Alcune particolarità e curiosità storiche sull’altare delle reliquie

di Paolo Grandi

La ricognizione del 12 maggio 1717 (1)

In questa giornata, su ordine del vescovo di Imola, card. Ulisse Giuseppe Gozzadini il quale delegò il vicario generale mons. Andrea Cattani ed alla presenza del cancelliere vescovile dott. Francesco Guerrini che rogò l’atto, del segretario del Vicario e del fratello di Giovanni Damasceno Bragaldi, anch’egli Minore Conventuale, in casa di quest’ultimo (2) fu aperta la cassettina di ebano detta Sancta Sanctorum così descritta: “Un urna ossia Cofano di Ebano con cristalli, e fogliami dorati, entro il quale vi è un Baldacchino di Domasco cremesi con merli, e frangia d’oro, e strato uniforme, sotto del quale vi è una Cassettina di due palmi di longhezza, e uno di altezza fodrata entro, e fuori, e suggellata, nella quale vi sono le Reliquie più insigni, che si ritrovano in Roma, tanto di N. S. G. C. della B. V. de’ Ss. Appostoli ec. e tra l’altre vi sono cinque pezzi del Legno della SS. Croce, che però è intitolata SANCTA SANCTORUM” (3). Essa si trova nella parte centrale dell’armadio a sinistra del più grande ostensorio centrale.
La necessità di aprire questo scrigno fu dovuta al fatto di dover autenticare le reliquie contenutevi, di estrarne qualcuna che mancava nelle statuette già giunte a Castel Bolognese per formarne il Decreto di esposizione ai Fedeli. Dalla cassetta, come dal vaso di Pandora, uscì un’enorme quantità di Reliquie che occuparono tutta la tavola ove si stava procedendo alla ricognizione e che dagli astanti furono reputate in numero di circa duemilacinquecento. Le reliquie erano racchiuse in “cartuccie, indicanti semplicemente il nome il nome del Santo, e la qualità della S. Reliquia”. (4) Terminate queste operazioni, l’urna fu di nuovo chiusa e legata con una larga fettuccia di seta fiorata apponendovi il sigillo vescovile sopra cera di Spagna.

Anche allora qualcosa arrivava rotta a destinazione…

Ebbene anche le spedizioni di allora lasciavano a volte il segno… Cosicché si scopri che l’urna contenente il corpo di San Clemente Martire, cioè quella più grande posta alla destra dell’ostensorio centrale, era giunta con un vetro rotto. Perciò il giorno 8 maggio 1717 nel convento di San Francesco furono chiamati l’Arciprete di San Petronio Francesco Caglia, Vicario Foraneo, il Vicario Generale della Diocesi mons. Cattani, il Priore del Convento ed il fratello del Donatore. Alla presenza del notaio Francesco Guerrini che redisse il rogito, la cassetta fu aperta, le fu cambiato il vetro, venne richiusa ed il Vicario Generale vi appose il sigillo. (5)

La grande processione del 22 maggio 1717

Finora è sempre stato scritto che le Reliquie giunsero da Roma in due spedizioni, ma l’elenco delle Reliquie, oggi esposto nel Museo Parrocchiale e qui trascritto, ci racconta di una grandiosa processione, forse la più pomposa che Castel Bolognese abbia mai visto, per l’accoglienza della seconda spedizione.
Il 22 Maggio 1717 mosse da San Sebastiano un grandiosa processione che viene minuziosamente descritta dal redattore dell’elenco delle reliquie, che ne fu testimone oculare e venne chiamato a dirigerla. Aprivano il corteo le Confraternite i cui partecipanti erano vestiti con le proprie divise e reggevano delle torce, a seguirli i due Ordini francescani presenti a Castel Bolognese: i Minori Conventuali ed i Cappuccini preceduti da grossi ceri, indi seguivano oltre cento Sacerdoti fra i quali tutti i Parroci delle parrocchie rurali vestiti di Cotta e Stola. In ultimo furono portati tre baldacchini sostenuti sia da Sacerdoti che da componenti della Magistratura cittadina costoro accompagnati dai Donzelli con torce in mano; sotto il primo c’era l’Arciprete di San Petronio con i Ministri, preceduto dagli incensieri con turiboli d’argento, il quale sosteneva un Ostensorio entro il quale v’erano tre pezzi della Croce. Sotto il secondo baldacchino c’era la Reliquia del Sangue di Gesù Cristo, mentre sotto la terza veniva trasportata l’urna di ebano, detta Sancta Sanctorum, che nei giorni precedenti era stata aperta. Davanti ad ogni Confraternita, compagnia religiosa, baldacchino, c’era un bambino vestito da Angelo che reggeva un’asta dipinta, in cima alla quale stava un cartello redatto in bella calligrafia che indicava “il titolo di qual Ordine Gerarchico quelle fossero, col loro numero quantitativo”. (6)
Il lungo corteo, al quale partecipò “una moltitudine quasi infinita di Popolo di voto sì forestiere, che terriere, a tal segno che a gran fatica si penava a camminare; il che sembrava a molti spopolata tutta la Romagna sì superiore, che inferiore” (7) si diresse verso la Porta Imolese lungo la Via Emilia tra squilli di trombe e rimbombo di tamburi oltre allo sparo di centinaia di mortaretti e al suono di tutte le campane cittadine, indi entrò in città e toccò tutte le chiese che erano addobbate di damaschi; ed in tutte le strade si potevano ammirare “Rappresentanze misteriose, Fontane, ed Ornamenti” (8). Giunti in Piazza, la moltitudine fu benedetta con i tre preziosi Reliquiari, dopodiché “tutti lodando il Signore ne’ suoi Santi per l’allegrezza avuta partirono per le loro Patrie”. (9)

