortile di “Casetta di Sotto”, acquistata da uno dei suoi figli, Giancarlo ed in via di ristrutturazione con un paziente lavoro che dura da molti anni. Giancarlo ogni tanto interviene per precisare o suggerire qualche episodio.
La famiglia Fabbri è originaria di questo territorio, almeno per quanto si ricordano i discendenti. Smeriglio, questo è proprio il suo vero nome di battesimo, è nato nel 1906 ed ha 92 anni, che porta benissimo, sorretto da una memoria di ferro e da un ottimismo da fare invidia anche ai giovani. Ora abita a Castelbolognese.
I suoi ricordi sono nitidi e parla con entusiasmo e calore, senza nascondere la nostalgia ogni volta che cita il nome di una casa, di una persona, di un fatto accaduto. Ogni tanto gli viene il “magone”, pensando allo stato attuale di abbandono, ma è solo un attimo e non c’è tristezza nel tono della sua voce e nei suoi occhi penetranti e vispi.
Arricchisce il racconto con battute, aneddoti, curiosità; parla con un misto di italiano, di dialetto romagnolo e di toscano, comprensibilissimo, e che raffigura molto bene l’immagine delle storie che ci ha raccontato.
Non ha mai frequentato le scuole regolari, eppure il suo italiano è discreto. Le scuole aprirono a Lozzole dopo che aveva compiuto i dodici anni, per cui non lo accettarono e dovette accontentarsi delle scuole serali, che frequentò anche durante il periodo del servizio militare. Negli ultimi anni le scuole si erano trasferite a Stabbia.
Non ha mai abbandonato Lozzole, neanche dopo essersi trasferito in pianura: finché viaggiava da solo saliva sulla corriera e, cambiando a Faenza, scendeva a Fantino, trascorrendo una giornata o una settimana nel suo ambiente, camminando tra le case abbandonate, cercando funghi nei boschi che conosce a memoria, dormendo a Stabbia o Cà del Piano o alle Fogare. Era facile, per gli escursionisti particolarmente affezionati a Lozzole, come Primo, Tonina e Galliano incontrarlo e parlargli a lungo.

La chiesa di Lozzole con dietro il piccolo nucleo abitativo (foto di Franco Conti)

