La Villa e il Parco della Contessa, le tigri di Kastélpracém e altro…
di Leonardo Altieri
Siamo proprio agli inizi dei primissimi anni ’60 (1960, 1961,1962).
Per noi, ragazzi di “Castello” (come tutti noi chiamavamo Castel Bolognese nelle conversazioni quotidiane), quello laggiù, in fondo al viale della stazione, era il “Parco della Contessa”. Solo anni dopo abbiamo appreso che l’edificio attorno a cui si trovava si chiamava storicamente “Villa Centonara”.
Era un luogo attraente e misterioso, a cui ci si passava abitualmente davanti alla domenica pomeriggio, quando era costume che le famiglie castellane passeggiassero riunite lungo il viale, arrivando fino alla stazione ferroviaria. I punti di attrazione per i ragazzini, in quella passeggiata, erano soprattutto due:
-La “Villa della Contessa”, su cui i genitori (nel mio caso, la mamma che era castellana) raccontavano ciò che sapevano, compreso il matrimonio della proprietaria con un importante Generale dell’esercito;
-Il Bar Giardino, che richiamava l’attenzione per varie ragioni: per il gelato che era gustoso acquistare e leccare lungo la passeggiata; per la musica del juke-box che si irradiava per tutto il viale; per la presenza di ragazzi grandi (cosa che per i maschietti rappresentava una meta tentatrice per quando si sarebbe stati un po’ più maturi) [e anche sul bar Giardino ci sarebbe da scrivere e raccontare].
L’entrata della villa colpiva chi passava sul viale, ma soprattutto attorno e dietro c’era il grande parco. Talvolta era meta di passeggiate organizzate dalla scuola.
Ma era improbabile anche solo sognare di poter entrare a far parte della vita di quel parco.
Ma il caso vuole che il figlio minore della Contessa sia un coetaneo dello scrivente. E che invitasse a giocare nel parco alcuni coetanei castellani del paese. Innanzitutto i primi invitati erano figli di famiglie “bene” o comunque importanti. Il primo invitato era il figlio del capostazione di Castel Bolognese, anche lui coetaneo nonché quasi vicino di casa. A quei tempi la stazione era attiva nei vari uffici, con un capostazione che abitava lì di fianco, in una casa proprio sul marciapiede del primo binario. E poi c’erano vice-capistazione, biglietteria aperta, uffici tecnici per il transito treni, ecc. Dunque, allora, quello di Capostazione era un ruolo importante a Castello.
Lo scrivente, per la propria origine popolare, non avrebbe avuto chance per entrare a far parte del gruppo. Ma il caso entrò in funzione: il capostazione era anche terziario francescano come la mamma dello scrivente. Entrambi frequentavano l’allora attivo convento dei frati Cappuccini [altro luogo su cui andrebbero raccolte testimonianze]. I due figli (lo scrivente e Gian Paolo Z.) si conobbero quindi (benché coetanei, non frequentavano la stessa classe né alle elementari né poi alle medie) e legarono subito. Poi lo scrivente era bravino a scuola per cui ci si poteva degnare di farlo entrare in quel consesso un po’ elitario.
E fu un’emozione quando Gian Paolo invitò Leonardo a trovarsi la prima volta dentro il parco.
Lo scrivente aveva già fatto parte in precedenza di una piccola “banda” molto informale.
Anzi, i partecipanti non avevano nemmeno la percezione, forse, di far parte di un gruppo. Tanti anni dopo questo gruppetto fu denominato, all’interno di una raccolta di racconti, “Banda delle Baracche” (1), perché fra i luoghi presso cui si ritrovavano c’erano le tre baracche, costruite alla fine della guerra per ospitarvi alcune famiglie e soggetti particolari allora senza casa (fra cui un personaggio noto come “Puncì” con le sue due sorelle). Le baracche si trovavano su una striscia di verde allora collocata fra il Prato della Filippina e l’attuale parcheggio di piazzale Roma.