Individuate alcune Reliquie

L’elenco delle reliquie ci indica nella seconda parte la qualità degli ostensori ove le stesse furono poste; questo ha facilitato nell’estate scorsa la ricerca della reliquia di San Gennaro che il 19 settembre è stata solennemente esposta a Imola. Ma ciò è stato reso possibile anche grazie all’abilità di Francesco Minarini che, mediante un potente teleobiettivo, è riuscito a stringere il fuoco sui cartigli ancora assolutamente leggibili dopo oltre trecento anni. Si tratta di otto ostensori che si trovano negli sportelli, al centro, entro le nicchie chiuse con arco superiore.
Nello sportello destro
Ora, partendo dallo sportello destro, nella nicchia superiore verso l’armadio troviamo un ostensorio che conserva otto reliquie di Santi Confessori: un osso di San Norberto Abate e Vescovo al centro; indi, in senso orario: un osso di Sant’Ilarione Abate; un osso di Sant’Egidio Abate, un osso di San Brunone di Calabria Confessore, parte della mascella di San Bernardo di Chiaravalle Abate, un osso di San Benedetto da Norcia Abate, parte della coscia di Sant’Antonio Abate e un osso di San Paolo primo Eremita.
Sullo stesso piano, ma nella nicchia posta verso l’esterno si trova un altro ostensorio contenente otto reliquie di Santi Padri e Dottori della Chiesa: al centro parte della Berretta di San Carlo Borromeo Arcivescovo di Milano, indi in senso orario: un osso di Sant’Alessio Confessore, parte dei precordi di San Francesco di Sales vescovo di Ginevra, un osso di San Giuseppe d’Arimatea discepolo di Gesù, un osso di San Rocco Confessore, un osso di San Ferdinando Re di Castiglia e Confessore, parte del rocchetto di San Carlo Borromeo, un osso di San Cirillo vescovo di Alessandria d’Egitto.
Sempre nello sportello destro ma al piano inferiore, nella nicchia posta verso l’armadio troviamo un altro ostensorio con otto reliquie di Santi Vescovi e Martiri. Al centro un osso di Santo Stefano Protomartire; seguono, in senso orario: parte del Capo di Sant’Ignazio di Antiochia Vescovo e Martire, un osso di San Dionigi Aeropagita, discepolo di san Paolo, Vescovo e Martire, un osso di San Cassio Vescovo di Narni e Martire, parte del Capo di San Tommaso Arcivescovo di Canterbury e Martire, un osso di San Gennaro Vescovo di Benevento e Martire, un osso “arrostito” (10) di San Lorenzo Levita e Martire, un osso di San Policarpo Vescovo di Smirne e Martire.
Seguendo il medesimo piano, la nicchia posta verso l’esterno conserva il secondo ostensorio che conserva le reliquie di Santi Vescovi e Martiri. Al centro si trova la reliquia di un osso di San Vittorino Vescovo di Poetavium, poi Pettau, odierna Ptuj in Slovenia, Martire. In senso orario si trovano: parte del braccio di San Simeone, secondo Vescovo di Gerusalemme, Martire e parente di Gesù; un osso di San Damiano Martire, un osso di San Pantaleone, Medico e Martire; un osso di San Grisogono Martire, un osso di San Canuto Re di Danimarca e Martire, un osso di San Cosma Martire ed un osso di San Settimo Vescovo e Martire.
Nello sportello sinistro
Simmetricamente a quanto è esposto nello sportello destro, in quello sinistro vi sono quattro nicchie, due superiori e due inferiori, ben individuabili perché le inferiori affiancano la statuetta-reliquiario di San Pietro Martire. Anche qui, partendo dal piano superiore e dall’ostensorio più vicino all’esterno troviamo otto reliquie di Santi Martiri. Al centro troviamo un osso di San Faustino Martire; poi in senso orario: parte del braccio di Sant’Aurelio Martire; un osso di San Pelagio Martire; un osso di Sant’Agapito Martire; un osso di San Valeriano Martire; un osso di San Gervasio Martire; parte del braccio di San Clemente Martire; un osso di San Coronato Martire.
Nell’ostensorio al medesimo livello, ma posto verso l’armadio si trovano le reliquie di Santi Pontefici Romani Martiri e Confessori. Al centro v’è un osso di San Vittore Papa e Confessore; seguono, in senso orario: un osso di Sant’Ilario Papa e Confessore; parte del manipolo di San Damaso Papa e Confessore; parte della Mitria di San Silvestro Papa e Confessore, parte della Stola del medesimo San Silvestro Papa, parte del Manipolo di San Martino Papa e Martire, un osso di San Celestino Papa e Confessore, un osso di Sant’Innocenzo Papa e Confessore.
Al piano inferiore, l’ostensorio più vicino all’esterno contiene otto reliquie dei Santi Apostoli ed Evangelisti. Al centro si trova un osso di San Pietro Apostolo, indi, in senso orario partendo sempre dall’alto si trovano: un osso di Sant’Andrea Apostolo, un osso di San Bartolomeo Apostolo, un osso di San Tommaso Apostolo, un osso di San Giacomo il Maggiore Apostolo, un osso di San Filippo Apostolo, un osso di San Giacomo il Minore Apostolo, un osso di San Paolo Apostolo.
Infine, nell’ostensorio al medesimo piano ma posto verso l’armadio si trovano altre otto reliquie di Santi Pontefici Romani Martiri e Confessori. Al centro c’è un osso di San Clemente Papa e Martire; seguono in senso orario: un osso di San Marcellino Papa e Martire; un osso di Sant’Alessandro I Papa e Martire; un osso di San Lino Papa e Martire; un osso di San Vitaliano Papa e Martire; un osso di San Lucio Papa e Martire; un osso di San Cleto Papa e Martire; un osso di Sant’Urbano Papa e Martire.
Naturalmente, i rimanenti otto ostensori sono nella parte centrale del Reliquiario ed al momento non è dato sapere la loro sistemazione. L’attuale posizione di questi ostensori tuttavia forse non corrisponde all’originale, poiché a dicembre 1944 il Reliquiario fu vuotato sotto i bombardamenti e dubito che siano stati presi appunti sul posizionamento dei reliquiari.