Il territorio

Tenendo conto della variegata conformazione del terreno, la parrocchia di Lozzole era molto popolata: nell’immediato secondo dopoguerra si contavano ben 22 famiglie e circa 300 “anime”, racchiuse nel perimetro delimitato da Fantino, Piedimonte, Palazzuolo ed il crinale appenninico. Le due case più distanti sono le Spiagge e le Canove, che ora si trovano sulla strada della Sambuca, costruita in tempi abbastanza recenti. Malafrone, invece – ci tiene a chiarire Smeriglio – pur essendo vicina a Lozzole, appartiene alla parrocchia di Pedimonte.
Questo è un territorio di “frontiera”, tra la Romagna e la Toscana e se pensiamo al contesto del periodo precedente la seconda guerra mondiale, doveva essere particolarmente isolato rispetto ai centri principali come Firenze o Faenza, ma anche distante da Marradi e da Palazzuolo. Basti pensare che questi paesi si raggiungevano a piedi dai punti più lontani della valle impiegando due o tre ore.
Per gli acquisti e per l’attività di mercato il centro più fornito era Marradi, facilitato dai collegamenti ferroviari con Faenza e Borgo S. Lorenzo. Il padre di Smeriglio, da ragazzo, aveva visto i lavori di costruzione della ferrovia faentina e gli operai del cantiere alloggiarono a lungo nelle case dei contadini di Lozzole.
Gli chiediamo un’indicazione sui toponimi dell’intera parrocchia e non rimaniamo delusi: Prevaligo, Cà della Scheta, Scheta di Sotto, Panera, Campergozzole, Carpine e poi, Praticino, Casetto di Sotto, Vigliano di Sotto, Cadalino, Vigliano di Sopra, Casa Vecchia, Stabbia, Fintomorto, La Penta, Casetto, Colla (vicino alla Chiesa), Vallombrosa, Casetta di Costa (dove è nato Giancarlo) , Pian di Bonaccio, Cà del Piano, Le Fogare, Pian delle Fagge (dove è nata la mamma di Smeriglio), Cà del Cigno, La Maestà (dove è nato Smeriglio), Il Sorbo, La Lastra, Cà di Vagnella, Le Spiagge, Le Canove.
Le case dei Valloni erano cinque e chi le abitava erano chiamati “Quelli dei Valloni”. E continua con le capanne e le grotte. C’è una “Grotta delle Fate”, che oggi è quasi scomparsa coperta dalle frane e dalla boscaglia ed esiste ancora una “capanna Smeriglio”. Non siamo sicuri che la nostra trascrizione di tutti i nomi sia esatta, ma almeno serve a farci un’idea delle case che incontriamo lungo i sentieri.
Una di queste capanne tramanda una curiosa leggenda; si trovava sopra Cà del Piano, vicino a La Lastra e sono rimasti solo alcuni ruderi; sembra che abbia ospitato per diversi anni, a cavallo dell’ottocento, un gruppo di francesi fuggiti dalla rivoluzione del 1789. Ma l’episodio più tragico, rimasto impresso nella memoria delle persone originarie di queste parti, è quello che si dice sia accaduto a Cà del Cigno. Smeriglio racconta che in un periodo non ben precisato, ma sicuramente prima della sua nascita, perché suo padre quando era molto giovane e girava per le case a suonare durante le feste, diceva di aver sentito questa storia da un pastore che abitava proprio a Cà del Cigno.
Il periodo doveva essere datato attorno alla metà dell’ottocento. In questa casa vivevano marito e moglie, tre figli piccoli e il garzone. Durante un inverno durissimo, con tanta neve, i due genitori andarono a prendere acqua da una fonte vicino alle Spiagge, ma una slavina li travolse e morirono entrambi. Andò a cercarli il garzone preoccupandosi del loro ritardo, ma subì la stessa sorte. Dopo otto giorni quelli delle Fogare, che dal loro punto di osservazione vedevano la casa, notando che il camino non fumava più, chiamarono la famiglia di Cà del Piano e si recarono sul posto. Dopo varie ore percorse a piedi, trovarono i tre figli ed il bestiame morti dal freddo e dalla fame. Si era salvata solo l’asina, che era riuscita a liberarsi nella stalla, a sfondare una porta ed a mangiare la farina di marroni raccolta in un cassettone.