Ma i luoghi di ritrovo di quel primo gruppo erano in particolare due:
-innanzitutto si giocava sul “Prato della Filippina”, dove si facevano gare con le fionde autocostruite (rametti di albero a forma di “V” adeguatamente tagliati, con legati sopra un elastico e una presina di pelle o di plastica) o con qualche lancia guerresca fatta con una canna (alcune prime letture dei “Pirati della Malesia” erano già state fatte) prelevata durante una fuga in riva al fiume;
-quando si era in pochi, invece, ci si ritrovava nel cortile dei “Piulè”, dove abitava Roberto G. che era un po’ il leader (colui che convocava gli amici) del gruppo. Il nome “Piulè” era legato al soprannome dei proprietari di case e cortile, davanti al prato. E lì si facevano le prime partite a carte (briscola e tresette), ma soprattutto ci si divertiva a organizzare la “Corsa dei Quercini”. I “quercini” erano il nome dialettale (“quirzè”) italianizzato dato allora ai coperchini delle bibite, che si raccoglievano nei pressi dei bar. Si incollavano all’interno dei coperchini le foto dei corridori in bicicletta allora più famosi, da Coppi a Magni, da Baldini a Nencini, ecc., poi si disegnava col gesso il percorso sul marciapiede e, spingendo con “piffetti” i quercini, si facevano le corse sul quella pista.
Ma poi l’età cominciava a farsi sentire quando alla sera sul prato della Filippina venivano le nonne della zona a stendere una coperta e si affiancavano a loro, distese al fresco, le nipotine ad ascoltare racconti e a guardare le stelle.
Allora il “Prato della Filippina” era pieno di vita.
Al pomeriggio, per ore, gruppi informali di ragazzini giocavano a calcio. Le porte erano segnate da qualche giubbotto o pullover messo uno sull’altro. I confini erano quelli del prato. Quando un nuovo aspirante calciatore arrivava, bastava che aspettasse l’arrivo di un secondo, poi entravano ambedue in campo, uno in una squadra, l’altro nell’altra.
Ma il sabato pomeriggio e la domenica i ragazzini dovevano ritirarsi: arrivavano gli adulti giocatori di bocce a fare lunghe partite, perché non c’erano altri luoghi dove giocare. I bocciatori erano sempre circondati da siepi di tifosi e di… presunti esperti che urlavano i loro giudizi sulle gare. Con i rumori delle bocciature che si sentivano da lontano.
Ogni tanto arrivava un circo ad accamparsi sul prato. E anche qualche piccola carovana di zingari. Gli abitanti del vicinato non erano preoccupati per questi arrivi. Anzi, sentivi le vicine più esperte dire a tutti: «Tirate fuori gli oggetti di rame da riparare, che sono arrivati gli artigiani». Allora in tante famiglie c’erano secchi, mestoli, tegami di rame. E serviva qualcuno capace di lavorarci sopra.
E l’apogeo del prato era la “Fiera del Bestiame” per la Sagra di Pentecoste: il prato diventava una marea di bovini e ovini vari, ma in particolare, per i bambini che osservavano stupiti quella moltitudine, di cavalli, asini e muli, per un totale di centinaia di muggiti, belati, nitriti.
I “quattro”, cioè lo scrivente con fratello e sorelle, con alcuni vicini di casa e nipotine di nonne abitanti nel palazzo saltuariamente in arrivo, assistevano a tutti questi spettacoli dal balcone di via Roma 38, affacciato proprio sul prato.
Di qui una volta videro addirittura un elefantino fuggire dal circo accampato sul prato, venire a bere proprio nel pozzo del cortile e poi, scorgendo il branco sul terrazzo, trotterellare lì sotto e tendere la proboscide verso il gruppo di bambini ridenti, sorpresi e un po’ impauriti. Finché non arrivò il domatore con i rampini per stringerlo nelle grandi orecchie e poi trascinarselo via.
