Un antico angolo del mio paese che non esiste più
(introduzione) Vi riproponiamo un testo di Amabilia Cambiucci, uno dei suoi ultimi scritti, pubblicato su La Torre del maggio 1988. In esso rivive il palazzo Sangiorgi, poi d’Bassò, che sorgeva di fronte all’attuale caserma dei carabinieri e che fu demolito nel dicembre del 1968. Purtroppo negli anni ’60 furono abbattuti diversi vecchi edifici, di certo fatiscenti ma forse non irrecuperabili, per sostituirli con nuovi tutt’altro che apprezzabili dal punto di vista architettonico. Illustrano il testo due fotografie che scattò Elio Bambi il 14 ottobre 1968 poco tempo prima della demolizione: dobbiamo ringraziarlo per avere fotografato questo ed altri angoli del paese ora scomparsi. Il bel testo della maestra Cambiucci viene ulteriormente valorizzato. Notevoli anche le altre descrizioni: la ferrovia per Riolo, la Via Cupa e la sosta del venditore ambulante Bòcia (Sante Garofani senior). (Andrea Soglia)
di Amabilia Cambiucci
Nel settembre del 1921, dopo la morte di mio padre, io e la mamma, ormai completamente sole, lasciammo per sempre la nostra amata Serra per trasferirci a Castelbolognese capoluogo in una nuova sede scolastica da me richiesta. Fu un distacco doloroso. Non lasciavo lassù persone che mi fossero particolarmente care, poiché anche la nonna era morta, ma per me si chiudeva per sempre il mondo meraviglioso della mia infanzia e della prima giovinezza.
Da quella bella scuola, ridente sull’aprico colle, era stato un continuo fluire d’amore, di bontà, di sogni, creando intorno a me un mondo di grande gioia. Là la natura mi era apparsa in tutta la sua bellezza ed avevo imparato ad amarla. Mi procuravano un piacere tutto interiore gli sconfinati orizzonti, i tramonti infuocati, le albe rugiadose, le sognanti notti di luna; ma ancora più doloroso per me era lasciare tanta buona gente pura, semplice, laboriosa, che mi voleva bene. Molto avevo imparato da loro: forse più di quello che io avevo insegnato. Non più feste dell’aia, al chiaro di luna, non più profumo di vendemmie, non più canti di fanciulle col sole negli occhi. Abbandonavo un mondo antico di cui avrei conservato sempre un nostalgico ricordo.
A Castelbolognese ci sistemammo in un antico palazzo che sorgeva un po’ isolato, sulla Via Emilia, appena si entrava in paese. Un tempo era appartenuto alla famiglia Sangiorgi facoltosa, nota e stimata. A Francesco Sangiorgi che tenne l’incarico di Sindaco nei primi anni di questo secolo è oggi dedicata una via. Alcuni particolari architettonici e la vastità dell’edificio facevano pensare infatti a un passato di maggior gloria, ma quando andammo ad abitarvi noi la proprietà era passata a un agricoltore Luigi Bassi (Luig d’Bassò) che vi si era stabilito con la propria famiglia, trascurando di fare restauri. Così quell’antica costruzione dava l’immagine di un grande vecchio con ancora qualche presunzione di nobiltà che non serviva però a nascondere l’inevitabile decadenza. Il posto ci piacque perché sorgeva quasi in aperta campagna. Inoltre faceva parte della proprietà un poderetto che si stendeva a mezzogiorno del palazzo padronale. La piccola aia popolata di polli era separata dal nostro cortile appena da un basso muretto e da un cancello. Così ci accorgemmo con gioia che ancora giungevano fino a noi voci di altri tempi, di altri luoghi difficili da dimenticare. Vi sono dei momenti di sofferenza nella vita in cui si ricercano affannosamente anche le cose più semplici se queste possono diradare le ombre e dare un po’ di luce. Così avvenne di alcuni tigli che fiancheggiavano a mezzogiorno il nostro appartamento. Anche quella fu una scoperta che ci fece piacere perché i rami più alti quasi ci entravano in casa per la finestra aperta e ci davano l’illusione della campagna che non potevamo dimenticare.
Di vetusto si ammirava ancora sulla facciata del palazzo un balconcino riparato da una ringhiera di ferro. Artisticamente non aveva pregi particolari, ma a me piaceva moltissimo. Si affacciava sulla Via Emilia e si godeva quel poco di traffico che vi si svolgeva a quei tempi. Faceva parte del nostro appartamento e vi portai i gerani, ricordo della Serra. Dovetti però toglierli quasi subito perché la povere proveniente dalla via, non asfaltata, ne impediva lo sviluppo.
Non trovammo nella nuova abitazione comodità maggiori di quelle che avevamo in campagna ad eccezione della luce elettrica di cui sentimmo veramente il grande beneficio. L’acqua occorreva attingerla da un pozzo a carrucola e portare i secchi su per due rampe di scale. Quando finalmente si giungeva in casa molta era andata perduta lungo il tragitto. Spesso era un diffondersi ovunque di cattivi odori provenienti specialmente dai gabinetti senza acqua. A volte due famiglie ne avevano uno solo in comune; ma nessuno reclamava, nessuno si stupiva. Non si ponevano i problemi di igiene di oggi e se qualcuno ne sorgeva non c’era nessuno che si curasse di risolverlo. Era una società ancora apatica, incolore che poi trovò la forza di risorgere creando un’era nuova di cui oggi le nuove generazioni godono i benefici.
Come tutti i fabbricati antichi anche il nostro aveva una grande cantina sotterranea, dai muri scuri, massicci, trasudanti umidità. Vi si accedeva per mezzo di una stretta scaletta dai gradini consunti e in certi punti sconnessi e pericolanti. Pareva di entrare nel lugubre carcere di un castello medioevale. Vi spirava un’aria di altre epoche quando nel furore della battaglia, asserragliarvisi voleva dire difesa sicura dal nemico incalzante.