La dura vita di montagna

Oggi è difficile, se non impossibile, immaginare che tra queste montagne e valli, viveva una comunità di uomini e donne, di bambini e di anziani, di boscaioli. e di contadini, di ragazzi e di ragazze. Anche noi vorremmo saperne di più.
Smeriglio è nato a La Maestà, che fu successivamente abbattuta e sostituita da una stalla, dove abitavano cinque famiglie di boscaioli, di “casanti”, il mestiere di suo padre e che anche lui svolse fino agli anni della gioventù. Poi la sua famiglia, essendo troppo numerosa, ben cinque figli, più due morti subito dopo il parto, decise di dedicarsi al lavoro della terra, trasformandosi in mezzadri e si trasferì alle Fogare, per dieci anni, poi a Pian di Bonaccio, a Casetta di Costa ed a Cà del Piano. Una sorella, nata nel ’10, abita a S. Martino.
Sua madre, nata a Pian delle Fagge, non era mai andata al mare. Suo padre, Tugnì, evitò la prima guerra mondiale perché aveva quattro figli e per lo stesso motivo anche Smeriglio fu esonerato nella guerra successiva. Il servizio militare lo aveva svolto a Reggio Calabria, impiegando due giorni di viaggio e ritornando una volta sola a casa in licenza.
Nel ’32 sposò la Rosina e misero al mondo tre maschi e tre femmine.
La vita dei boscaioli era dura, lavoravano di pennato e di mannaia e spesso dovevano trascorrere diversi giorni nei boschi e dormire nelle capanne.
I terreni ed i boschi erano quasi tutti di proprietà del cardinale Cattani di Firenze, vissuto negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, il quale durante l’estate si trasferiva nella villa di Stabbia. Gli ultimi eredi dei Cattani hanno venduto tutto, compresa la Casetta di Sotto, permettendo a Smeriglio di ritornare, in qualche modo, a rinverdire le sue radici.
Ricorda la gran nevicata del ’29. In alcuni punti c’erano quattro metri di neve, con il difficile problema di portare il bestiame a bere nel torrente e dovettero spalare giorni e giorni per aprire un varco. La neve era così alta che vedevano solo le corna delle mucche. Durante l’inverno per una famiglia la sopravvivenza era più “facile” rispetto al bestiame, perché in autunno bisognava decidere quanti capi potevano superare la stagione in base al foraggio disponibile e quelli eccedenti erano venduti finché erano in buono stato. A volte per carenza di foraggio si utilizzava anche “è stram” (lo strame) e gli animali in primavera tornavano al pascolo in condizioni pietose.
E le famiglie contadine come superavano questi duri inverni? In fondo “é basteva poc”, (bastava poco), dice Smeriglio, per sfamare la famiglia: la farina di marroni, conservata nello “scorz” (la mastella), una soma di grano per il pane, (una soma era pari ad ottanta chilogrammi, suddivisa in quattro staie), la polenta, i formaggi ed il latte, il maiale. Un maiale, purtroppo, molto magro.
Il pane veniva fatto ogni otto giorni e per lievitarlo si usava la “madre”, un pugno di impasto. Si stava anche un mese senza uscire di casa e solo il capofamiglia si recava a fare acquisti una volta alla settimana. E si trasformava in dramma un incidente come quello che capitò durante il ritiro della farina dal mulino. Ne aveva caricato sull’asina una soma e doveva attraversare quattro o cinque volte il fosso, ma durante un guado l’animale cadde in acqua e bagnò gran parte del carico, e riuscì a salvarne solo una piccola porzione. Fu un colpo pesante, perché andò distrutto il frutto di un lungo lavoro e la farina valeva un tesoro.
Sembra sorpreso di fronte alla nostra insistenza nel domandare su come riuscivano a svernare, a passare lunghi periodi isolati o quasi, chiusi in casa, occupati soprattutto di “governare” il bestiame. Oggi per noi una vita come questa non è immaginabile; non potremmo resistere nemmeno due giorni di seguito ed invece ascoltando le parole e le battute di Smeriglio, tutto questo ci sembra normale, dentro lo scorrere dei giorni e dei mesi.
Smeriglio non andava molto d’accordo con i “padroni” e nel 1950 comprò Cà del Piano sperando di ricavare un reddito migliore per la famiglia, ma ormai era tardi. I tempi stavano cambiando a Lozzole ed in tutta la montagna.
Dalla fine della guerra al 1960, in quindici anni, tutto il territorio montano fu abbandonato, una vera e propria fuga verso la pianura, che contagiò i giovani, con la speranza di una vita migliore e dei vantaggi del progresso industriale: le case con i servizi, la luce elettrica, le auto, le nuove opportunità di lavoro e di reddito.
Nel 1954 erano rimaste a Lozzole 199 persone e nel 1956 solo due famiglie, di cui una era quella di Smeriglio. Di quel durissimo inverno, ricorda un’altra grande nevicata, tanto che rientrando da Palazzuolo, quando giunse a Lozzole si trovò in mezzo ad un bufera di neve e rischiò di non ritrovare la strada per Cà del Piano. Imprecò e disse “accidenti a quel boia che abita qui!” Ricorda che si ammalò gravemente e che riuscì comunque con la cavalla a recarsi nuovamente a Palazzuolo, dal medico, che lo fece trasferire a Firenze per le cure del caso, a carico della mutua dei “piccoli proprietari”.
Il figlio grande stava prestando il servizio militare ed a casa erano rimasti la moglie, la nuora e gli altri fratelli più piccoli, ad occuparsi del bestiame. Ancora convalescente guardava dalla finestra i ragazzi e la nuora che coperti da montagne di neve andavano a Le Fogare a prendere il fieno per il bestiame.
Il ritorno del figlio maggiore portò alla decisione di abbandonare i Valloni. Le entrate non erano sufficienti a mantenere dodici famigliari e nemmeno i ricavi del lavoro nei boschi svolto dai figli più giovani bastavano a sfamare tutti.
Si trasferirono a Borgo Rivola, vicino a Gallisterna, ancora come mezzadro, in un podere detto “Casetta di Miola” ed infine, dopo una difficile convivenza con il proprietario del podere, si accasò a Castelbolognese nel 1960, “senza padrone”.