Però allora le strade adolescenziali si dividevano presto.
Dopo la quinta elementare non c’era una scuola unica come adesso: i figli di famiglie economicamente benestanti andavano alla Scuola Media (allora non unificata). A questi si aggiungevano anche alcuni figli di famiglie con difficoltà economiche soprattutto se in grado di meritare una borsa di studio. Gli altri ragazzini andavano all’Avviamento Professionale.
Fu così che quel gruppo (ribattezzato dallo scrivente “Banda delle Baracche” (2) ) cominciò a disperdersi.
Il sottoscritto era pronto per entrare in quel nuovo gruppo che si organizzava nel parco della Contessa.
La cosa straordinaria per quei ragazzini era che allora nel parco, fra la villa e via Santa Croce (lungo la Ferrovia), c’era un minuscolo laghetto e all’interno un ancor più minuscolo isolotto, collegato a riva con un ponticello di legno. Ecco: quell’isolotto era la Mompracem di quegli aspiranti Tigrotti e il laghetto il mare dei “Pirati della Malesia”.
Ovviamente il figlio della Contessa, Francesco; non poteva che essere il Sandokhan locale; il suo vicino, il figlio del capostazione (che era il principale e più esperto lettore di Salgari) non poteva che essere il fido Yanez (ribatezzato Gyanez). Un altro figlio di ferroviere, residente non lontano in una traversa del viale, era Tremalnaik. Gli altri frequentatori meno assidui di Mompracem si potevano suddividere gli altri nomi dei personaggi salgariani. Alcuni altri frequentatori sono citati con appositi nomignoli nel libro di racconti già citato: “Sotto le mura di KastèlPracèm”.
Nel libro si ricostruiscono con apporto della fantasia alcuni eventi vissuti lì nel parco. Era rarissimo che si potesse mettere il naso all’interno della villa. Talvolta ci si aggirava con molto timore presso i canili dei temibili bulldog che erano lì presenti. Talvolta si faceva una corsa fino alla cappella della famiglia nobiliare giù verso via Lughese. Talvolta ci si abbassava a fare qualche attività ludica meno guerresca, come giocare a bocce.
Ma si cominciava anche a chiacchierare, senza però confessare (erano altri tempi, nemmeno in sogni fantascientifici si poteva pensare a adolescenti che comunicano via etere)) le prime vaghe attrazioni verso fanciulle coetanee.
Erano soprattutto gli anni in cui si frequentavano le Scuole Medie inferiori. Se lo scrivente ricorda bene, il figlio della Contessa frequentava già allora la scuola dei Salesiani a Faenza. Per cui ci si poteva incontrare come Tigrotti della Malesia solo d’estate o per le festività durante la scuola.
La fine della terza media segnò anche stavolta l’inizio della dispersione e della progressiva fine delle avventure di questi Pirati.
E ci fu l’evento traumatico del 1962.
Nella notte dell’8 marzo 1962 il treno Direttissimo n. 152 proveniente da Lecce in direzione Milano deragliò poco prima dell’ingresso nella stazione di Castel Bolognese (3). Nell’incidente morirono 13 viaggiatori (+ 1 tempo dopo) e vari altri rimasero feriti. Il dato ufficiale fornito dal Ministero dei Trasporti di allora stima il numero dei feriti in 186, dei quali numerosi riportarono ferite gravi e permanenti. Alcune persone subirono amputazioni agli arti (4).
Il capostazione di allora, Fernando Zannoli, rimase talmente amareggiato da questo disastro che chiese il trasferimento a Bologna. E ovviamente la famiglia lo seguì, compreso il figlio.