I solai alti, sotto il tetto, costituivano il regno delle rondini. Che grande chiacchierio a primavera in cerca dei vecchi nidi! Dalle piccole finestre si godeva un panorama vastissimo. Chiudeva l’orizzonte la catena azzurra dell’Appennino, poi un degradare di verdi e soleggiate colline e infine l’immenso piano che pareva non avere confini. Lassù si tenevano la legna, il carbone e quelle belle “rotelle” di vinaccia pressata che era un combustibile ottimo per la stufa. Diffondeva un odore caratteristico, più tollerabile di quello del carbone e la sua brace durava a lungo. Si adoperava specialmente per scaldare i letti durante l’inverno col “prete”, un trabiccolo di legno che serviva a tener sollevate le coperte e sotto la “suora” cioè un piccolo braciere dove andava lentamente consumandosi il combustibile. Il perché di quei due vocaboli così poco appropriati non saprei dirlo … chissà che origini avevano!? … Noi sentimmo la mancanza del grande focolare dei Gottarelli, nostri vicini di casa alla Serra, dove ogni sera andavamo a veglia. Era un mondo semplice, pieno di pura intimità, di amicizia sincera. Al tepore di quella fiamma guizzante si consolidavano antichi affetti familiari, si ravvivavano lontani ricordi.
Il palazzo d’Bassò non affiancava direttamente la Via Emilia, ma lo separava da quella un fossato abbastanza profondo, nel nostro dialetto si chiamava la veia cova “la via cupa” tradotto in italiano; quindi davanti al portone principale dell’edificio c’era un ponticello protetto da un rustico parapetto di pietra sul quale ci si poteva anche sedere. Nella “via cupa” finivano molti rifiuti gettati dalle finestre e altri ne giungevano dalla via. Quando le piogge erano abbondanti si formava un torrentello limaccioso dove galleggiava una flotta di barattoli vuoti. In primavera il fondo si copriva d’erba dove si annidavano parecchi insetti e altri animalucci. Le zanzare avevano là il loro quartier generale. L’antica “via cupa” (più cupa di così!) non era solo un nostro retaggio. Da noi forse giungeva dalla Via Casolana, destinata probabilmente a raccogliere le acque piovane dei primi declivi. Dopo averci deliziato dei suoi malefici influssi proseguiva, costeggiando altre abitazioni: quindi altri ponticelli. Giungeva così aperta fino alla locanda Zanelli. A quel punto scompariva sotto il vecchio portico e in direzione della chiesuola, sempre così nascosta, attraversava la Via Emilia. Ma il suo viaggio non era compiuto, continuava ancora aperta, profonda, erbosa. Costeggiava per un tratto un podere che allora si chiamava “La Foss” e infine, dopo aver ceduto un passaggio al viale della stazione, si dirigeva verso il Canale.
Quei ponticelli erano caratteristici! Durante le lunghe serate estive si trasformavano in luoghi d’incontro, di ritrovo. Le famiglie uscivano alla spicciolata, si sedevano sui parapetti e le conversazioni erano sempre nutrite e interessanti. Si passavano in rassegna tutti gli avvenimenti del paese, aggiungendo di proprio le critiche e i commenti non sempre benevoli. Il momento più saliente era l’arrivo di “Boccia” col suo carretto della verdura. Ne nasceva un dialogare vivace, allegro, a volte un po’ discusso. Anche quello era un punto d’incontro e a volte anche di distensione.
La vicinanza di una strada tanto importante non preoccupava molto. I bambini vi giocavano con le palline, le mamme li sorvegliavano dalle finestre. La vita trascorreva così monotona, opaca, senza scosse in attesa di tempi migliori.
A quel tempo esisteva la ferrovia “Val Senio” che collegava Castelbolognese a Riolo dei Bagni. Quel tronco ferroviario era stato costruito nel 1914. Insistentemente richiesto dai riolesi che desideravano in tal modo accrescere l’importanza del loro stabilimento termale e facilitare l’afflusso dei forestieri provenienti quasi tutti dal basso ferrarese. Ma la sua attività ebbe breve durata: cessò nel 1933 perché risultò che rappresentava un passivo per la società che lo gestiva e fu sostituito da una corriera. Fra le stazioni di partenza e di arrivo faceva tre fermate: Via Emilia, Campiano, Cuffiano. La stazioncina di Via Emilia sorgeva proprio di fronte a noi. Era un trenino molto ridotto: pareva un fanciullo a cui fosse mancata la possibilità di crescere. Arrivava a velocità modesta, si fermava per qualche istante e proseguiva la sua corsa dopo aver lanciato un fischio che ridestava l’eco della vallata.
Scompariva poi fra il verde dei campi, col suo presuntuoso pennacchio di fumo. Il suo passaggio metteva una nota allegra in quel piccolo angolo dove abitavamo: era un richiamo alla vita.
Che cosa rimane ora di quel lontano passato? Solo il ricordo. Gli avvenimenti bellici, il poderoso cammino compiuto dal progresso hanno creato un mondo nuovo, più bello, ma forse meno saggio. Oggi dove c’era il vecchio palazzo d’Bassò circondato dai campi sorge una selva di nuovi edifici. Tutto è avvenuto in gran fretta. Si aveva appena il tempo di fissare un’immagine che subito ne subentrava un’altra nuova. L’attività umana non dava tregua e mirava alla perfezione.
Noi anziani amiamo ricordare il passato perché costituisce parte della nostra esistenza: la più bella e ci dà un senso d’orgoglio la sincera convinzione di aver contribuito a questo colossale risveglio con la nostra operosità silenziosa ma tenace.





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