Smeriglio mentre racconta la vita di montagna ai suoi ospiti nel cortile della “Casetta di Sotto”

Da Lozzole alle Fogare in viaggio di nozze

Gli anni della gioventù

I ricordi di Smeriglio ritornano alle feste degli anni della sua gioventù quando accompagnava con l’organetto il padre Tugnì, che suonava la fisarmonica. Erano chiamati nelle occasioni dei matrimoni, delle serate a “trebb”, (a trebbo), dei balli organizzati nelle case che disponevano di stanze più grandi. Qui s’incontravano i giovani, ma i ragazzi di Lozzole dovevano tenere a testa a quelli di Casaglia, di Marradi o di Palazzuolo e “spéss is purteva veia al piò béli”, (spesso ci portavano via le più belle). Smeriglio accompagnava i canterini che andavano “a cantar maggio” per tutta la notte, di casa in casa e le famiglie offrivano loro ciambella, vino e donavano soldi, che il mattino successivo venivano consegnati al parroco.
L’approccio con le ragazze era difficile, perché i loro genitori le controllavano assiduamente e “mettevano loro addosso la paura del peccato”. Il parroco, negli anni della gioventù di Smeriglio, cercava di tenerle a freno e riferiva tutto quello che veniva a sapere ai genitori stessi. Osteggiava, in particolare, il ballo, che a volte durava per l’intera notte. Racconta Smeriglio di un gruppo di giovani che rientravano alle loro abitazioni dalla “vègia” di Malafrone, una casa della parrocchia di Piedimonte, intonando una canta. Quando stava albeggiando, videro una bella piazzola vicino alla chiesa, e poiché con loro c’era ancora il suonatore, ripresero a ballare, ma il parroco che stava già officiando la messa, li sentì e dal pulpito accusò le ragazze di comportamenti immorali. E riferito proprio a Malafrone si canticchiava una filastrocca ironica sul vino che in questa casa veniva distribuito durante le feste: “a la végia ad Malafrò, la funtana l’era avsé, e molta aqua l’era in te vé”, (alla festa di Malafrone, la fontana era vicina e molta acqua era nel vino). Malgrado il vino annacquato, dopo la notte passata a ballare ed a bere, al mattino erano quasi tutti ubriachi! Vicino alla chiesa c’è la Colla, la casa dove abitava Rosina. Era una specie di osteria dove si beveva, si giocava a carte e ci si ubriacava. Gli ubriachi molte volte venivano ricondotti a casa dalla “bréca”, (dalla somara), superando persino lo stretto sentiero delle Balze, dove non è mai caduto nessuno ed in ogni caso, dovendo percorrere molti chilometri a piedi, la sbornia passava. Ma poteva anche accadere come a quell’ubriaco che vicino al mulino di Cà del Piano attraversando il fosso, cadde in una pozza profonda e riuscì ad uscirne vivo restando ben attaccato alla coda della somara, che non volendo anch’essa finire in acqua, trascinò fuori il malcapitato. Un cugino di Smeriglio, di nome Beppe, si ubriacava spesso nell’osteria di Rosina e dopo litigava con gli altri, che si stancavano e lo picchiavano. Avvenne che due cacciatori lo presero in giro, allora lui si arrabbiò e scappò a casa per impugnare un vecchio fucile da caccia, che non funzionava nemmeno; tornò a Lozzole a cercare i suoi detrattori, entrando in chiesa fuori di sé e facendo scappare tutti dalla paura, compreso il prete, ma … “con un fucile scarico!”