L’avventura di don Garavini che salvò le Reliquie

Una foto del primo dopoguerra ci mostra il pietoso stato del Reliquiario, decapitato nella cimasa, con gli sportelli scardinati, la mensa dell’altare distrutta, tante decorazioni sparite o gravemente lesionate. Da questa foto tuttavia notiamo che l’armadio non fu completamente svuotato sotto i bombardamenti, ma don Garavini ed aiuti nascosero e così preservarono tutti gli ostensori di legno e d’argento, le cassette ed i busti, mentre rimasero lì i medaglieri, forse impossibili da rimuovere in poco tempo ma che si sono miracolosamente tutti preservati.
A proposito di questo salvataggio, effettuato fra un bombardamento e l’altro, don Garavini fu aiutato da un seminarista: si trattava del futuro don Italo Drei e la nipote Anna Gottarelli così riferisce quello che lo zio ricordava “Don Garavini era in cima alla scala e vuotava il Reliquiario; zio reggeva la scala ed aveva un sacco ove riponeva le teche che lui gli passava; ad un certo punto si sentì il rombo dei bombardieri e si udirono i primi fragorosi scoppi; disse a Don Garavini: «Facciamo presto don Garavini perché iniziano a bombardare!», ma il pio Sacerdote, che era sordo, non udì né il suo grido né i bombardieri e continuò a svuotare l’armadio come se nulla stesse succedendo intorno a lui”.