Quindi lo Yanez dei Pirati locali (Gyanez) non c’era più. Era lui il legame fra il Sandokhan locale e gli altri Tigrotti. Quest’avventura finì lì. Anche perché pochissimi mesi dopo i ragazzi castellani, quasi tutti sui 14 anni, terminarono gli studi triennali alle Medie o all’Avviamento. E iniziarono cammini diversi. Ricordiamo addirittura che due fratelli partirono, uno per la Marina Militare e uno per il seminario dei Frati Domenicani (di cui era stato chierichetto, abitando a pochi metri dal convento delle Suore Domenicane di Castel Bolognese, sito sulla via Emilia di fronte alla piazza centrale). E vari degli ex-Tigrotti accompagnarono in stazione i due fratelli quando partirono per le rispettive destinazioni.
Ma Gian Paolo, figlio del capostazione, rimase sempre fortemente legato a Castel Bolognese e in particolare al suo amico Lennammuri… pardon… Kammamuri, cioè lo scrivente. Da giovane veniva giù in treno, si vagava insieme dal bar Giardino all’argine del fiume; poi lui andava a dormire da sua zia, l’allora nota parrucchiera detta “la Roma”, come veniva chiamata (ma che non era un appellativo, bensì il suo vero nome).
Ha continuato a venire a Castel Bolognese fino all’ultimo. Oppure, dai tempi dell’università in poi, ci si vedeva a Bologna. È stato l’amico numero 1 dello scrivente fino alla fine. I suoi genitori, il vecchio capostazione e la moglie, sono sepolti qui a Castel Bolognese, nell’ala del cimitero a destra dell’entrata principale.
Infine un libro di racconti e la Villa… per la comunità castellana.
Con Francesco ci si era rivisti qualche volta all’università. Ambedue frequentavano la facoltà di Scienze Politiche a Bologna, ma lo scrivente era iscritto all’indirizzo “Politico-Sociale” (cioè di Sociologia, dove poi rimarrà come ricercatore e docente), Francesco all’indirizzo “Storico-Politico”. Soprattutto lo scrivente fu coinvolto nel movimento che scoppiò in quel famoso anno (si era matricole proprio nel 1968), mentre Francesco, anche date le sue origini… I contatti in quegli anni si persero.
Le avventure di quei ragazzini nel parco della contessa sono rimaste sempre impresse nella mente dello scrivente che le ha rivissute, con una dose di fantasia, nel libro di racconti: Sotto le mura di KastelPracem, Ed. Albatros, Roma, 2016.
Quando il libro fu pubblicato, lo scrivente andò a Roma per donarne una copia a Franziskhan… cioè Sandokhan… insomma Francesco, figlio della Contessa e del Generale. Da allora sono rimasti in contatto fino alla fine. Finché non è arrivata la notizia della sua scomparsa. E che la villa e il parco (esclusa la cappella familiare) erano in vendita. E allora è stato lo scrivente a darne subito notizia al Sindaco. E insieme al Sindaco e all’erede/avvocato (figlio della sorella di Francesco) che si occupa della vendita della villa ha partecipato ad una prima visita in loco per vedere e valutare quanto sia opportuna la partecipazione della nostra Amministrazione Comunale all’acquisto di un tale patrimonio storico e naturalistico.
Ed ora occorre che vari soggetti (Comune, Unione della Romagna Faentina, Pro Loco, enti turistici, Fondazioni, Comuni della vallata e magari anche il Centro Enologico di Tebano, dato che studenti di Enologia già scendono oggi o potrebbero scendere in futuro dal treno proprio nella stazione lì a due passi) si coinvolgano e facciano proposte su progetti ed iniziative da realizzare nel parco e nella villa.
(1) Cfr. il racconto in L. Altieri, Sotto le mura di KastelPracem, Ed. Albatros, Roma, 2016.
(2) Ibidem.
(3) https://www.castelbolognese.org/miscellanea/trasporti/il-disastro-ferroviario-del-1962/il-disastro-ferroviario-del-1962/
(4) https://www.castelbolognese.org/miscellanea/trasporti/il-disastro-ferroviario-del-1962/foto-testimonianza-di-giovanni-tarlazzi/


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