Il matrimonio

Tornando da una delle solite nottate trascorse a suonare, Smeriglio si fermò alla Colla, prima di recarsi alla festa di Fantino e vide Rosina appoggiata al camino e gli chiese: “Vieni con me alla festa?” Lei rispose di sì e accompagnata da una sua amica, andò con lui a Fantino. C’era anche un amico di Smeriglio, nato nel 1908, con il quale s’incontra ancora nella stessa località, dove tuttora risiede. Al ritorno le chiese un appuntamento per la domenica successiva durante la “benedizione”. La rivide poi nei giorni successivi mentre era in un campo a “badare” le mucche e gli faceva segno con un fazzoletto. Era il loro modo di incontrarsi. Si sposarono nel 1932, lui aveva 26 anni e lei ne aveva appena compiuto 17 e l’anno dopo nacque il primo figlio: Remo. Dovettero superare le resistenze della famiglia di Rosina, la quale non provava molta simpatia per il padre di Smeriglio. Questi, superati tutti gli ostacoli, il giorno delle nozze partì dalle Fogare, la sua casa e si avviò la mattina presto accompagnato dai suonatori e da un piccolo corteo per recarsi alla chiesa di Lozzole dove l’aspettava la sposa. Il matrimonio fu celebrato da don Pesci, un prete molto noto al quale Palazzuolo ha dedicato un libro. Il corteo riprese la strada del ritorno superando i vari scherzi che gli amici avevano preparato e ricorda che dovette tagliare con un coltello una corda messa di traverso e legata ad una “cioda”, (una siepe) e distribuire i confetti a tutti. Si fermarono a suonare ed a ballare a Cà del Piano, dove fu offerto un rinfresco e raggiunsero solo verso sera le Fogare; gli amici ed i parenti cenarono e ballarono fino all’alba del giorno dopo, accompagnati dalla fisarmonica di Alfredo proveniente da Galliana e qualcuno per festeggiare sparò con il fucile da caccia sul fuoco acceso dentro il camino, provocando un fortissimo boato. A mezzanotte Smeriglio e Rosina andarono a letto e una parente entrò nella loro stanza a spegnere la candela. La tradizione voleva che sarebbe morto per primo chi dei due sposi l’avesse fatto; dopo sessantasei anni sono ancora insieme ed in ottima salute. Il viaggio di nozze si risolse tutto in quella giornata indimenticabile: dalla chiesa di Lozzole alle Fogare. Smeriglio ricorda che quella mattina si presentò alla sposa con un dente in meno, a causa di una botta presa dalla mazza usata il giorno prima per mettere a posto un ganghero storto nella porta della stalla.

La parrocchia

Gran parte del racconto di Smeriglio è occupato dalla vita della parrocchia e dal rapporto tra la comunità di Lozzole e la sua chiesa, che non era solo il luogo dedicato alla fede, ma anche un punto di riferimento, di contatto e di socializzazione per tutti. Gli abitanti residenti nelle case più distanti impiegavano ben due ore di cammino per recarsi a messa. L’attaccamento alla chiesa era fortissimo. Un giorno il proprietario di Campergozzole, detto “Frazchì”, disse agli altri parrocchiani che don Masì (Don Tommaso) se n’era andato perché non si “prendeva” con qualche personaggio importante del posto. Allora decisero che bisognava fare tornare il prete e poiché era in arrivo il Cardinale di Firenze, concordarono di farsi trovare tutti in chiesa per manifestare la loro volontà. Andarono a Palazzuolo a prelevare l’alto prelato con la “bréca” e lo trasportarono fino a Lozzole. Questi, quando vide la chiesa piena affermò che i parrocchiani, essendo così tanti e devoti, non avevano bisogno di un prete in pianta stabile e decise di affidarla al parroco di Piedimonte. Passarono gli anni e il Cardinale, ritornando a Lozzole, trovò la chiesa semivuota e allora affermò che ci voleva il parroco, ma ormai era tardi, perché le case si stavano spopolando. Non spezzarono la comunità lozzolese nemmeno le divisioni politiche, che si manifestarono in modo molto marcato nel secondo dopoguerra, una volta riacquistata la libertà di voto e di opinione. Dallo spoglio delle prime elezioni, il seggio era insediato a Stabbia, uscì una larga maggioranza a favore dei comunisti. Qualcuno disse che aveva votato comunista anche il prete! Questi, subito si mise le mani nei capelli, poi affermò che era brava gente. Non tutti la pensavano allo stesso modo: una domenica mattina accadde che una trentina di fedeli stava in chiesa in attesa della confessione, ma don Pesci sotto la pressione del
prevosto di Palazzuolo, non concesse l’assoluzione per ragioni politiche al primo di questi che si presentò nel confessionale ed allora tutti se ne andarono per protesta. Eppure la solidarietà non venne mai meno. Smeriglio fu arrestato dai carabinieri nel ’48, dopo l’attentato a Togliatti, con l’accusa di avere nascosto delle armi e portato a Firenze. Chi si impegnò di più per farlo liberare fu il parroco di Lozzole, che si diede molto da fare e convinse il giudice
che era una brava persona. Attorno agli anni cinquanta fu costruita, addirittura, anche la Casa del popolo, che è un piccolo edificio ancora in piedi all’ingresso dell’abitato, dalla parte del Lamone. Smeriglio contribuì alla sua costruzione con quaranta ore di lavoro gratuito. Per qualche anno in questo locale ballarono e giocarono carte, poi anch’esso subì la stessa sorte di Lozzole e fu abbandonato.