Il lungo restauro del dopoguerra

Pietro Villa, artista del legno e figlio d’arte, ci fa presente che nei primi anni sessanta del secolo scorso monsignor Sermasi, l’Arciprete, contattò suo padre per eseguire i lavori di ricostruzione e restauro del Reliquiario, gravemente offeso dagli eventi bellici. «Mio babbo Antonio, detto “il falegnamino” –racconta Pietro- aveva fatto la sesta classe a Solarolo e mio nonno era amico di molti preti. La giornata del babbo, da bambino, era questa: sveglia molto presto, poi dalla nostra casa, vicino a Castel Nuovo, si recava alla chiesa di San Mauro per servire la Messa delle 7. Dopo la colazione, offertagli dal Parroco, si recava a scuola e a volte vi rimaneva anche il pomeriggio. Al termine ritornava a casa a piedi. Dopo la scuola elementare iniziò una scuola tecnica da ebanista ma poi fu ammesso al lavoro dai Casalini di Faenza. Si trattava di una famiglia che costruiva mobili ed anche restaurava o ricostruiva parti di mobili antichi, con anche la particolarità di eseguire riparazioni sul posto.» E così anche in San Francesco i Villa impiantarono una vera e propria ebanisteria. Il lavoro era diretto dal prof. Domenico Matteucci sotto la supervisione della Soprintendenza alle Belle Arti e si prolungò dal 1962 al 1965.

La ricostruzione della cimasa

Alla riapertura della chiesa di San Francesco, nel 1965, il restauro dell’altare reliquiario si era fermato all’armadio, forse perché i fondi dei danni di guerra si erano esauriti e così l’altare rimase per oltre trent’anni. Poi l’Arciprete Mons. Gian Luigi Dall’Osso pensò di terminare il restauro dell’altare con il contributo di Enti e dei fedeli. L’opera era da realizzare ex novo, salvo quattro putti che erano conservati in sacrestia. Naturalmente l’Arciprete incaricò del lavoro Pietro Villa ed il cugino Ercole che già avevano lavorato nel primo restauro; mancavano tuttavia le quote e le misure del rialzo da realizzare. Pietro Villa, munito di somma pazienza, racconta che, attraverso l’unica foto esistente d’anteguerra, a forza di calcoli con calibro e proporzioni riuscì nell’impresa ed ebbe anche i complimenti della Soprintendenza perché ad opera conclusa era stata preservata l’armonia dell’altare. L’architetto Oreste Diversi infine elaborò i disegni di Villa per il definitivo progetto da approvare.
Durante i lavori si provvide anche ad un complessivo restauro e ad una pulizia dell’intero armadio e ad una ripulitura delle teche, dei busti e dei reliquiari ad opera di Gaetano Marzocchi. Il dipinto del transito di San Giuseppe è opera di scuola locale.

NOTE

(1) In realtà la ricognizione fu effettuata il 2 maggio 1717 ed il notaio Guerrini stilò due rogiti distinti: con il primo furono estratte dal cofanetto detto “Sancta Sanctorum” le reliquie di Santa Caterina Vergine e Martire; con il secondo rogito si diede atto del prelievo delle reliquie di San Pietro Martire, di San Michele, di San Francesco di Paola, della Beata Giuliana de’ Falconieri, di San Domenico e di altri ventidue Santi, dandosi atto di dove furono collocati: alcuni nei propri bustini, atri in ostensori o medaglieri sparsi nell’armadio. Alle operazioni assistette il Vicario Generale della diocesi di Imola Mons. Andrea Cattani che poi provvide a nuovamente sigillare la teca, il Priore del convento francescano di Castel Bolognese padre Giuseppe Maria Torelli e padre Lorenzo Antonio Bragaldi fratello del Donatore oltre a due testimoni, dei quali uno era un Ginnasi. Le operazioni si svolsero nel convento francescano.
Archivio di Stato di Ravenna – Sezione di Faenza: Notarile Castel Bolognese 325 Vol. 2 – Notaio Francesco Guerrini 1717/1735, f. 27. Notarile Castel Bolognese 324 Vol. 1 – Notaio Francesco Guerrini 1717/1722, f. 14.
(2) In realtà entrambi i rogiti parlano che le operazioni furono svolte nel convento di San Francesco.
(3) Museo Parrocchiale di San Petronio – Catalogo delle S.me ed Insigni Reliquie.
(4) ibidem
(5) Archivio di Stato di Ravenna – Sezione di Faenza: Notarile Castel Bolognese 324 Vol. 1 – Notaio Francesco Guerrini 1717/1722, f. 15.
(6) Museo Parrocchiale di San Petronio – Catalogo delle S.me ed Insigni Reliquie.
(7) ibidem
(8) ibidem
(9) ibidem
(10) ibidem

 

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