È scomparso Superno Celotti

Celotti e Gimondi in gara all'autodromo di Imola nel 1969

Celotti e Gimondi in gara all’autodromo di Imola nel 1969

Motori, treni e biciclette: con la velocità nel sangue

La velocità nel sangue. E’ la prima definizione che ci viene in mente nel ricordare Superno Celotti, un personaggio molto in vista a Imola, scomparso domenica 15 gennaio alla soglia degli 86 anni.

Velocità soprattutto in moto, con la quale corse e vinse nel dopoguerra, ma anche in treno, che guidò per anni, e in bici. Velocità anche a leggere, a capire e a raccontare agli altri la storia, che amava e dalla quale traeva le sue convinzioni di compagno anticlericale. Velocità nel rapire l’attenzione di chi ascoltava gli aneddoti di una vita vissuta con l’esuberanza di un ragazzo fino a quando il fisico glielo ha permesso. Quel fisico che un noto medico imolese definì “forte come quello di Bartali”. Quel fisico che negli ultimi tempi lo aveva abbandonato e per questo non potevamo più godere della sua affascinante compagnia nel centro di Imola o al Centro Leonardo, che raggiungeva giornalmente in bici da Castel Bolognese, dove si era trasferito con la famiglia.

Gelo o caldo soffocante, Superno era sempre in bici e in braghe corte, anche quando tutti noi vestivamo già pesante. Una tempra forte, una forza che veniva da lontano, forgiata da un’esperienza dura come quella del carcere, vissuta durante la guerra, quando era appena un ragazzino, per colpa dei fascisti. Prima nella Rocca di Imola, poi a Bologna. Solo la perseveranza del padre, che invocò clemenza ogni giorno per il figlio, gli salvò la vita. Altri furono uccisi. Poi quel massacro finalmente ebbe fine e Celotti iniziò a correre in moto e a vincere, come il 22 maggio 1949 a Riccione o il 4 ottobre 1953 a Imola, dove nella primavera di quello stesso anno, il 25 aprile, in sella alla mitica Gilera Saturno, partecipò al “Gp Coni”, manifestazione che inaugurò il nostro circuito. Nella gara vinta da Milani su Masetti, 45 giri pari a 226 km, Superno fu costretto al ritiro. Entrò in ferrovia giovanissimo e i testimoni del tempo raccontano la sua grande abilità nel recuperare i ritardi dei treni, guidando al limite, in quei tempi dove contava, anche lì, solo “il manico”, visto che l’elettronica non c’era. Due pieghe, fra i curvoni della Firenze – Bologna e il ritardo a volte diventava anticipo. E nacque la leggenda, tanto che al Giuli bar si fantasticava che l’imolese Celotti fosse partito per insegnare a guidare il treno agli egiziani. Superno nel ‘69 tornò a correre nell’autodromo, lui davanti, in moto e Felice Gimondi in scia, un tipo di gara molto in voga allora. Vinsero batteria e finale davanti a Marino Basso e fu una bella soddisfazione, non solo perché era tornato a “piegare” nella pista di casa.
Raccontò infatti che Gimondi gli disse che non gli era mai capitato di avere un pilota che non usasse i freni. E quel giorno pioveva di brutto. In precedenza, nel maggio del ‘59, pilotò alla vittoria anche Diego Ronchini nella gara di Faenza. Moto e pedali ricorrono spesso nella sua vita e c’è chi sostiene che se avesse corso in bici sarebbe andato forte. Si racconta, infatti, che da ragazzo seguisse più volte i dilettanti in allenamento nei Tre Monti con una bicicletta da donna riuscendo a non farsi staccare. Poi, in discesa, sullo sterrato, era lui che staccava i corridori.

“Faceva la stessa cosa fino a pochi anni fa con i cicloturisti su per le Caibane – ricorda suo cugino Giuseppe -, aveva una forza fuori dal comune e l’attitudine a cercare sempre il limite.”

Era già piuttosto “maturo”, quando un giorno ci raccontò che, mentre era per la via Emilia con la sua Guzzi V7, con barba e capelli lunghi al vento, fu affiancato da un paio di ragazzotti su moto giapponesi che lo guardavano con fare di superiorità. “Alòra ai ho fàt ‘na bela impenéda e via…”. E giù una gran risata. Superno era così, anche per questo era molto amato da tutti.

