Un ricordo del dottor Pasquale Taliercio (1941-1991)

a cura di Andrea Soglia
con la collaborazione di Alessia Bruni
e una testimonianza di don Gianni Dall’Osso

Ricordare una persona a distanza di tanti anni, quando certi dettagli sbiadiscono ed altri rimangono viceversa molto vivi, può portare ad un risultato che forse non rende pienamente giustizia a quella persona, alla sua storia e alla sua missione per gli altri, ma sarebbe assai più ingiusto se quella persona venisse totalmente dimenticata.
L’8 marzo 2021 il dottor Pasquale Taliercio avrebbe compiuto 80 anni e ci è parsa l’occasione propizia per ricordarlo.
Speriamo che ciò possa anche far emergere altre testimonianze su di lui, magari le sue poesie o fotografie ricordo.

Nato l’8 marzo 1941 a Ventotene, l’isola in provincia di Latina dove, proprio nel 1941, in piena guerra, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi concepirono il Manifesto che promuoveva l’idea dell’Europa unita, Pasquale Taliercio trovò in Romagna il suo approdo felice assieme alla moglie Eleonora Alba, farmacista.
Forse perché Ventotene, isola da lui amatissima ma che contemporaneamente sentiva difficile, era all’epoca più famosa per il carcere (ora da lungo tempo dismesso) che per il Manifesto di Spinelli e Rossi, Taliercio tendeva a evitare di dire espressamente di essere originario di Ventotene, e molti dei suoi conoscenti credevano fosse di Ponza.
Aveva superato nel 1974-75 l’esame di stato per l’esercizio della professione di medico chirurgo presso l’Università di Bologna in anni in cui Bologna era una città culturalmente molto vivace, e particolarmente interessante per lui, uomo di profonda cultura, proveniente da una piccola isola del Sud. Iniziò ben presto l’attività di medico, dapprima a Solarolo, dove si era stabilito (e dove la moglie è stata titolare dell’unica farmacia del paese, che ancora porta il nome di “Farmacia Alba” anche se recentemente ha cambiato sede) e poi a Castel Bolognese. Il suo ambulatorio castellano ebbe dapprima sede nei piani superiori del palazzo della Cassa di Risparmio di Lugo (attuale Credit Agricole), in via Emilia interna 33, per essere poi trasferito in via Rossi 2 nel rinnovato palazzo che all’epoca ospitava il Credito Romagnolo ed oggi l’Unicredit.
A Castello finirono sotto la sua competenza, almeno inizialmente, per lo più dipendenti pubblici.
A volte, in ambulatorio, aveva modi secchi, quasi bruschi e l’aspetto un po’ burbero, che gli conferiva la sua folta barba, metteva un po’ in soggezione, specialmente i pazienti più piccoli. E contribuiva non poco ad impressionare i bambini anche il teschio didattico (autentico!) che teneva nel suo studio. Nonostante ciò, la sua competenza, la sua generosità e il suo essere medico “vecchio stampo” (immancabili le visite a domicilio a qualsiasi ora) gli fecero conquistare ben presto la stima dei suoi pazienti, con i quali amava instaurare rapporti umani oltre all’aspetto puramente professionale, che portavano a frequentazioni nel tempo libero.
Cresciuto su un’isola avara di alberi, raccontava che in Romagna lo avevano impressionato i campi a frutteto, vedendoli le prime volte gli sembrava di essere arrivato in una foresta, questo gli piaceva moltissimo, e così acquistò un podere in collina e provò a piantare una foresta, impianto di irrigazione compreso, e ad apprendere rudimenti di agricoltura.
Nel suo podere, ubicato nella parrocchia di Sommorio, ai confini fra Casola Valsenio e Palazzuolo sul Senio, aveva invitato tanti suoi pazienti e una volta aveva anche dato una festa, forse una sorta di inaugurazione. Aveva iniziato anche una raccolta di tanti vecchi attrezzi agricoli acquistati dai suoi pazienti, più con l’intenzione di formare un piccolo museo che farne un uso diretto.
Gli amici più stretti ebbero anche l’onore di essere ospitati a Ventotene.
E naturalmente non mancarono gli inviti nella sua casa di Solarolo, assai grande e moderna, che aveva arredato con mobili di pregio.
Appassionato di musica, in sala d’attesa gli piaceva farla ascoltare anche ai pazienti.
Pasquale Taliercio era anche appassionato di immersioni subacquee e di archeologia subacquea che aveva praticato nella sua Ventotene.
Nel pieno della maturità e del successo, fu colpito da un male incurabile. Consapevole, da medico, della gravità della malattia, decise di evitare accanimenti terapeutici e, con l’aiuto della moglie Eleonora, di affrontare serenamente la morte, benché prematura, ritenendo di non avere rimpianti e di avere avuto una vita piena e gratificante. In quei brevi mesi ricevette le visite di molti dei suoi pazienti e conoscenti, anche persone molto più giovani di lui, che ebbero il privilegio di essere trattati in amicizia, a cui leggeva (e donava anche in copia) bellissime poesie che componeva.
Aveva appena 50 anni quando, il 27 ottobre 1991, morì a Solarolo, sua città di adozione.
Negli ultimi mesi della sua vita Taliercio fu assistito spiritualmente da don Gianni Dall’Osso, all’epoca parroco di Castel Bolognese. Gli abbiamo chiesto un suo personale ricordo del dottore, e don Gianni ci ha inviato questo testo, di cui gli siamo estremamente grati:

“Quando andai parroco a Castel Bolognese ebbi modo di conoscere e apprezzare tutti i medici del paese ma il dott. Taliercio, che pure aveva l’ambulatorio in via Rossi di fronte alla chiesa parrocchiale, mi rimase “fuori mano” perché abitava a Solarolo e quando passavo per la benedizione pasquale, occasione preziosa per conoscerci, lasciavo sempre il ricordino su un tavolino per non disturbarlo nei suoi lunghi colloqui con i pazienti. Questo non vuol dire che non abbia saputo della sua preparazione medica e dell’impegno nel servizio ai suoi assistiti perché, nel dialogo con molti castellani suoi pazienti, ebbi modo di conoscere quanto era stimato per la sua cultura , per la dedizione nel suo servizio di medico e per i suoi molti interessi. Mi sorpresi molto quando, tramite sua moglie Eleonora, mi mandò a chiamare perché mi voleva incontrare e parlarmi. Questo mi fece pensare che forse lui mi conosceva più di quanto io potessi conoscere lui e certamente si era informato a mezzo dei suoi pazienti in quanto io avevo un certo riserbo nei suoi confronti per tutte le cose belle avevo sentito dire di lui. Se mi fosse stata chiesta questa testimonianza sul dott. Taliercio negli anni novanta, in prossimità della sua morte, avrei potuto ricordare tante cose sul dottore ma ora, dopo trent’anni, la mia memoria si è un poco annebbiata. Ricordo comunque che eravamo nati ambedue nel 1941. Mi recai a Solarolo e, non conoscendo il paese, arrivai alla sua casa in via Di Vittorio 12 su indicazione della moglie titolare della farmacia del paese. Entrando nella sua casa costruita secondo gli ultimi criteri architettonici e arredata con grande cura, il primo impatto fu di stupore e mi resi subito conto della sua sensibilità artistica e della sua passione per la bellezza. Mi disse di avermi chiamato perché l’accompagnassi negli ultimi tempi della sua vita e qui scoprii la grandezza della sua Fede. Mi raccontò della sua malattia e della sua inevitabile morte con una grande serenità in un momento così difficile. Fu sempre assistito e accompagnato dall’amore e dalla competenza della moglie Eleonora. Sperimentai una grande pace nel dialogare con lui sul valore e il senso della vita. Nel dialogo trovai conferma della sua preparazione culturale di cui mi avevano accennato i suoi pazienti e molto spesso mi superava e mi confondeva facendomi arrossire. Aveva fatto esperienza in un seminario che gli aveva giovato per la crescita della Fede, senza tacere alcune critiche sulla formazione ricevuta dai superiori. Mi chiese che l’accompagnassi con la Grazia dei Sacramenti. Le mie visite quindi furono frequenti e ho imparato tanto dalla sua testimonianza di fronte al mistero della morte a soli 50 anni, a fronte di una vita intensa e ricca di soddisfazioni. Il funerale fu occasione per ricordare la sua umanità, la sua cultura, la sua professione, la sua Fede. Assieme ai suoi familiari l’accompagnai a Ventotene, l’isola che tanto amava e di cui mi raccontava le meraviglie, per la sepoltura in quel cimitero che custodisce i resti di alcuni protagonisti del famoso “manifesto di Ventotene” per l’unità d’Europa. Per molti anni, assieme ad alcuni familiari, sono tornato sull’isola per ricordare nella S. Messa la sua storia”.

In occasione dei suoi funerali fu distribuito un ricordino, senz’altro preparato in anticipo da lui stesso, dove a fianco della fotografia compaiono alcuni suoi versi, con i quali concludiamo questo ricordo:

Dolce e struggente la mia sofferenza, come l’ansia di chi al traguardo attende la ricompensa.

Così, d’improvviso, mi rapì una spirale d’amore celeste.

Brucio d’amore. Mi rinfrescherò, nel fiume in piena di lacrime d’addio

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