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In memoria - Tino Biancini: cento anni di vita e
di storia
Avrebbe
compiuto cento anni il 31 agosto prossimo. A quanti dispiace di non poter festeggiare il
raggiungimento del raro traguardo Tino ha lasciato comunque il ricordo indelebile del suo
viso sorridente, il viso di un signore distinto, non segnato dagli anni, tanto da far
desiderare a tutti di carpire il segreto di una fibra così ben conservatasi. Giustamente
si diceva di lui che era intramontabile, come si suol dire di ogni persona che è ancora
attiva dopo tanti anni di attività e ha un seguito di simpatie e di attestati di
gratitudine, perché è sempre vissuta nell'apertura al prossimo e con spirito di
servizio.
Cerchiamo di scoprire il segreto di una vita così bella e così lunga. Al centro dei suoi
valori ideali e affetti sacri c'era innanzitutto la fede cattolica, testimoniata con la
sapidità delle anime semplici ma spiritualmente elette. Tino si sosteneva con la
preghiera rivolta a Padre Pio ma anche a San Giuseppe, tradizionalmente invocato patrono
della buona morte che, per Tino, era tale se si risolveva in un sereno trapasso. Poi
l'onestà e la dedizione zelante e disinteressata al lavoro, prestato al servizio di
antiche farmacie locali. Tino era andato in pensione dopo 66 anni di lavoro, senza
accusare alcun affaticamento, tanto da non rinunciare a rendersi disponibile in altri
campi. Coltivò le passioni di sempre, in particolare quella per il teatro che condivise
con l'inseparabile amico Cavurì: attori, registi, suggeritori della
filodrammatica nata all'ombra del campanile di San Petronio. Tino e Cavurì condivisero
pure l'amore del bello, un amore che tradussero soprattutto in un servizio reso alla
Chiesa e alla parrocchia come generoso complemento della preghiera. Insieme allestivano il
presepe per Natale, il sepolcro per Pasqua e provvedevano all'addobbo delle chiese
castellane nelle solennità. Alla mirabile coppia era affidato anche un altro incarico
particolare: la vestizione della statua della Beata Vergine della Concezione venerata
nella chiesa di San Francesco. Nel passato la vestizione era un privilegio concesso solo
alle vergini ovvero pie donne castellane non sposate, che eseguivano il
compito a porte chiuse. Con il cambiamento di mentalità e il venir meno di pie donne
siffatte, Cavurì e Tino subentrarono alle vergini e, quali precursori dei
diaconi di oggi, furono tra i laici più addentrati nei servizi liturgici, i più fidati
custodi delle tradizioni sacre. Né si deve dimenticare il servizio reso da Tino, finchè
le forze glielo concessero, alle monache domenicane, alle quali ogni mattina di buon'ora e
con esemplare puntualità portava il pane fresco.
Meritata fu dunque l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine di San Silvestro Papa, che a
Tino fu conferita nel 1997 per interessamento dell'arciprete monsignor Dall'Osso a nome
della comunità parrocchiale.
Tino apparteneva all'antica gens castellana dei Biancini. Il nonno materno, Luigi
Tampieri, combattè con Garibaldi sui monti del Trentino per la libertà della Patria. La
lapide, che si può leggere al cimitero, recita così: Fu buon cittadino e onesto
compendio di vita umana. Non è forse esatto dire che con Tino se ne è andato un
altro pezzo del vecchio Castello? Piuttosto con lui si estingue la schiera dei castellani
doc la cui vita ha attraversato tutto il Novecento (un secolo già consegnato alla storia)
incarnando la laboriosità, la creatività, lo spirito di sacrificio, la probità civica e
religiosa che contraddistinsero generazioni di castellani rimasti impressi nella memoria
di buona parte di noi. Ora Tino si è ricongiunto a Francesco Serantini e alla nonna
Oliva, sua ispiratrice in quelle mirabili pagine di narrativa in cui Serantini ha dato a
Castello i suoi inconfondibili colori, allo scultore Angelo Biancini, al liutaio Nicola da
Castel Bolognese, ad Ubaldo Galli e, fra i tanti altri, all'indimenticabile pittore e
poeta Fausto Ferlini, che ha celebrato in versi dialettali il viale dei cipressi che
conduce all'estrema dimora di tutti i castellani.
Versi toccanti, che costituiscono un amarcord del vecchio Castello. Li
rileggiamo per un omaggio affettuoso a Tino Biancini, in questa mesta circostanza del
congedo da lui:
Sol un vièl d'arzipress l'è armast cum ch'l'era
trama e su verd i va a puler j'uslèn
che ciacarend i ciama i vecc castlèn
e i dis a tott
durmè
durmè ch'l'è sera!
(discorso letto in San Petronio il 7/7/2004)
S. Borghesi
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