La guerra

Il racconto arriva, infine, al periodo della guerra. Un periodo terribile e tragico, qui come altrove, anche se il fronte passò veloce, in settembre, per fermarsi in pianura lungo la “linea gotica” nei mesi successivi. Smeriglio ha rimasto impresse nella mente le granate degli inglesi che da Casaglia sorvolavano i Valloni e cadevano a Palazzuolo sulle postazioni dei tedeschi, che a loro volta rispondevano ed i civili erano costretti a restare nascosti nei rifugi. Ricorda la crudele rappresaglia degli invasori testimoniata dal monumento di Crespino, con l’elenco dei 18 cittadini fucilati; si salvò nascondendosi tra i suoi boschi, quando alcuni ragazzi cominciarono a urlare: “arrivano i tedeschi, arrivano i tedeschi!” Questo episodio ha lasciato profonde ferite nella memoria degli abitanti del territorio a monte di Marradi. Durante un altro rastrellamento furono catturati due giovani civili e portati a Stabbia, sotto il controllo di due soldati tedeschi, che avevano una gran fame. Uno di loro andò a cercare del cibo. Quello di guardia si distrasse ed i due prigionieri fuggirono. Quando il soldato se ne accorse cominciò a sparare, ma senza colpirli. Aveva sparato in aria. Un altro episodio importante fu l’abbattimento di un aereo americano che cadde alle Spiagge; faceva parte di una squadriglia di sei aerei che si scontrò con due aerei tedeschi. Su otto componenti dell’equipaggio, quattro si salvarono, tra cui il comandante, che poi raccontò lo svolgimento del combattimento ai contadini che lo avevano soccorso. Sul posto si recarono alcuni capi fascisti, ma attaccati dai partigiani, scoppiò un duro scontro armato e Smeriglio ne ricorda le violente sparatorie, nascosto nei suoi rifugi segreti. Il racconto potrebbe continuare a lungo, ma lasciamo agli escursionisti che passando da Casetta di Sotto incontreranno Smeriglio, di farsi descrivere altri episodi e momenti della vita di queste vallate. Ma cosa è rimasto di Lozzole e delle Fogare? Gli abitanti sono emigrati in gran parte in pianura ed
i ricordi degli anziani stanno stemperandosi con il passare degli anni. Anche gli edifici stanno crollando e scomparendo. Solo poche case sono state recuperate: Praticino, che tornerà ad essere abitata, Casetta di Sotto, Pian delle Fagge, le Canove e Le Spiagge, trasformata in un ristorante. Resistono ancora, ma in condizioni pessime, il nucleo della Colla, l’ex-Casa del popolo costruita nel dopoguerra, il nucleo del Fintomorto, le Fogare, Stabbia e poche altre. Cà del Piano e Cà del Cigno sono ormai ridotte ad un mucchio di ruderi. Sempre più degradata è la bellissima chiesa, dove ai danni provocati dall’abbandono, si è aggiunto anche il vandalismo degli stupidi che hanno rubato persino le decorazioni ed i portali. L’imponente edificio delle Fogare, visibile da molti punti della valle, conserva tutto il suo straordinario fascino, nonostante i segni inesorabili del declino. Quando torneremo a passare da questa casa non potremo fare a meno di ripensare a quel lontano giorno del 1932, dove una piccola comunità ballò e festeggiò il matrimonio di due giovanissimi sposi. Con il cuore Smeriglio non si è mai allontanato ed è rimasto sempre fra queste case, che fisicamente lasciò nel 1956, quando ormai tutti se n’erano andati. Molti hanno preferito rimuovere il ricordo di quegli anni duri e difficili, ma lui no. Dobbiamo essergli grati, perché con il suo racconto ci ha avvicinato ancora di più alla natura e alla montagna.

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