Normanno Bartoli

Tratto da Sabato Sera del 26 gennaio 2012.

Superno Celotti vincitore a Riccione nel 1949

Superno Celotti vincitore a Riccione nel 1949

Celotti sulla Gilera Saturno

Celotti sulla Gilera Saturno


 

Durante il servizio in ferrovia, Superno Celotti sventò un grave disastro ferroviario. Ecco la cronaca del fatto, che merita di essere conosciuto, tratta da La Stampa del 2 febbraio 1962.

Grave incidente ferroviario nella stazione di S. Arcangelo di Romagna

Il «direttissimo» Bari-Milano si spezza in corsa e tre vetture deragliano: 13 feriti
Il primo troncone del convoglio prosegue per centinaia di metri • Un vagone di passeggeri si rovescia; altri due piombano sul vicino binario – Il macchinista si accorge che sta arrivando un accelerato – Corre incontro al treno e riesce a fermarlo – Nessuno dei feriti è grave – Ancora incerte le cause del sinistro; si sarebbe spezzata una rotaia

Rimini, 1 febbraio. Tredici persone sono rimaste ferite in un grave incidente ferroviario avvenuto questa sera alle 19,17 alla stazione di Sant’Arcangelo di Romagna, quando il “direttissimo” Bari-Milano, in partenza da Rimini alle 19,09 dopo avere superato la stazione alla velocità di circa cento chilometri orari, si è spezzato a metà, uscendo dai binari.

Mentre la prima parte del treno continuava la sua corsa per alcune centinaia di metri, il secondo troncone — composto da cinque vetture passeggeri, dal bagagliaio e da un carro merci — deragliava rovinosamente. La prima vettura del secondo troncone usciva dalle rotaie, rovesciandosi sulla sinistra fra le urla di panico dei passeggeri e i gemiti dei feriti; la seconda e la terza vettura si spostavano verso destra, andando a finire sul binario su cui stava sopraggiungendo l'”accelerato” 2489, partito da Bologna alle 17,30 carico di studenti e lavoratori.

Solo per l’eccezionale sangue freddo del macchinista del direttissimo il trentasettenne Superno Celotti, da Imola, si è potuta evitare una sciagura, che poteva assumere gravissime proporzioni e che sarebbe avvenuta qualora l'”accelerato”, avesse proseguito la sua corsa fino ad investire le vetture rovesciate.

Il macchinista Celotti, accortosi del sopraggiungere del convoglio da Bologna, si metteva decisamente in mezzo ai binari, agitando il rosso fanale di bordo. Il macchinista dell’accelerato, il bolognese Pollastri, poteva cosi fermare il treno in extremis, arrestandolo a meno di un centinaio di metri dalle vetture del secondo troncone del “direttissimo” rovesciate sui binari.

“Quando mi sono accorto degli sbandamenti del locomotore — ha dichiarato pochi minuti dopo la sciagura il macchinista Celotti — ho capito che il treno s’era spezzato. Allora ho portato il rubinetto in terza, cioè ho lasciato che la pressione dei freni si esaurisse. In tal modo il convoglio si è bloccato. Poi ho visto aperto il “segnale di protezione” della stazione di Sant’Arcangelo e ho immaginato che stava sopraggiungendo un altro treno. Il regolamento delle Ferrovie ammette che si fermi un convoglio solo per gravissimi casi. Ho avuto pochi istanti per decidere. Mi sono voltato indietro, ho scorto presso la stazione di Sant’Arcangelo un gran polverone e m’è sembrato che almeno una vettura del secondo troncone fosse uscita dai binari. Allora non ho più pensato al regolamento ed ho agitato il fanalino. Tutto qui”. Al momento del deragliamento il “direttissimo” 1S8 marciava alla velocità di circa 100 chilometri orari, inferiore di dieci chilometri al massimo permesso sulla stessa linea. A bordo del locomotore vi era, con il Celotti, l’aiuto macchinista Francesco Parmeggiani di Bologna. Capotreno era il bolognese Tullio Martuzzi. […]

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